Una montagna di libri a Bussoleno

banditen“Una montagna di libri nella valle che resiste”. Con L‘erba dagli zoccoli dentro questo festival a Bussoleno. Si può raccontare un festival in poche note, per trasmetterlo a chi non c’era? Credo di no. Bisogna viverlo, respirarlo da dentro. Poi magari lo si racconta pure ma con calma, io lo faccio per ora partendo dalle mie suggestioni più immediate.
Acthung banditen, trovo scritto sullo striscione all’ingresso dell’area festival, nel piccolo centro storico di Bussoleno, che sembra un’isola, e capisco subito che i banditi siamo noi stessi, arrivati lì con la nostra immaginazione, che ci accompagna e guida, e ci aiuta vedere noi stessi da altre angolazioni. Il festival siamo noi, che qui ci riconosciamo e ritroviamo. Resisto dunque sono. Mi vengono in mente le altre situazioni in cui ho avvertito una sensazione analoga. Ce ne sono, per fortuna. Ricordo ad esempio qualche anno fa, quando arrivammo in una sera di ottobre su alla diga del Vajont, e stava prendendo vita la notte della veglia, organizzata dall’associazione dei cittadini per la memoria del Vajont, tutti attorno a un grande falò, a raccontarci storie vicine e lontane. Tranquilli e caparbi. Le nostre narrazioni. O altri ancora, anche più lontani. C’è n’è uno di quando ero ancora ragazzo, una mattina all’alba in un quartiere di Roma, insieme a chi aveva occupato la casa e vigilava nel buio della notte, e aspettando ci si raccontava storie. Non so cosa sia, questo tutt’uno con le suggestioni che ci si svegliano addosso, questa sensazione di tranquillità e distensione che noto.

Si entra nel centro storico superando un piccolo ponte, come avviene talvolta nei romanzi. Sotto vi scorre non un torrentello ma tutta la Dora, carica e impetuosa, e ciò che mi meraviglia è il contrasto tra la possente massa dell’acqua che corre, grigia come la pietra e in perenne transumanza verso valle, e il suo silenzio, come se anche la Dora si sentisse tranquilla.
Passava di qui la via francigena, e qui ora per la prima volta riesco a immaginarla come doveva essere allora, nei “secoli bui” del Medioevo, quando le persone attraversavano lente e sicure di sé l’intera Europa, come dentro i proprio stessi cammini. Prima d’ora la francigena l’avevo sempre associata ai moderni camminanti di oggi, che la simulano con lo zaino in spalla, magari anche pensando di ritrovarne il senso. Ma chissà, forse sono ingiusto con questi camminanti, e forse anche con me stesso, ma mi pare talvolta che il senso l’abbiamo già, qui nei paraggi, basterebbe solo dargli uno sguardo in più. La via francigena. È come se la valle che resiste avesse resistito alla Storia, allo spostarsi avanti e indietro dei confini tra gli stati che le autorità costituite rimaneggiavano come un capriccio della storia, o della convenienza del momento, mentre le persone che c’erano dentro, in questa storia che gli scorre addosso, i confini gli toccava come sempre di sconfinarli.
Sulla piazzetta attrezzata per accogliere il festival c’è un vecchio mulino. La storia siamo noi, siamo noi questo piatto di grano, dicono le parole di una canzone di De Gregori. È stato in funzione fino a pochi decenni fa. “Ricordo che si veniva ancora, da bambina con mio padre, a far macinare le nostre cose” mi racconta Rita, la libraia che ha i suoi libri qui all’angolo della piazza, a fianco del ponte. Dentro il mulino, in parte già ristrutturato, vedo tutti quei macchinari ingegnosi che si sviluppano in verticale, quasi non si scorge il soffitto. Ruote, ingranaggi, assi che sembrano scale, cinture, tubi morbidi di tela che scendono ondeggianti tra altre impalcature che salgono: l’avessi avuto da bambino un luogo come questo, una scultura dell’immaginario, eco di un mondo che riesci quasi a sentire! Chissà quali davvero erano i rumori, e le polveri ma quelle vere che si vedono, e le traiettorie oblique dei raggi di luce che le attraversavano, e i movimenti delle persone che ci vivevano dentro?
La sorpresa maggiore la trovo però nella sala museo all’ingresso. Scopro un legame, anche lui come una sfida al tempo, non solo con la mia regione, ma con le storie dei contadini che ho portato con me. C’è esposta la foto di un contratto per la cessione di un brevetto e gli accordi per la produzione e distribuzione di una macchina innovativa per il lavoro nei mulini. È un accordo commerciale degli anni Trenta tra la ditta di qui, di Varesio Secondo, e la Baldeschi & Sandreani di Cantiano, nelle Marche, che era leader in Italia non solo nella produzione di macchine molitorie ma anche e soprattutto nelle pietre per macinare. Quelle pietre rotonde ricavate dal monte Catria, a cui accenno nel mio libro, nel racconto Il curandero. Pietre di tutte le dimensioni, levigate nel modo giusto, equilibrate nel peso, che devono essere leggere quando quasi sfiorano i semi carezzandoli con la giusta dose di forza. Da Cantiano, questa ditta le esportava in tutta Italia, per diversi tipi di lavorazione e adatte ai diversi grani, e giù giù fino alle olive.
Avevo letto che commerciava soprattuto verso il Sud e le isole. Mi mancava questo legame con la valle di Susa, che ora ho trovato esposto come un vanto in questo vecchio mulino.

