Le Fattizze, l’Arneo e Cosimino Ingrosso

Le Fattizze. La presenza che resiste. Mi suggestiona di nuovo questo luogo, come la prima volta che ho fatto un giro da queste parti. “L’Arneo lo conoscevamo bene – dice una delle prime voci che cito nel racconto dedicato a queste lotte – durante l’inverno ci andavamo a raccogliere i funghi, le lumache, qualche volta stavamo due o tre giorni, dormivamo nelle masserie, nelle Fattizze.” 

 Con l’erba dagli zoccoli cerco una via per conciliarmi con il magico fondo delle storie e la densità dei significati che trattengono. Cercando anche di evitare, per una sorta di pudore, spiegazioni che suonerebbero riduttive per queste storie, o normalizzanti, ma non so se ci riesco sempre. L’altra sera ho letto, alternandomi alle canzoni interpretate da Alice Rolli.

“L’immaginazione spinge sempre verso quello che non cade sotto i sensi”, scrive il Poeta nella citazione che apre il primo racconto del libro, quello introduttivo e autobiografico.

“Ma dove è che accade questa strana storia che mi conti? – recita uno dei dialoghi immaginari nel racconto dedicato a Rocco Scotellaro e ai contadini di Montescaglioso, e la risposta, attraverso Carlo Levi, è: “Nell’altro mondo dei contadini, dove non si entra senza una chiave di magia”. 

Lo spaventapasseri di Ezio Bartocci che dalla copertina lancia uno sguardo di lato, un po’ sornione e a suo modo elegante con il suo fazzoletto rosso annodato, forse è il custode proprio di questa chiave, e i passeri in realtà potrebbero essere i suoi alleati oramai in questa era moderna, o addirittura postmoderna.

Il poeta Vittorio Bodini, quando entrò clandestino in Arneo nel giorno dell’epifania del 1951, la chiamò “ingrugnita” questa terra, e già nominandola sembra di vedere la fitta macchia di arbusti contorti che tentano di intrappolare le pietre, qui disseminate ovunque, sopra e sotto la terra. Sono così tante, le pietre, da riempire lo sguardo, come se lo stesso creatore le avesse dimenticate fino a quel momento e quando se ne ricordò decise di scrollarsele tutte assieme, qui, senza criterio. Ingrugnita però la sento anche una parola umana, mi piace, ha una sonorità materica, densa di un’umanità peculiare, capace di trattenere o addirittura stuzzicare la tenacia, e farla convivere con quel qualcosa d’impreciso che sarebbe riduttivo ricondurlo ai sogni, perché forse nemmeno i sogni possono essere soltanto sogni, devono possedere quel qualcosa in più che lega al posto, o trattiene. È uno dei luoghi dove si ritorna, o che ritornano. Dove sogni e progetti potrebbero addirittura mescolarsi e allora chissà a chi dei due potrebbe toccare di smacchiare l’altro?  Cerco le parole per dirlo ma ci giro soltanto attorno.

Ieri sera alle Fattizze ho incontrato Cosimino Ingrosso. Al tempo delle occupazioni aveva ventitré o ventiquattro anni, ed era già il Cosimino che sapeva d’essere seguito dagli altri. Ieri sera aveva la febbre, forse il caldo o qualche altra cosa, e alla sua età è ancora più fastidioso. Ma gli avevano detto che arrivava qualcuno da fuori con un libro, per rievocare insieme la storia dell’Arneo, e lui già dal pomeriggio aveva annunciato comunque la sua presenza. È stato davvero un regalo, e un enorme piacere per me averlo conosciuto, e insieme il rimpianto per non aver chiacchierato assai più a lungo.

