Purtelja së Jinestrës (1° maggio)

DSCN5689-300x224Il 1° maggio è legato in modo forte nella memoria collettiva del nostro paese alla strage di Portella della Ginestra. Qualche sera fa, presentando il mio libro L’erba dagli zoccoli alla Biblioteca Planettiana di Jesi, uno dei tre brani che ho letto era tratto proprio dal racconto che nel libro dedico alle vittime di Portella, ricordando e ricostruendo l’incontro e la conversazione che molti anni fa, ancora ragazzo, ebbi occasione di avere con due testimoni di quel 1° maggio del 1947:

Il vecchio oste è stanco, nei gesti delle mani ha come qualcosa di lontano, quasi l’eco di altri gesti. Di solito parla poco ma non è scostante, è una cortesia dalle frasi essenziali gli basta un cenno, ne lancia uno al ragazzo proprio ora, indicandogli il bicchiere, per ricordargli di andarci piano lui che è forestiero, con quel vino che ha stordito anche Polifemo. La moglie torna con tre piatti di fumante couscous all’aglio verde e frutti di mare, profumi pungenti che s’insinuano stuzzicanti tra gli altri già presenti nella sala. Il ragazzo inizia a gustarli quei sapori carichi di un’armonia che sta iniziando a conoscere. Un occhio verso il televisore, incuriosito dalla ricostruzione dei lontani eventi, e l’altro verso i due anziani osti che ora gli ricordano i suoi genitori. Sembrano anche più anziani, li immagina quasi cinquantenni al tempo dei fatti. 
“Dove si trova Portella?” chiede.
“A un centinaio di chilometri, verso Palermo.”
“U me cori doppu tantanni è a Purtedda, enta petri e ‘nto sangu 
di cumpagni ammazzati” gli fa il vecchio.
“Cosa?”

“Il mio cuore dopo tanti anni è a Portella, nelle pietre e nel sangue dei compagni ammazzati; è scritto con la vernice rossa sul Sasso che da quel giorno fa da lapide”, traduce la moglie che poi aggiunge: “Noi c’eravamo….”,
e il racconto prende il volo, come sempre, quando riesce a partire da “i ricordi di sempre stratificati in un terreno da dissodare ancora, ogni volta che qualcuno si azzarda ancora a raccontare, appena s’accorge che qualche altro sta provando ad ascoltare.”

Quella di Portella è stata definita da molti la madre di tutte le stragi, e anche l’origine del patto stato-mafia. Rileggevo poco fa una recensione al libro La scomparsa di Salvatore Giulianodi Giuseppe Casarrubea e Mario Josè Cereghino, che ripercorre proprio questi aspetti, questi anfratti angusti della nostra storia. Sarà per questo particolare carattere della strage di Portella, che quest’anno al cimitero di Piana degli Albanesi per la deposizione dei fiori nel luogo dove sono sepolte le vittime della strage, sarà presente Rosy Bindi, presidente della commissione parlamentare Antimafia.

Non fu una strage “qualunque” ma una sorta di golpe. Nonostante il lavoro delle mafie e dei poteri di sempre, che sempre si riorganizzano quando i contesti esterni mutano, e che allora avevano trovato varchi a loro utili  già nello sbarco degli Alleati, e poi una copertura nel movimento separatista, in quel mese di aprile del ’47 le prime elezioni politiche regionali le avevano vinte le sinistre unite nel Blocco del Popolo, e nelle campagne i contadini non abbassavano la testa. Anzi, si organizzavano. Poche settimane dopo salterà addirittura il governo di unità antifascista a Roma, siamo nella guerra fredda e le sinistre verranno buttate fuori. Il ministro degli Interni è già Scelba e il ministro dell’Agricoltura, il comunista  Gullo che già nel ’44 aveva emesso quei decreti che consentono ai contadini organizzati in cooperativa di requisire parte dei latifondi, lo hanno già sostituito, nel ’46, con un proprietario terriero sardo, un certo Segni. Lo scontro è duro nelle campagne, e in Sicilia in modo particolare, come lo era già stato cinquanta anni prima al tempo della repressione dei fasci siciliani. Il Sasso dove a Portella i sindacalisti salivano per fare “la predica”, come in quel primo maggio e sul quale è scritta quella frase che ho citato sopra, prende il nome proprio da uno dei leader del movimento dei fasci. Lo scontro è nuovamente duro, con scioperi e occupazioni delle terre, e con molti altri attentati e uccisioni. La lista dei sindacalisti, e non solo, è lunga, la ritroviamo dentro gli elenchi delle vittime di mafia che ai giorni nostri ogni 21 marzo vengono letti nelle manifestazioni di Libera.
Alcuni mesi dopo, il 10 marzo del ’48, viene ucciso a Corleone Placido Rizzotto; il corpo sarà ritrovato solo molti anni dopo. Ascoltavo su you tube un’intervista a un testimone di quel periodo, il quale ricordava Rizzotto dicendo più o meno: “che faceva?, parlava con noi, ci aiutava a capire, ci leggeva il giornale, a chi non sapeva leggere”.
Ritorna anche qui questo leggere il giornale insieme, la stessa cosa che ho ritrovato in tanti altre situazioni e che immagino facessero tutti, una cosa che certo doveva apparire davvero intollerabile, perché stimola a vedere le cose da un altro punto di vista. Le mafie, i poteri, lo sfruttamento, le discriminazioni, le politiche inique, le illegalità che vengono sancite dall’alto, in tutte le diverse forme che sono capaci di assumere – leggo ad esempio che nelle iniziative di oggi nella zona, che i sindacati dedicano alla “Carta dei diritti”, ci saranno insieme a tanti altri anche i lavoratori call center Almaviva, i nuovi contadini senza terra – non sono accadimenti della natura ma un prodotto sociale, e quindi è possibile anche modificarli.
Il 1° maggio è anche tutto questo.

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