Come l’erba dagli zoccoli dei cavalli

13595953_10210021674121276_181399389_nMercoledì 6 luglio a Fabriano con L’erba dagli zoccoli, in un circolo ippico. Mi ha molto divertito questa “location”, come si dice comunemente oggi usando una parola che io non uso mai ma ora finalmente la trovo paradossalmente appropriata, divertente. Innanzitutto, perché gli zoccoli del titolo del libro non sono quelli che si calzano ai piedi, no, sono proprio quelli dei cavalli, e quindi girando per presentare il libro prima o poi i cavalli, giustamente, dovevano saltare fuori davvero. La frase intera da cui è estratto il titolo – decontestualizzandolo, come si dice, e quindi aprendolo anche ad altro – è questa: “Calpestati come l’erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo”. È tratta dal monologo del brigante Carmine Donatelli Crocco, come viene recitato nello spettacolo La storia bandita, che si rappresenta oramai da una quindicina di anni al parco della Grancia, nel cuore delle dolomiti lucane, dove Crocco all’indomani dell’Unità d’Italia teneva il suo quartier generale, alla testa di un esercito che disponeva di oltre mille cavalli.

Per carità, è tutt’altro contesto un circolo ippico tra le dolci montagne fabrianesi, ma mi diverte l’assonanza dei cavalli, e anche il contrasto dei contesti, e i fili nascosti e misteriosi delle continuità che forse li collegano.

Fabriano terra di Merlonia, come sempre l’abbiamo amichevolmente definita dal dopoguerra a oggi, in questa lunga stagione – limitiamoci qui a quella industriale del dopoguerra, perché ci sarebbe anche tanto altro – che ha visto il territorio trasformarsi più volte, e ogni volta provare a ritrovarsi, dalla realtà agricola e mezzadrile dell’entroterra allo stabilimento industriale sotto casa, tra l’orto e la catena di montaggio.

Quando frequentavo le elementari all’inizio degli anni Sessanta, ed ero ancora fresco della mia vita in campagna, da Jesi ci portarono in gita scolastica a visitare lo stabilimento di cucine ad Albacina: tutti ammirati col naso in aria a guardare le cucine che un nastro portava a spasso qua e là dentro al capannone, tutte in fila, bianche, tante e tutte uguali, molto più numerose degli operai che da sotto, qua e là, le rincorrevano con qualche attrezzo in mano. Ad averlo avuto noi un giocattolo così!

I ‘metalmezzadri’ fu una parola coniata durante gli operaisti e sindacali anni Settanta, quasi a giustificarne o stigmatizzarne, a seconda dei punti di vista, il permanere comunque d’un legame con la terra, e di rimando magari anche una certa ritrosia alla partecipazione sindacale – Merlonia era un feudo scudocrociato – oppure quel tasso d’assenteismo dal lavoro più alto nei periodi della vendemmia o di altri raccolti.

Ritrosia relativa, perché non solo l’operaismo e il sindacalismo ha attraversato, naturalmente, anche queste valli, ma già prima dell’industrializzazione le agitazioni mezzadrili e le lotte, ad esempio contro le disdette o per il superamento delle regalie, non mancarono di far sentire per bene le loro voci anche da queste parti, rivivendo magari anche forme di continuità con le esperienze, singole o collettive, vissute durante la guerra e con la resistenza partigiana, in luoghi lontani ma anche sulle montagne qui attorno. La vicenda più epica fu l’assalto al treno.

