21 ottobre 1950, la cosiddetta riforma agraria

Il 21 ottobre 1950 il Parlamento approvava la Legge 841, definita allora Legge Stralcio e improriamente chiamata in seguito “Riforma agraria”, sia perché questa era l’aspettativa, una vera riforma organica che rispondesse alle richieste dei contadini, in lotta da anni e costretti a scontrarsi con una reazione e repressione spesso brutale. Quei contadini senza terra che già nel ‘44, dopo l’emanazione dei decreti del Ministro Gullo, quando le regioni del Centro e del Nord erano ancora sotto l’occupazione tedesca e la repubblica di Salò, e che al Sud si organizzavano in cooperative per ottenere la prevista assegnazione delle terre da espropriare ai latifondi, e che per sollecitare che si procedesse davvero alle assegnazioni, andavano direttamente a lavorare su quelle terre che avrebbero dovuto essere le loro. Riforma anche perché ebbe comunque dimensioni e impatti significativi, seppure non rispose davvero alle aspettative, si limitasse alle questioni più urgenti e interessasse solo una parte del territorio nazionale, in prevalenza regioni del Sud e poi aree del Delta padano, della Maremma e del Fucino. La legge veniva dopo l’approvazione della Legge Sila del 4 maggio dello stesso anno, rivolta per lo più alla Calabria, una regione che giusto un anno prima – il 29 ottobre – aveva conosciuto l’eccidio di Fragalà, nei pressi di Melissa.

973_me_n_a01_b185_05Una legislazione a pezzi, dunque, che lasciva intendere sarebbero seguite ulteriori leggi, e non subito una vera legge organica. La Regione Sicilia, inoltre, interveniva a fine anno con una sua propria legge regionale. Comunque, per gestire il tutto nascono gli Enti di Riforma e altri organismi, la gestione di questo proceso diventa un tutt’uno con l’esercizio del potere e il rafforzamento dei nuovi equilibri politici. Gli ettari di terra espropriati comunque furono circa 700 mila, i proprietari indennizzati – che quindi non andarono in rovina – quasi tremila, gli ettari di terra realmente assegnati nel decennio successivo oltre 400 mila.

Appare per certi aspetti sorprendente, o paradossale, come questo periodo di assegnazione delle terre – se si aggiungono a quelle della riforma anche le terre acquisite per altre vie o in modo spontaneo dai contadini, per effetto di altri interventi e per l’evoluzione dei sistemi economici e sociali, si stima che gli ettari totali che passano ai contadini tra il ‘48 e il ’68 siano circa due milioni, un trasferimento mai registrato prima – e dunque appare paradossale che questo stesso periodo storico sia ricordato come quello della grande fuga dalle campagne, e delle grandi migrazioni verso le grandi città e in particolare verso le fabbriche del nord Italia e centro Europa o le miniere del Belgio.
184444414-ba357d4e-8cbd-47ac-81b1-33f94cd14bdbAncora negli anni Settanta c’erano “i treni del sole” carichi di migranti, “contadini travestiti da operai” dicevamo qualche volta con una battuta, che dalla Germania o dalla Svizzera tornavano nei loro paesi di partenza nel Meridione in occasione delle elezioni: ricordo che a Roma andavamo alla stazione Termini a salutare questi emigranti su questi treni che per l’occasione diventavano festosi, e anche carichi con tante bandiere rosse. Ben più tristi, e anche più solitarie, erano invece spesso le partenze.

Un periodo storico che percepiamo sospeso tra ‘antico regime’ e ‘modernizzazione’, e che nonostante la grande quantità di studi storici e sociali disponibili da un lato, e di documentazione fotografica e cinematografica e produzione culturale dall’altro, sia al tempo stesso così poco presente o poco vicino alle nostre percezioni, spesso addirittura dimenticato. Un po’ rimosso, in modo analogo al paradosso della fuga dalle campagne nel momento della distribuzione delle terre. Certo, la fuga non è un paradosso della percezione ma fenomeno storico reale, e a suo tempo già studiato e documentato, in presa diretta. Erano gli anni del boom economico e della trasformazione industriale del dopoguerra, il progresso iniziava a correre sempre più veloce e i barlumi del benessere trasformavano gli stili di vita, aprivano, oppure ‘sfondavano’, nuovi orizzonti. Le terre distribuite con la riforma non erano sufficienti per tutte le famiglie, in diversi casi insieme ai latifondi furono espropriate anche le terre già assegnate in precedenza alle cooperative, e la dimensione unitaria assegnata non sempre era  sufficiente per la famiglia che la riceveva, e spesso erano le terre peggiori, non sempre c’erano le strade, oppure mancavano gli attrezzi o le macchine, perché intanto l’agricoltura andava industrializzandosi e poi si era esposti alle dinamiche dei prezzi base internazionali e così via. Ciò che non fece la riforma lo fecero i mercati.

Un periodo storico e sociale complesso e alla base del nostro mondo di oggi, e presente comunque nei ricordi diretti dei tanti di noi nati in quegli anni.

Con i racconti che ho raccolto nel mio L’erba dagli zoccoli cerco di stuzzicare la punta di viva di alcuni di questi ricordi, legati ad alcuni degli episodi più tragici, ma insieme più alti dello scontro che ci fu, una grande stagione di lotte, quando erano paesi interi che partivano in processione con i muli e gli attrezzi per andare a occupare le terre, oppure i braccianti che nel ’49 tennero uno sciopero per 35 giorni, o mezzadri in una terra dove la mezzadria non era solo un contratto di lavoro ma una struttura sociale coesa e consolidata nei secoli: «È fatto giorno, siamo entrati in gioco anche noi con i panni e le scarpe e le facce che avevamo», scriveva il poeta contadino Rocco Scotellaro. Questo è il tipo di sguardo che ho cercato, nel rivivere io stesso le storie che volevo riproporre, a rappresentanza di tutto quel mondo che c’era dietro, e stuzzicare così la curiosità verso la vita che ci ha preceduto, e che certamente continua a vivere dentro di noi, come un fenomeno carsico, fa parte anche del nostro presente.

Non voglio, qui con queste poche note, fare una sintesi di quel periodo, dare spiegazioni o altro, perché occorrerebbe più tempo e uno spazio adatto. Semplicemente un ricordo. Mi limito a citare uno degli articoli che ho letto più di recente, “La storia e il Mezzogiorno nell’opera di Rossi-Doria” di Piero Bevilacqua, sul lavoro svolto dal principale studioso di questa storia , mentre lui stesso la viveva dall’interno.

(La prima foto in alto è di Ernesto Treccani, i contadini di Melissa; la foto del migrante seduto sulla valigia è di Nicola Scafidi, da l reportage Il treno del sole) 

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