“Non so se l’ho mai vista la luce” (recensione)

edbRecensione di Enzo di Brango, pubblicata su Le Monde diplomatique in edicola con il manifesto del 15 giugno 2016.

«Tullio Bugari sembra possedere la serena rassegnazione dei contadini. La predisposizione e l’abitudine alla sconfitta del quarto stato, è forse per questo che sciorina parole calme e nei mille piccoli drammi che racconta non eccede mai in violenza verbale.
Lo avevamo già apprezzato per il suo viaggio in bicicletta lungo la linea gotica a raccogliere le ultime testimonianze di chi tedeschi e fascisti li aveva conosciuti da vicino, nel momento più terribile della loro parabola in declino, quando, come belve mai appagate di sangue altrui, perpetrarono i loro efferati ultimi eccidi.
Anche allora i racconti scivolavano, tra una pedalata e l’altra, tra una sosta all’osteria ed uno sguardo al panorama, con delicatezza davanti all’occhio attento del lettore. E così, prima di dare corpo agli undici quadri che narrano storie di un mondo rurale oramai perduto nel mito, ai confini delle identità, ci racconta frammenti della sua infanzia, anch’essa divorata dai ritmi bestiali del capitalismo ai tempi del liberismo:
«Non so se l’ho mai vista la luce, cerco d’immaginarla. M’hanno raccontato che corre dentro i fili di ferro che gli uomini appendono sui pali di legno, e brucia le mani a toccarli. L’ultimo palo lo piantano oggi, nell’angolo del campo là sulla sinistra, oltre il recinto di canne che delimita il cortile. Immagino già il filo teso tra gli alberi fino alla nostra casa. Mia sorella ha comprato cinque lampadine, non le avevo mai viste, sembrano ovi di vetro».
L’ultima stagione delle secolari lotte contadine, tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento, prima del grande e definitivo esodo dalle campagne, prima delle grandi migrazioni, è qui narrata con storie vere, alcune quasi sopite nella memoria, altre ancora vive e resistenti all’oblio.
C’è la mondina-partigiana Maria Margotti, falciata a soli 34 anni da una raffica di mitra sparata da uno dei tanti carabinieri che, nel nostro paese, ufficialmente addetti all’ordine pubblico vengono in realtà spesso utilizzati in chiave repressiva delle lotte.
E c’è, viva e palpitante come dovrebbe essere nel ricordo di ogni cittadino, la ricostruzione della prima strage contadina perpetrata nel Meridione, quella di Portella della Ginestra. Con la crudezza delle fucilate, mafiose e politiche nello stesso tempo, che violentano i corpi ma anche gli angoli di campagna, l’odore della terra, la rugiada sulle violette nei fossi, il fiato dei campi.
Tra le storie, tutte meritevoli di attenta lettura, va segnalata anche quella del poeta contadino, di Rocco Scotellaro, primo sindaco socialista di Tricarico, in un episodio che la dice lunga sui sistemi repressivi del potere. È l’8 febbraio del 1950 e Rocco, quel sindaco sovversivo che si è permesso di occupare le terre dei potenti con i contadini al seguito, va in galera. Uscirà 45 giorni dopo, appena in tempo per piangere altri contadini uccisi «per ordine pubblico», a San Severo, ad Avezzano, a Lentella.»

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