Nel mio libro L’erba dagli zoccoli cito le pietre del Catria e di Cantiano, e cito anche il particolare pane di Chiaserna, il paese accanto, i cui capitolati di lavorazione risalgono al medio evo e ancora sono tramandati in segreto, con discrezione. Sapendo della diffusione di queste pietre nel terre del Sud, nel mio libro fingo che venga proprio da Cantiano la macina che trovo nei sotterranei di un vecchio convento degli Olivetani, abbandonato da pochi decenni, in mezzo a ulivi secolari nella macchia dell’Arneo, dove il regista Luigi del Prete mi aveva guidato sulle tracce delle lotte contadine dei capodanni del ’50 e del ’51. In questo caso era una macina per olive, quella che avevo ammirato, possente, una grande ruota possente, appoggiata in piedi e di lato sul pavimento di terra battuta, come se avesse smesso di lavorare da poco. Hanno la forma di una ruota le macine, e sembrano delicate. Altro che delicatezza, forse non bastavano i muli per farle girare, forse strappavano via la forza dal corpo stesso delle persone che per poche lire dovevano lavorarci, da notte a notte, contente che durasse qualche giorno in più quel lavoro. Chissà come si lavorava qui, dentro questo mulino… ma guarda te che associazioni di idee devono saltarmi fuori, dietro questo striscione che è scanzonato come un gioco, acthung banditen, siamo qui, venite a prenderci se ne avete voglia.

Poi sì, c’è stato naturalmente in questi giorni anche il festival, che non racconto in queste righe, potete trovare una sintesi di queste ricche giornate insieme sul blog del festival, i Senza titololibri, le nostre parole, la musica, gli scambi, il conoscersi. Il primo libro a esporsi in pubblico è stato Il ragazzo selvatico di Paolo Cognetti (ed. Terre di Mezzo): non ci avevo fatto caso subito ma ora che sono a casa quel libro mi appare anche come una metafora di questi giorni, lo sciogliersi lento che si fa avanti tra le persone, dopo l’inizio. Siamo tutti un poco selvatici, in attesa di farci avvicinare. Raccogliere la ricchezza del festival in poche righe non è possibile, ci vuole più lentezza, anch’io ho portato via la mia piccola scorta di appunti e libri, e di suggestioni che ora si rimestano dentro. Sul sito di Carmilla è già disponibile la video intervista a Valerio Evangelisti proiettata sabato pomeriggio, subito prima della seconda tavola rotonda in programma, alla quale ho partecipato anch’io. Le letture, i libri, i colori, le musiche di venerdì e di sabato, la ghironda contrabbandiera dei Lou Dalfin, e sabato pomeriggio anche il nostro Verdicchio marchigiano portato fino a qui da Valeria e Corrado – qui con il libro Diario di un vignaiolo dissidente –  tanto per rendere attuale quel legame tra terre lontane di cui parlavo sopra, da assaggiare, fresco e denso di giallo come un sole. Ci sarà modo di tornarci sù su tutto questo festival.

Le previsioni del tempo promettevano fulmini e saette e invece “il tempo oggi ce lo facciamo noi”, come i wheathermen di Bob Dylan, e come ho sentito il giorno dopo, domenica, in una bella lettura recitata, su nei boschi attorno al cantiere, dove il festival si è trasferito il terzo giorno, e anche in questo caso dopo aver attraversato un piccolo ponte, per ricordare quella giornata del 3 luglio 2011, quando furono sparati i 4357 lacrimogeni. “Il tempo oggi c’è lo facciamo noi” è la frase che ho estratto da quella lettura che abbiamo ascoltati seduti attorno in cerchio.
Il tempo ha sfidato le previsioni e ha prevalso il sole, non ci ha contrastato, soprattutto nel giorno della passeggiata collettiva sù, nei luoghi dove tutta questa storia ancora oggi palpita e vive.

(QUI le mie foto)

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