Un’evoluzione che è quasi un intero ciclo, durato un settantennio. Poche settimane fa, il 18 giugno, è morto Vittorio Merloni, definito il re degli elettrodomestici, come se la sua stessa vita avesse dovuto coincidere con un ciclo giunto alla fine. Già il suo gruppo era diventato una multinazionale, con tutte le sue delocalizzazioni, e il marchio che campeggia ora è quello di Whirlpool. Oggi l’intero comprensorio è terra di deindustrializzazione. È “La fine di un’illusione”  titola un film documentario in quattro puntate presentato pochi mesi fa e disponibile ora in rete: dalla piena occupazione a tassi di disoccupazione mai visti, passando per le lotte operaie e poi una delocalizzazione che oggi mette fine a quell’immagine metalmezzadra di vicinanza casa lavoro, dello stabilimento alla periferia della città, della fabbrica integrata al territorio e così via. Ma non solo metalmezzadra e fabrianese, anzi, lo ritroviamo in tutta la regione questo storico innervarsi dell’industria sulla stessa struttura sociale, antropologica ed economica mezzadrile, come ci ha spiegato nei suoi libri Massimo Paci, definendo anche i caratteri peculiari in cui si esprime, o si è espresso, il conflitto sociale, o addirittura si è modellato nel tempo il paesaggio rurale e urbano, per molti anni. La regione dei distretti industriali e del piccolo è bello. Dello “sviluppo senza fratture” descritto da Giorgio Fuà per sottolinearne il carattere di coesione sociale, pur nell’ambito di un conflitto che certo c’era ma si esprimeva dentro cornici conosciute, mentre Sergio Anselmi specificava invece che si trattava in realtà di uno “sviluppo senza fatture”, ricordando con la sua ironia pungente che il confine tra la creatività e l’arrangiarsi, ognuno come gli riesce, è sempre molto labile.

La fine di un illusione conclude il suo viaggio con il ritorno alla terra, un ritorno che forse già s’intravede davvero ma che più realisticamente è ancora molto da sviluppare e sostenere, e più che un ritorno probabilmente è una riscoperta. Insomma, sono molte le cose che mi stuzzicano, in questo piccolo ritrovarmi a Fabriano. Io che con le storie del mio libro mi colloco all’inizio di questo ciclo storico che ora pare chiuso. Ho ripescato storie di lotte contadine nel dopoguerra, a cavallo tra gli anni quaranta e cinquanta, l’ultima stagione di quella epicità e di quel mondo destinato a trasformarsi, ma che aveva al suo interno anche l’esigenza di decidere come trasformarsi e in quale direzione, e aveva alle spalle, o sulle spalle, anni e secoli di diseguaglianze, e una gran voglia di cambiare.

Ho ripescato per il libro storie di oltre sessanta anni fa, e sto cercando ora di raccontarle e presentarle nel modo migliore possibile, cercando di non cadere nella commemorazione di lotte sfortunate -secondo certi punti di vista anche perdenti perché costate sacrifici troppo grandi, anche di vite umane talvolta-, e cercando il più possibile di evitare anche nostalgie sterili di un mondo che non solo non c’è più ma che non dobbiamo nemmeno immaginare diverso o idealizzato rispetto a ciò che invece è davvero stato, nel senso della sua fatica. Cercando in quelle lotte l’attualità che ci riguarda oggi.

E allora, mettere inseme questi elementi, dagli zoccoli dei cavalli alla fine di un’illusione, mi sembra quasi ritrovare la metafora di un intero arco di tempo che non riguarda solo il nostro territorio locale ma tutti i territori. E in mezzo a tutto, il metalmezzadro, il legame o il ritono alla terra, alla specificità del proprio territorio, stretto ancora una volta tra dinamiche che lo travalicano e maltrattano. La chiamano globalizzazione. Possiamo ritrovare oggi questo universo di elementi in qualsiasi territorio, se riusciamo però recuperare la giusta angolazione dello sguardo. Ho ritrovato qui, in questi giorni, seguendo ciò che accade, anche ulteriori e attuali elementi di contatto con altri territori. Lo pensavo all’inizio del mese, mentre ero seduto nella piazzetta di Bussoleno in Val di Susa durante il mio momento di tavola rotonda, nel festival Una montagna di libri nella valle che resiste, e mi venivano in mente anche le nuove strade di qui, che stanno sventrando quel poco che resta, e a cui anche qui dal basso ci si oppone, ad esempio con lo slogan e il comitato Riprendiamoci la strada. Tanto per citare un solo esempio.

E dunque, bene, forse anche un incontro nato quasi per caso tra un circolo ippico e l’Erba dagli zoccoli può essere un pretesto per ritrovarci sulle nostre cose.

Mercoledì 6 luglio ore 20.00, “L’erba dagli zoccoli” di Tullio Bugari – letture di Tullio Bugari , musiche di Silvano Staffolani – Tenuta Brosciano, via Mattarella 62, Fabriano (AN) – (collaborazione artistica Teatro del Bagatto – Percorsi Creativi).

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