Andare per biblioteche

locL’erba dagli zoccoli alla Sala Maggiore della Biblioteca Planettiana.
La prima presentazione del libro avevo avuto occasione di tenerla un mese fa in un’altra biblioteca, quella del Comune di Lentella, in occasione dell’anniversario della morte di Cosmo Mangiocco e Nicola Mattia, avvenuta durante lo sciopero a rovescio del 21 marzo 1950. Una biblioteca ben diversa e di costruzione più recente, realizzata quasi apposta (fu questa la sensazione che provai entrando nella sala già piena di gente del paese venuta lì a condividere la serata) per raccogliere in un luogo comune un’identità, fragile e forte al tempo stesso, già formata e presente ma da continuare a conoscere e far vivere ancora.
La biblioteca di Lentella fu voluta e realizzata, con i mezzi di cui si riusciva a disporre, da Pierino Sciascia, che fu sindaco di quel piccolo paese sulle colline dietro Vasto e San Salvo, dal 1978 al 1997. Un personaggio quasi leggendario e molto amato dai paesani, che si era guadagnato l’affettuoso soprannome di Zar, di cui lui stesso andava orgoglioso. Un figlio del popolo, da giovane aveva conosciuto l’emigrazione e il lavoro delle braccia, cioè la fatica. Era stato muratore,  e sapendolo io muratore il gioco è troppo facile, me lo immagino letteralmente mentre allinea i mattoni uno sull’altro e che già allinea nella sua mente anche i muri della biblioteca. Da amministratore, i mattoni con cui ha dovuto misurarsi, sono stati naturalmente di ben altro tipo. Pierino, poco più che ventenne, era stato segretario della Camera del lavoro di Lentella, proprio in quel 21 marzo dell’eccidio, e molti anni dopo, nel 2009, il caso, un caso che forse non viene mai così ma gli piace giocarci dei tiri, pose fine alla sua vita proprio in quegli stessi giorni di marzo, raddoppiando così il senso di quell’anniversario. Una biblioteca di popolo, dunque, che nella semplicità della sua struttura può già vantarsi di raccogliere tanti importanti significati identitari.
planettiana-5Non avrei mai immaginato di incontrare un giorno l’occasione di introdurre attraverso questa via così particolare, la Biblioteca Planettiana di Jesi, che già di per sé e insieme al Palazzo della Signoria che la ospita, costituisce uno dei caratteri forti dell’identità della mia città. Altre storie e altri mezzi, in apparenza non confrontabili in nessun modo, ma se non ci limitiamo agli sguardi sbrigativi un filo conduttore lo troviamo, perché poi quando parliamo di culture e di identità, sono le persone, le storie, le vite che si vivono, la pazienza e la passione di chi ci lavora e l’uso che ne fa la comunità, di questi luoghi, ad arricchirne il significato. E su questo non esiste mai nulla di scontato o di raggiunto una volta per tutte, di statico, è invece una sfida continua che si rinnova ogni giorno, in ogni luogo.
Mi vengono così in mente alcune cose della conversazione di ieri sera, prendendo spunto proprio dalle vicende del dopoguerra di cui parlavamo, della consapevolezza che può venirci dalla cultura soprattutto quando è condivisa – che cultura sarebbe, altrimenti?  Ricordavo ieri sera un passo di Rossa terra mia, di Vincenza Castria e Ciro Candido, che cito anche nel mio libro: “… Si ritrovavano ogni sera, giovani e anziani, nel sindacato parlando del passato e del presente, su quanto vi era da fare riguardo ai loro problemi. Chi sapeva leggere, leggeva i giornali e tutti si informavano di quanto accadeva fra i lavoratori di tutta Italia e su come cominciare a muoversi per chiedere e ottenere i loro diritti e l’attuazione della carta costituzionale, ottenuta con la formazione del nuovo governo.” Oppure, di quando Rocco Scotellaro racconta, del suo breve ma triste periodo in prigione, la lettura serale ai suoi compagni di cella di Cristo si è fermato a Eboli, di Carlo Levi: “… cominciava il libro.  A che vale leggere per noi, ve lo dice questo libro, che spiega pure quando e come e perché uno scrive, io dissi. Io ho avuto la fortuna di conoscere l’uomo che l’ha scritto. Ha scritto questo che è il più appassionato e crudo memoriale dei nostri paesi. Ci sono parole e fatti da fare schiattare le molli pance dei signori nel sonno, meccanicamente. Per la forza della verità.”
In un periodo come quello attuale, di estrema difficoltà per i libri  e di iniziative che tentano di incoraggiare la lettura, tutte le biblioteche diventano centrali.
Si accennava anche, nella discussione di ieri sera, al ruolo che hanno avuto le biblioteche, soprattutto le biblioteche circolanti, e di paese, dove l’accesso era facilitato e incoraggiato, nel promuovere la cultura e il senso di identità. Mi viene in mente, negli anni successivi all’unità d’Italia, il movimento delle biblioteche popolari, definite da Ettore Fabietti “la vera scuola dell’uomo del popolo”.
Forse mi sto caricando troppo? Può darsi, ci sono spunti, nella chiacchierata di ieri sera stimolata dalla lettura di brani del mio libro, che mi stuzzicano verso nuovi percorsi.
20160422_184659 - Version 3Per chiudere, aggiungo soltanto che esserci ritrovati in biblioteca, protetti da quei muri, mi ha offerto una sensazione piacevole, di ritrovo, la stessa che proviamo nel circolo di lettura quando mensilmente ci si incontra nell’altra sala a piano terra della Biblioteca, di recente ristrutturata e aperta direttamente sulla strada, la Salara. Anche ieri, alla sala Maggiore, avevo questa sensazione, di ritrovo in uno spazio che pur nel suo illustre arredo di altre stagioni, sotto al soffitto cinquecentesco e tra gli alti e preziosi scaffali settecenteschi, offre un senso di accogliente protezione. Provavo questa sensazione quando in piedi al centro della sala ho iniziato a leggere alcuni brani da tre diversi racconti del libro – Il curandero, Prendete quella canagliaPurtelja së Jinestrës – che avevo scelto per trasmettere un senso di unità e di legame: i mezzadri delle regioni del Centro, i braccianti della grande pianura padana e i contadini senza terra della Sicilia. Ma il vero filo conduttore che avevo individuato nei tre brani letti è proprio l’atto del raccontare e trasmettere storie. In tutti e tre i racconti c’è sempre qualcuno che racconta ad altri le sue storie sulle lotte dei contadini in quegli anni e in quei mesi, gli stessi mesi dello sciopero a rovescio di Lentella.
Si chiudeva così l’ultimo dei tre brani che ho letto ieri sera: “… i ricordi di sempre stratificati in un terreno da dissodare ancora, ogni volta che qualcuno si azzarda ancora a raccontare, appena s’accorge che qualche altro sta provando ad ascoltare.”


(L’incontro alla Biblioteca Planettiana è stato organizzato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Jesi)

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