La serata a Chivasso

 Chivasso. Il paese dove nel dicembre del ’43 fu redatta la costituzione dei rappresentanti delle popolazioni alpine.  Lo leggo da una bella targa nella casa a fianco dell’albergo che mi hanno prenotato. Non conoscevo queste storie, è davvero un paese troppo articolato e ricco di particolari il nostro, ci vuole pazienza oltre che curiosità per affrontarli tutte.

13344624_10209161353938331_8181360186646989629_nSiamo arrivati a Chivasso passando dal vercellese, a due passi, qui dietro, fu proprio da Chivasso nella metà dell’Ottocento che iniziarono i lavori del canale Cavour, e poi nel 1906 le mondine conquistavano la giornata di lavoro di otto ore.  Nascevano così i diritti, muovendosi dentro alla Storia e strappandoli alla terra. Lo ricordava il moderatore del convegno Dante Ajetti, segretario della Cgil di Settimo-Chivasso-Cirié, sottolineando che “i diritti non sono mai conquistati per sempre” e anche oggi occorre rimettere al centro un nuovo statuto dei lavori, e poi ha ricordato gli ultimi e tristi fatti di Rosarno, di appena due giorni fa, rivelatori di una realtà di sfruttamento, simile a nuove forme di schiavitù, purtroppo strutturali e non episodiche nel nostro paese. Presenti non solo nel Meridione, ha poi insistito Denis Vayre della Flai Cgil, ma anche in Piemonte, senza nessuna giustificazione qui, se mai giustificazione potesse esserci, in quanto i prodotti dell’agricoltura qui realizzano già un elevato valore aggiunto e i margini di guadagno non sarebbero certo compromessi da salari e condizioni di lavoro più eque.

Sono andato, con questo resoconto della serata di ieri, direttamente al centro dei problemi odierni, che mi stanno a cuore. Li ricordo infatti anche a conclusione del mio libro, questi problemi odierni, quando racconto che alla fine del mio viaggio sui luoghi delle lotte contadine di allora, mi sono ritrovato a Nardò nei pressi di un luogo di uno sciopero a noi più vicino, quello dei braccianti africani di Nardò, del 2011, raccontato tra gli altri anche Yves Sagnet nel libro ” Sulla pelle,viva”.
Aveva introdotto la serata qui a Chivasso, Filippo Novello, anima dell’associazione lucana Giuseppe Novello, suo padre, e testimone di una memoria che tutti dobbiamo ravvivare. Aveva poi portato i saluti dell’amministrazione l’assessore alle politiche sociali, famiglia e lavoro Annalisa De Col, ricordando non solo le importanti tradizioni agricole di queste terre ma l’attualità anche oggi di una buona agricoltura, per risolvere tante contraddizioni attuali. Già delineato così, s’intravede bene il contesto ampio, ampio come un grande respiro, direi, dentro al quale si è collocata la presentazione del mio libro L’erba dagli zoccoli, che quindi non è più un evento a sé, un particolare a cui prestare un po’ di attenzione, ma uno stimolo a parlare della storia, di oggi, della vita che siamo noi.

È proprio quello che speravo, quando ancora scrivevo, prima di iniziare a coinvolgere tanti amici. Francesco Candido, fratello di Filippo ha voluto poi esagerare, lo dico scherzando, nel raccogliere questo respiro, “non impauritevi”, ha detto, “se inizio il mio intervento citando Spartaco nel 73 avanti Cristo, quando a Metaponto, oggi in provincia di Matera, i contadini di allora si unirono a lui, intravedendo una via di riscatto.” Questo, per sottolineare il carattere atavico delle rivolte contadine, dentro una storia dalle radici profonde, e non semplici scoppi locali o episodici, slegati da tutto. Un richiamo assai efficace, il suo,  per poi ricostruire i momenti principali e più significativi di questa storia, dall’unità d’Italia in poi, attraverso il movimento dei fasci siciliani, le rivolte al ritorno dal fronte della prima guerra mondiale, per cercare di far rispettare le promesse di Salandra, alle lotte del secondo dopoguerra e al ruolo della Cgil di Di Vittorio. Non dimenticando nel suo intervento il lavoro di Nuto Revelli, con il suo Il mondo dei vinti, dedicato ai contadini di questa regione.

pippo_romanoTra i vari interventi parlati alcuni interventi musicali, con Pippo Romano, chitarra e voce di passione e coinvolgimento, con due pezzi assai significativi, dalla Sicilia, il primo di Ignazio Buttitta dedicato ai contadini di Portella della Ginestra, vittime il 1 maggio 1947 di quella che è stata sempre definita come la prima strage di Stato. È la repressione stessa che c’è lo ricorda. Cosa dire di più per far capire che queste lotte non sono state episodi frammentari, ma il filo rosso che ha costruito la nostra identità, che oggi rischia un po’ di smarrirsi, e sono state un grande tentativo di ricostruire dal basso l’unità del nostro paese? Il secondo pezzo è di Domenico Modugno – il siciliano del Salento, come tante volte l’hanno definito – che a sua volta lo compose riprendendo canti nati spontaneamente dentro al nostro popolo, Malarazza, quella canzone che nel ritornello ci dice, ma che ti lamenti prendi il bastone e tira fuori i denti.

Capite bene che a questo punto era davvero emozionante alzarsi in piedi e leggere i due brani che avevo scelto per la serata, estratti il primo dalla storia di Cosmo Mangiocco e Nicola Mattia e ai fatti di Lentella del 21 marzo 1950, nel sud dell’Abruzzo, per aggiungere ancora un altro pezzo che compone il mosaico del nostro paese. Il secondo brano l’avevo estratto dal racconto lucano dedicato al poeta contadino e sindaco di Tricarico Rocco Scotellaro, quando negli stessi giorni di Lentella, fu imprigionato per 45 giorni con accuse false da cui poi fu scagionato. I suoi giorni in prigione, come li racconta lui stesso nella autobiografia L’uva puttanella. Ho scelto di leggere la parte del mio racconto più ricca di citazioni di Rocco Scotellaro, non solo per rendergli meglio omaggio ma anche perché in prigione Rocco incontrò i contadini di Montescaglioso, e perché poi Rocco dedicó una poesia a Giuseppe Novello, che volevo leggere in chiusura.

Tricarico e Scotellaro non potevano che stuzzicare Pippo Romano a chiudere con una terza canzone, non prevista prima ma doverosa a questo punto, quella che il tricaricese Pietro Cirillo ha composto proprio per onorare il poeta contadino suo concittadino: A Rocco

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