Naša škola, Idomeni

skolaNaša škola, la nostra scuola, hanno scritto dei bambini sulla sabbia. Nella didascalia della foto c’è scritto che sono profughi e non hanno le matite, così scrivono sulla sabbia. Ma non è un campo profughi in Europa, e la lingua è balcanica e non somala, eritrea o siriana, e hanno anche l’aspetto europeo quei bambini che oramai non sono più tali, dovrebbero avere oggi circa ottanta anni.  Si trovano nel campo profughi di Tolumbat in Egitto, ed è il 1945. Durante la seconda guerra mondiale  furono circa 15 milioni – ma il numero varia, dipende dalle stime e dal periodo o dall’area esaminata – i profughi europei scappati a causa della guerra, in fuga dagli eserciti di occupazione e dai fronti di combattimento che si spostavano avanti e indietro durante la guerra, o dopo la guerra a causa delle frontiere modificate. Diverse migliaia trovarono ospitalità proprio nei paesi nel nord africa e del medio oriente, compresa la Siria.

Leggo questo proprio oggi, in contemporanea alle cronache sul vergognoso sgombero del campo di Idomeni, al confine tra Grecia e Macedonia: “Quando la Siria ospitava i rifugiati europei; nei primi anni ’40, Aleppo (così come Nuseirat in Palestina e diverse località in Egitto) ha accolto migliaia di europei in fuga dagli orrori e dalle tragedie della seconda guerra mondiale”. È un servizio realizzato con l’aiuto di Linnea Anderson, archivista del Social Welfare History Archives dell’Università del Minnesota, ripubblicato da alcuni blog come Frontiere News o Pressenza. Qualche tempo fa avevo letto delle note analoghe sul blog Remocontro (“Quando milioni di europei furono profughi di guerra”), o sul blog Lettera 43 (“Migranti, memoria corta dell’Europa e dei politici”).

Alcuni anni fa trascorsi alcune giornate all’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano (quella bella istituzione unica nel nostro paese, inventata dal partigiano Saverio Tutino), e mi concentrai in particolare su diari di chi aveva vissuto nelle colonie italiane in Libia, Eritrea e poi più brevemente, cinque anni, in Etiopia. Interessantissimi, alcuni erano ricordi di bambini di allora, che l’Africa prima di partire non l’avevano mai vista nemmeno in cartolina, perché non ce n’erano come oggi. Tra i racconti, anche quelli della fuga a causa dei fronti di guerra e in un diario, ricordo d’aver letto, il racconto di un avventuroso viaggio in mare, clandestino, partendo dalle coste libiche per sbarcare su quelle italiane, evitando il pattugliamento delle navi inglesi, e poi una volta giunti in Italia niente onori ma dritti verso un campo di accoglienza dove erano rimasti per quasi dieci anni. In alcuni casi incontrando, e condividendone la sorte, i profughi italiani da Istria e Dalmazia. Come è che si dice certe volte, oggi? Aiutiamoli a casa loro?

Mi viene in mente un’altra vicenda, solo in apparenza diversa e comunque sempre di quegli anni, e la racconto citando una lettera che ho trovato riportata nel libro di Grazia Prontera, La memoria interrotta, nel racconto del bracciante Cosimino Ingrosso, mentre si trova in carcere a Lecce nel gennaio del 1950, dopo la prima occupazione delle terre di Arneo, in Salento; mentre è segregato lì Cosimino conosce un poliziotto calabrese, che di nascosto gli fa leggere la lettera che ha ricevuto di suoi genitori, contadini anche loro: “Caro figlio, noi siamo stati a occupare le terre, tu se ti comandano di andare a combattere contro i braccianti non andare, non andare, stai attento che se riusciamo un giorno a togliere la terra ai ricchi, tu praticamente tornerai a casa e starai con noi, starai, e così cerca di essere bravo, cerca di essere buono con loro, perché se tu maltratti quelli, gli altri maltratteranno pure a noi.”

Cito questa lettera, e il lavoro della Prontera, nel mio libro L’erba dagli zoccoli, dove dedico due racconti al Salento e al marchesato di Crotone, cercando proprio di immaginare quei due genitori calabresi che scrivono al figlio poliziotto, mentre si apprestano ad occupare le terre, magari quelle del crotonese e proprio a Melissa, cercando così di resistere a casa loro e non essere costretti a veder partire i propri figli per altre terre.

Naša škola, ma sembra non esservi mai una scuola da ciò che accade, suona quasi come una beffa oggi (oggi in senso letterale, 24 0 25 maggio 2016) che l’Europa sta affrontando la cosiddetta rotta balcanica con lo sgombero del campo di Idomeni. Nel ’45 in Siria uno dei campi di di accoglienza si trovava proprio ad Aleppo; in gran parte, in questo caso, venivano da Bulgaria, Grecia, Turchia e Jugoslavia e l’accoglienza era organizzata dal Merra, il Middle East Relief and Refugee Administration (MERRA): “Percorrendo diversi chilometri per andare in città, ad esempio, i rifugiati nel campo di Aleppo potevano recarsi ai negozi per comprare beni di prima necessità, guardare un film al cinema o semplicemente trovare un po’ di distrazione dalla monotonia della vita del campo. E se anche il campo di Moses Wells, situato su oltre 100 acri di deserto, non aveva città nelle vicinanze, ai rifugiati veniva permesso di passare un po’ di tempo ogni giorno a fare il bagno nel vicino Mar Rosso. Naturalmente, il cibo era una parte essenziale della vita quotidiana dei rifugiati. In genere, durante la seconda guerra mondiale, i rifugiati nei campi Merra ricevevano ogni giorno metà delle razioni dell’esercito. I funzionari concedevano che, quando possibile, le razioni venissero integrate con gli alimenti che riflettevano le usanze nazionali e religiose dei rifugiati. Coloro che avevano la fortuna di avere i soldi avrebbero potuto comprare fagioli, olive, olio, frutta, tè, caffè e altre merci nel campo o durante le visite occasionali ai negozi locali, dove oltre al cibo potevano comprare sapone, lame di rasoio, matite, carta, francobolli e altri oggetti. I campi in cui i residenti non erano stipati erano in grado di fornire degli spazi per permettere ai rifugiati di preparare i pasti. Ad Aleppo, per esempio, nel settore femminile veniva riservata una camera per preparare i maccheroni con la farina ricevuta dai funzionari del campo.”

L’articolo continua, vale la pena di leggerlo tutto e direttamente, come pure con un po’ di pazienza si possono trovare in rete altri documenti e altre indicazioni bibliografiche, per approfondire l’argomento, che poi diventa assai più ampio se si vuole allargare l’attenzione dal solo periodo di guerra all’insieme dell’emigrazione storica italiana. Dovrebbero però aiutarci in questo lavoro di memoria i politici e i vari rappresentanti delle istituzioni, e i professionisti della grande comunicazione, perché ciò che avviene sotto i nostri occhi non è senza conseguenze.
Ma forse, comunicazione e informazione non sono la stessa cosa.

(la foto è tratta dal servizio citato e pubblicato nei due blog Frontiere News o Pressenza)

 

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