Io vendo l’ovi a Roma (tra contadini e pirati)

“Io vendo l’ovi a Roma”, inizia così il racconto “Il Curandero”, il quarto in ordine di ingresso nel libro e dedicato alle lotte mezzadrili della nostra e delle regioni del centro Italia. Ho preso in prestito questa battuta da Francesco Mattioni, del Teatro Pirata, dal suo spettacolo Arrivi e Partenze, dedicato al nonno, che come tanti altri da giovane aveva fatto il corriere e dalle Marche andava in treno a vendere le uova a Roma.

FRA-ARRIVI-E-PARTENZEEbbi occasione di godere di questo spettacolo per la prima volta sedici anni fa, nel maggio del 2000; ero sceso con Francesco a Mola di Bari dove ALI per giocare, l’Associazione italiana dei ludobus e delle ludoteche  aveva organizzato il suo raduno annuale, e il nostro comune amico Andrea Mori della cooperativa barese Progetto Città ci aveva invitato. A me per parlare di intercultura e a Francesco di animazione e di teatro, e lui lo fece proprio con Arrivi e partenze, che era ancora nuovo, raccontando i corrieri nella forma del gioco e dell’omaggio all’arte del narrare, come gli stessi corrieri si narravano tra loro storie durante quei viaggi a Roma, sui treni lenti e sobbalzanti di allora. Abbiamo abbastanza anni, io e Francesco, per ricordarci degli ultimi corrieri che incontravamo nei  nostri primi viaggi in treno, e farli rivivere sul palco attraverso la fantasia del gioco, come fa Francesco, smuove certamente  l’emozione. Ricordo bene quella sera a Mola, nel villaggio turistico che ci ospitava, quei duecento o trecento aspiranti giovani animatori da tutta Italia, seduti a terra ai bordi della piscina, sbalorditi prima ancora che incantati dalle invenzioni narrative messe in campo da Francesco. Dai bauli delle uova di Attilio, il nome del personaggio, saltavano fuori a ogni istante nuovi giochi, ricordi, pretesti, concatenazioni di storie, anche malinconie talvolta, alternate a risate soddisfatte. Era in forma Francesco, dai giovani sparsi attorno gli tornava indietro un’emozione che lo trascinava.

In venti anni, mi racconta Francesco, lo ha rappresentato oramai circa trecento volte, in ogni parte d’Italia, evolvendo lui stesso insieme al personaggio che mette in scena, e che non è esattamente il nonno perché Attilio in realtà è un vicino di casa del nonno, che continuò più a lungo di altri questi suoi viaggi, anche quando il mondo intorno stava già iniziando a cambiare, stuzzicando così più a lungo di altri la fantasia dei bambini di allora, che lo vedevano partire e tornare e finivano col confonderlo con un mondo sempre più al confine tra la fantasia e la memoria. Anzi, l’evoluzione attraversata da Francesco lungo le sue repliche, mi confessa, è proprio dal personaggio – che nei primi anni metteva in scena cercando di interpretarlo e quasi spiegarlo, per far capire chi fosse e presentarcelo, preoccupato quasi di fargli fare bella figura – verso un ritorno a se stesso, rivivendolo e annullando ogni giorno di più la differenza tra Attilio e se stesso. Sarà l’età, dopo venti anni, scherza Francesco.

Dalle valigie che continua a portare sul palco, e continua a spalancare come altrettanti mondi, le storie che escono fuori non sono più solo le storie di altri – raccolte nel tempo e assorbite per poi essere raccontate, prendendosi anche qualche giusta libertà nel racconto, come la storia di nonna Rosa – ma sono diventate nel frattempo le storie proprie che ci si porta dentro, che hanno a loro volta precisi rimandi personali, un inizio, un luogo, un pretesto per risvegliarsi ogni volta, sul palco e non solo. Attilio è diventato un corriere più maturo dopo tutto questo viaggiare con le sue storie.

In Arrivi e partenze la scena è alla stazione, il treno ha un ritardo di 5o minuti. Poco male, dice Attilio, 50 minuti sono tanti, giusto quello che ci vuole per raccontarvi una storia: “tutto accade tra un treno che parte e uno che arriva” – c’è scritto in uno dei depliant promozionali – “nel magico momento dell’attesa, quando il tempo si sospende, come nelle fiabe, come nei racconti, come nei sogni, come nel teatro.”

Nel racconto Il Curandero invece la scena è all’interno dello scompartimento, appena il treno lascia la stazione e il tempo non è ancora sospeso ma diviene. Il treno avanza lento con i suoi scossoni, ed è così che dall’interno della magica atmosfera della notte e dei ricordi emerge l’esigenza del racconto, che si fa strada, scova le giuste pause nel tempo, e per un po’  addirittura lo sospende il tempo, mentre mostra le storie che ha scelto di narrare a chi è pronto ad ascoltarle.

Sono debitore all’Attilio Francesco, per avermi ispirato nell’impostare il mio racconto, che poi si sviluppa seguendo i suoi propri fili narrativi, intrecciandosi anche con gli altri racconti del libro. In comune, il mio lavoro e il suo, oltre alla battuta iniziale – “Io vendo l’ovi a Roma” – credo che abbiano proprio una rispettosa attenzione verso le storie delle generazioni che ci hanno preceduto, e il piacere che si prova quando si riesce a riviverle grazie a una qualche magia dentro i racconti.

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