Cosimino ieri sera non è sceso dall’auto, era troppo stanco per farlo, così abbiamo chiacchierato lì nei minuti che hanno preceduto l’inizio della serata. Ha novanta anni e ciò che il tono della sua voce, a tratti carico d’emozione, e le sue parole e la limpidezza del suo sguardo mi hanno trasmesso, è una specie di voglia pacata ma insieme ingrugnita di viverne altrettanti di anni, per rifare le stesse cose che ha fatto, non nello stesso modo magari oppure chissà, ma comunque sapendo per tempo che tutto deve essere anche raccontato e trasmesso, per chi come lui c’è stato davvero. È il tempo dell’ultima pietra da smacchiare. Da un po’ di anni sta raccogliendo le sue memorie, le riflessioni sulle tante storie che ha vissuto e incontrato. Ne ha riempiti già diversi quaderni e qualcuno lo sta aiutando a organizzarli, renderli fruibili o pubblicabili, reclamargli il posto che gli spetta in questa nostra Storia. Sta smacchiando e dissodando la sua memoria, si potrebbe dire parafrasando le metafore utilizzate a suo tempo per descrivere i contadini d’Arneo alle prese con questa terra ingrugnita. Nel senso umano del termine, aggiungo ora.

Qualcuno ieri sera, prima che ci incontrassimo, aveva già anticipato a Cosimino di come mi avesse colpito la storia del suo incontro incredibile dentro il carcere di Lecce con i contadini calabresi, indirettamente, attraverso la lettera da loro spedita lì al figlio poliziotto, che la riceve e nell’animo gli scatta qualcosa che lo spinge a condividerla con qualcuno, e deve avere già individuato nel gruppo dei contadini arrestati la figura di Cosimino. Me lo immagino così quel ragazzo di Calabria in divisa, che osserva, studia il personaggio, valuta che sia lui la persona giusta e poi, in un angolo del carcere che li nasconde entrambi in un’imprevista complicità, come in un riparo discreto nella macchia d’Arneo, gli allunga quel pezzo di carta stropicciato, e Cosimino ascolta e si commuove: “Caro figghjiu, noi siamo stati ad occupare le terre, tu se ti comandano di andare a combattere contro i braccianti non andare, non andare.”

Io nella finzione del mio libro, immagino quei due genitori a Melissa, mentre insieme scrivono al loro figlio la sera della vigilia dell’occupazione delle terre di Fragalà. Io gioco di fantasia, ma la lettera e le mille ansie della vita che racchiude sono vere, nessuno potrebbe inventarle così dal nulla, con la stessa consapevole e solida leggerezza. Ciò che accadde a Melissa, in molti luoghi e qui all’Arneo assunse spesso dinamiche epiche, Arneide come la chiama Luigi Del Prete nel suo film documentario.

Le Fattizze sono questo luogo. Lo senti appena arrivi. Martedì scorso, il 26 luglio, abbiamo cercato di onorarlo, con la la lettura di brani del libro, che ho scelto da tre diversi racconti, centro nord e sud uniti nella lotta. L’incipit del racconto marchigiano Il curandero, poi un estratto dal racconto mantovano su Vittorio Veronesi, e infine un ampio estratto del racconto d’Arneo, L’aereo che fa la guerra ai contadini.  

 Notavo grande attenzione e curiosità in chi ascoltava, l’atmosfera era giusta e l’accompagnamento musicale più di un compagno d’avventura e di racconto, con la bella voce e interpretazione di Alice Rolli, che si è alternata con me suonando e cantando cinque pezzi. La malarazza, la Canzone dell’Arneo, il bellissimo Cantu e cuntu di Rosa Balistreri, La quistione meridionale di Rina Durante, Terra ca nu senti, sempre Rosa Balistreri. Anche la musica è un deposito e un laboratorio continuo di storie da scoprire e cantare, e cantare è appunto cuntare le storie, come dice Rosa Balistreri. E condividerle tra amici, come abbiamo fatto noi, fa bene allo spirito.

Il brano che ho letto sulla lotta d’Arneo terminava con una citazione di Vittorio Bodini, dal suo reportage al processo contro i contadini arrestati: “Dopo le conclusioni del Pubblico Ministero, che lanciano aperte tutte le porte alla difesa, c’è nel pubblico un’aria di sollievo e nelle interruzioni i contadini che dall’anno scorso lavorano sull’Arneo portano agli imputati i primi prodotti strappati dalle loro mani alla squallida macchia. Fanno la loro apparizione in aula fave, cicoria e piselli freschi.”

(nelle foto, alcuni momenti della serata all’azienda Agrituristica Le Fattizze e dell’accompagnamento musicale di Alice Rolli)

(Qui su flickr alcune foto del tramonto dalla torretta di osservazione delle Fattizze)

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