«Una volta erano pescatori» (Celano, 30 aprile 1950)

celano«Carica di odio e di paura, la reazione agraria, riarmando i fascisti, complice il governo, ha scritto un’altra pagina di sangue e di morte, nel tentativo vano di arrestare così l’avanzata dei lavoratori che, giorno per giorno, nel sacrificio e nel dolore, lottano per costruire il mondo della vita e della pace». 
È scritto così al cimitero di Celano (L’Aquila), sulla lapide della tomba comune dei due braccianti feriti a morte la sera del 30 aprile 1950, Agostino Paris e Antonio Berardicurti, di 45 e 35 anni, entrambi con famiglia e figli in tenera età.

Non è un episodio che nasce dal nulla ma scaturisce da una precisa storia, e non erano lì per caso i due braccianti ma insieme all’intero paese, già mobilitato da mesi. Il 6 febbraio era stato organizzato un grande sciopero alla rovescia, a cui partecipavano tutti i paesi della zona e non solo i braccianti e i contadini senza terra ma tutti, anche i fittavoli e gli artigiani, le donne e i bambini, per eseguire tutti insieme gli indispensabili lavori di manutenzione dei canali e delle strade del Fucino. Era un grande sciopero alla rovescia. La mobilitazione aveva avuto successo e il principe Torlonia era stato costretto a impegnarsi a pagare le 350 mila giornate di lavoro e a rispettare l’imponibile di manodopera. Ma poi aveva tentato di rimangiarsi l’accordo. La sera del 30 aprile il paese è in piazza, tutti attendono davanti al palazzo comunale che la commissione di collocamento dia lettura dei nominativi dei primi turni di lavoro dei braccianti che dal mese di maggio dovranno essere impegnati nei lavori. Intervengono i carabinieri e ci sono anche le guardie di Torlonia e gruppi di fascisti armati. I braccianti feriti sono molti, di cui due colpiti a morte.

Chi era il principe Torlonia? Ignazio Silone nel romanzo Fontamara, dedicato come tanti altri suoi libri alla gente di Marsica, ne parla così: “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito.”  
Anche la storia di Fontamara è interessante; Silone lo scrisse che non era nemmeno trentenne, esule politico in Svizzera alla fine degli anni Venti del secolo scorso, e poi il libro fu pubblicato per la prima volta in lingua tedesca; per uscire in Italia dovette attendere la fine della guerra e la Resistenza.

Fontamara - Guttuso, L'occupazione delle terre incolteNeanche il Principe Torlonia nasce dal nulla, o direttamente dal cielo come sembra che accada ai principi delle favole. Alessandro Torlonia era un banchiere romano che a metà dell’Ottocento mise su una società con altri par suoi, compresi banchieri di Napoli, e già dai Borboni aveva ottenuto l’incarico di procedere al prosciugamento del Fucino, che era allora il terzo lago d’Italia per estensione, dopo il Garda e il Maggiore. Già i romani, da Cesare in poi, avevano tentato di prosciugarlo domarne le acque, senza trascurare di costruirvi attorno ville e altre opere (vedi qui un video dal romanzo Polvere di lago). I lavori furono poi completati dopo l’unità d’Italia e Vittorio Emanuele II, proprio per tale opera considerata grandiosa, come una specie di Tav, o di diga del Vajont al contrario, lo nominò principe. Furono liberati dalle acque quasi ventimila ettari di terreno da coltivare, di cui la maggior parte affidati direttamente al possesso dei Torlonia. La storia sociale che ne seguì è interessante e complessa, e merita di essere studiata e conosciuta, come un pezzo fondamentale e costitutivo della storia del nostro paese. Lo scrittore Ignazio Silone lo ha fatto con i suoi libri, in particolare Fontamara, da cui poi fu realizzato anche un film interpretato da Michele Placido.

