Davanti a me alcuni ragazzi bruciavano le guerre (I Vajont)

4Diga del Vajont, dodicesimo presidio Notte bianca della memoria, Cittadini per la memoria del Vajont.  «Il Vajont è come un fiume dentro il quale ci finiscono tutti i torrenti che raccontano la storia di cosa sia capace l’uomo per profitto, avidità, potere e indifferenza» dice la voce narrante che ci accompagna dentro il viaggio nei Vajont.  I Vajont è il titolo del film reportage di Lucia Vastano e Maura Crudeli.
L’idea del film, mi diceva Lucia Vastano sabato sera su alla diga, è nata tre anni fa, la notte del 50° anniversario, quando alla veglia notturna di allora parteciparono molte associazioni, alcune in collegamento video e molte altre presenti direttamente, l’Aiea, associazione italiana esposti amianto, Medicina Democratica, i No Tav, e poi i lavoratori della Tyssen, di Marghera, di Casale Monferrato, Sesto San Giovanni, la realtà de L’Aquila e altre ancora – e dal momento che quella notte di tre anni fa c’ero anch’io sulla diga, e commentai la serata scrivendo “Facciamo un coordinamento del dopo”, me lo sento appartenere anche un po’ di più quel film.

3I Vajont, per raccontare i tanti Vajont che accadono in Italia. Le stesse dinamiche, le stesse ingiustizie commesse ai danni dei tanti altri ignari che siamo noi. Storie che chi ha interesse vorrebbe mostrare isolate le une dalle altre, e che invece è importante dar loro voce tutte insieme.

“La memoria dovrebbe essere un’arma per far in modo che queste cose non accadano più”, è un’altra delle frasi che cito a memoria e che ho ascoltato dalla voce narrante del film.
Nel film non viene trascurata neanche la realtà disumana che tocca ai migranti che scappano dalle guerre, e del resto, tre anni fa, mentre eravamo alla veglia per il cinquantenario della strage del Vajont, era accaduta da due giorni appena la grande tragedia al largo di Lampedusa, per ricordare la quale è stata indicata la data del 3 ottobre come giornata della memoria e dell’accoglienza.
2Il film è in circolazione da qualche mese e la sua distribuzione è militante, Lucia Vastano lo sta accompagnando in diverse città d’Italia, e già glielo chiedono anche diverse scuole. Sabato sera, subito dopo la proiezione di una testimonianza video dei genitori di Giulio Regeni, che all’ultimo non hanno potuto partecipare direttamente alla veglia, il film è stato proiettato nel luogo dove è nato, sulla diga, e poi discusso insieme, tra i presenti, tutti fortemente coinvolti.
È un film forte, va dritto dentro, lo senti addosso, non fa sconti e al tempo stesso è carico di delicatezza e umanità, è la voce diretta di vittime che non ci stanno a farsi chiudere nel ruolo delle vittime cucitogli addosso da chi le ha rese tali. Quante volte avete sentito la frase, a tragedia fresca, “non è il momento delle polemiche”, rinviando a quando la tragedia è dimenticata?  A chi credete che sia rivolta quella frase? Così, dopo la proiezione – all’aperto, sopra quel monte di frana nei pressi della diga che nonostante tutto allora rimase in piedi – anziché passare subito alle altre attività in programma per la notte, i presenti hanno sentito l’esigenza di condividere le emozioni suscitate, e le discussioni naturalmente sono sempre complesse quando hanno così tanto da dover esprimere.

Alcune donne hanno fatto notare, senza girarci intorno ma in modo molto semplice e chiaro, che c’è uno sguardo femminile dentro queste storie e queste vicende, e lo sguardo del film questo lo ha messo in evidenza, uno sguardo in grado di cogliere qualcosa in più e di riproporre e trasmettere il racconto con una diversa profondità.
Fermezza e dignità, tranquillità, determinazione, sono queste le parole che mi vengono, a commento del film e quando ripenso a quella discussione. Memoria, necessità di far conoscere di più, e meglio, di usare le parole con la loro dovuta precisione. Uscire dall’angolo in cui vogliono cacciarti per dimenticarti, questa l’esigenza, e i modi più efficaci per realizzarlo non sono già dati, condividerli richiede appunto discussione e tenacia.

fulvia_gueliQuando è arrivato il mio turno nel programma della serata che prevedeva la lettura di alcune pagine dal libro L’erba dagli zoccoli, mi sono reso conto che i brani che avevo preparato si inserivano perfettamente in questo discorso troppo grande per risolversi in una sola sera, e che le lotte dei contadini nel dopoguerra per ottenere le terre fanno parte di questo stesso fiume in cui confluiscono le tante storie.
Avevo scelto due brani. Il primo, le occupazioni del latifondo Fragalà a Melissa nell’ottobre del 1949, nel quale cerco di riprodurre la coralità della comunità intera che partecipava a quella lotta. Il secondo racconto tratto dalla storia dello sciopero a rovescio del Cormor, maggio 1950, nella pianura friuliana. Nel racconto una signora ottantenne rievoca di quando durante quello sciopero lei aveva sedici anni. E lo racconta a due sedicenni di oggi che le fanno domande, e lei alla fine conclude dicendo che è importante raccontare per non dimenticare, contâ par no dismenteâ.  Eravamo tutti in cerchio attorno al falò, mi venivano in mente i falò dei contadini quando occupavano le terre, in inverno, o le presidiavano di notte. Mentre stavo concludendo di leggere, davanti a me alcuni ragazzi bruciavano le guerre. Appena ho finito ho poggiato i miei fogli e ho preso la macchina fotografica.1

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