Metti una sera a cena (Senigallia)

Senigallia, lungomare di Ponente, mercoledì 12 ottobre. Non ho foto. Strano davvero, anche perché è stata come una serata in famiglia e di solito in queste occasioni ci scappa sempre una foto ricordo. Eravamo Serata in famiglia nel senso letterale di una casa privata, dove si erano riunite insieme una quindicina di persone amanti dei libri e della lettura, che già da tre anni si ritrovano insieme il mercoledì di ogni mese, mi pare, per cenare insieme a un autore e intervistarlo, di fatto, chiacchierando tranquillamente a tavola, nel più normale dei modi. È come accade a tutte le cose più normali, diventa una situazione insolita, ma assolutamente piacevole, ancor di più quando il cuoco, che mi pare ruoti ogni volta, è bravo. E allora, tra una vellutata, delle tagliatelle innaffiate con un buon vino rosso di un vignaiolo delle parti di Corinaldo, un pezzo di torta e altro, abbiamo chiacchierato.

casa-con-neveCome si faceva nelle veglie delle grandi famiglie contadine di un tempo, soprattutto nei periodi in cui la terra si riposava, nei mesi invernali. Chiacchierare per raccontarsi storie. Ho vissuto, da bambino, gli ultimi echi di questa stagione andata, quando nei lunghi pomeriggi d’inverno ci si riuniva più famiglie, addirittura nelle stalle più grandi, perché più calde, e dove, ricordo, in un angolo gli uomini giocavano a briscola e in un altro le donne lavoravano a maglia, e attorno i più piccoli giocavano. Qualche volta saltava fuori perfino un organetto. Per lo più gli uomini giocavano a briscola e chiacchieravano, di raccolti, di terreni o di padroni e fattori, o talvolta perfino di guerra chi era stato in Abissinia, oppure, più spesso le donne, vecchie storie e leggende di diavoli, mezzi miracoli o stregonerie varie che attiravano di più i bambini, che venivano invitati a tornare a giocare più in là. Nei miei ricordi personali c’era una stalla molto grande, di una casa molto grande – un po’ come quella che ho fotografato qualche anno fa, non lontano da dove abito ora – adatta a questi ritrovi, e per giocare spesso c’era in quella stalla anche qualche vitellino appena nato, di una taglia adatta a noi e ai nostri giochi. Non solo il paesaggio agricolo ma anche lo stile di vita e le chiacchiere in gruppo, e anche l’architettura rurale di quelle case che crescevano un pezzo alla volta al cambio delle generazioni, riflettevano la struttura sociale e familiare di una zona caratterizzata dalla mezzadria, con famiglie patriarcali allargate. Poi dieci anni dopo quella casa fu spianata e coperta da uno zuccherificio, dismesso anche lui nel frattempo, perché in qualche luogo lontano qualcuno ogni tanto decide di cambiare le politiche agricole.

Cambia il mondo, oggi facciamo fatica pure a ricordarcelo come era, eppure copre appena l’arco di una vita, siamo noi con la nostra storia. Dobbiamo ritrovarli questi echi, tramandarli, e magari saperli ritrovare ancora, dove ancora esistono o si riproducono, in altre forme, anche in tanti angoli dispersi della vita di oggi.
È stata una serata piacevole, che ora mi sta stuzzicando tutti questi ricordi, ma lì abbiamo parlato di tante altre cose diverse, tutte ugualmente stimolanti. Il gruppo che ci ha invitato – a me e al musicista Silvano Staffolani – si raccoglie attorno a due animatrici sempre attive, Catia Ventura della libreria Iobook di Senigallia, e Sonia Bagni, animatrice oltre che di questa iniziativa, anche di un circolo di lettura attivo a Senigallia da tre o quattro anni, e poi di un festival della lettura, che si tiene ogni anno a Senigallia verso febbraio, e al quale ho anche avuto il piacere di partecipare nell’ultima edizione, proprio con un’anticipazione di questo mio libro, che in quel momento era ancora in tipografia.

Conclusa la cena e mangiata la torta, Silvano ha tirato fuori l’organetto e la chitarra, io il libro, e abbiamo iniziato il nostro reading concerto, perché sta assumendo questa forma l’omaggio che cerchiamo di rendere alle lotte contadine del dopoguerra. Abbiamo fatto ascoltare più o meno gli stessi brani e le stesse canzoni di venerdì scorso al Vag 61 di Bologna, con una variazione nell’ultimo brano, perché avevo voglia di inserire il Salento e una citazione di Giacomino Ingrosso, il bracciante che nel 1950 in carcere incontra il poliziotto che gli fa leggere la lettera dei suoi genitori contadini in Calabria, anche loro impegnati a occupare le terre. Lo scorso mese di luglio alle Fattize di Arneo ho avuto il piacere di parlarne direttamente con Giacomino, ancora forte nei suoi oramai novanta anni. Io e Silvano abbiamo proseguito alternando alle letture le canzoni, di cui due composte insieme nelle ultime settimane e ispirate alle storie presenti nel libro. La prima dedicata a tutti i migranti di ieri e di oggi, presenti e citati entrambi nei diversi racconti, e la seconda alla bracciante Maria Margotti, per ricordare il grande sciopero dei braccianti del 1949. In chiusura una poesia di Gregory Corso, citata in esergo al racconto calabrese del libro, per chiudere con un omaggio ai contadini calabresi, a Pitagora e anche alla beat generation. Un grazie a tutti per la serata, e naturalmente un grazie particolare al cuoco Roberto.

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