Si potrebbe pensare che tanti ettari di terra resi coltivabili costituissero una grande opportunità non solo di ricchezza ma anche di lavoro per tanti, ma le cose non andarono proprio in questo modo. Le economie della zona furono stravolte, il cambiamento climatico rovinò gli ulivi e le altre colture della montagna, mentre più a valle le comunità di pescatori – il pescato comunque, secondo le buone tradizioni di sfruttamento, per buona parte se ne andava via in gabelle ai feudatari e loro accoliti – si ritrovarono improvvisamente senza acqua, costrette a riconvertirsi in contadini, o braccianti senza terra, costretti a lavorare in zone umide e infestate dalla malaria. Insomma, prima gli hanno tolto l’acqua e poi anche la terra. Chi gestiva le terre in nome dei Torlonia fece anche in modo di importare, o immigrare, braccianti dalle regioni vicine per metterle in produzione sui loro terreni. Ai fittavoli, circa dodicimila venivano imposti canoni elevati, molti erano in subaffitto e la maggior parte con appezzamenti inferiori ai tre ettari, del tutto insufficienti, e per andare a lavorare si era costretti a transitare solo sulle poche strade indicate da Torlonia, perché erano padroni anche di quelle. Si rendevano inoltre necessari continui e adeguati lavori di manutenzione per gli straripamenti e impaludamenti.

Le lotte di Celano si inseriscono in questa storia, costellata anche di tanti altri episodi tragici ma fatta anche di lotte che nel dopoguerra sono di esempio alle tante altre mobilitazioni in atto in Italia per motivi analoghi.

Nel mio libro L’erba dagli zoccoli non dedico un capitolo specifico all’episodio di Celano, lo ritrovo però accennato e presente più volte in altri racconti su altre terre, come se gli stessi personaggi che tento di far rivivere in quei racconti, in qualche modo di loro iniziativa vogliano loro stessi ricordare i braccianti di Celano, come nel dialogo che immagino nel racconto Fermate quella canaglia dedicato a Vittorio Veronesi; è il mese di maggio, appena venti giorni dopo i fatti di Celano, e più a nord nella campagna attorno Mantova Vittorio e l’amico Nerino stanno camminando, di notte, per andare a parlare con i crumiri che stanno sabotando lo sciopero dei braccianti padani. Li immagino che camminano e parlano tra loro, ignari e coscienti loro stessi d’essere ignari che ciò che li aspetta, si fanno domande tra loro e ricordano anche l’uccisione della bracciante Maria Margotti a Molinella, di cui in quel preciso momento ricorre il primo anniversario:

“La scorsa settimana il giudice istruttore ha rinviato a giudizio il carabiniere che le ha sparato: c’è voluto un anno,” gli fa eco Nerino che sta seguendo lo stesso filo di pensieri, quasi fosse un rosario da sgranare insieme.
“C’è voluto un anno,” ripete Vittorio: “Tutti quei giornali a dire che l’aveva uccisa uno di noi mentre sparava ai carabinieri.”
“Il 30 aprile hanno sparato di nuovo, a Celano,” rincalza Nerino.
“Celano. Dicono che oltre ai carabinieri ci fossero anche i fascisti, insieme alle guardie dei Torlonia.”
“Come i nostri agrari” conferma Nerino anticipando forse un presagio.
“Due contadini uccisi e una dozzina di feriti” dice ancora Vittorio, “per impedirgli i lavori di bonifica: era uno sciopero alla rovescia.”
“Bel primo maggio!” sorride amaro Nerino, e dopo un attimo: “Che diremo ora a questi crumiri?”

Chiudo qui questa nota sui fatti di Celano e sulla Marsica, citando nn intervento di Romolo Liberale in occasione dei cento anni della Camera del Lavoro dell’Aquila; nel video, sullo sfondo mentre lui parla e poi quando viene recitata la sua poesia “Canto della terra marsicana “, scorrono le immagini della mostra Contro Torlonia, la lotta, l’eccidio, la riforma.

(Nella fotografia in alto, i funerali di Agostino Parsi e Antonio Berardicurti il 3 maggio 1950 a Celano; al centro il quadro di Renato Guttuso, L’occupazione delle terre incolte, usato in alcune copertine di Fontamara)

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