Territorio e Memoria, dimensioni della nostra identità

0Stavo scaricando le foto di ieri sera alla libreria Aleph di Castelfidardo, che nella notte mi aveva inviato Maurizio Albanesi, quando è arrivata questa mattina la nuova scossa di terremoto, ancora più forte delle altre due di mercoledì sera e di quelle del 24 agosto. Mi pare che sia stata misurata in punti 6.5, le cifre ancora ballano come se non ci fosse stato un epicentro unico,  ma pare comunque che sia stata la più grande di tutte, paragonabile solo al terremoto dell’Irpinia del 1980.

Qualche danno c’è stato perfino qui a Jesi, e ancor di più nelle città più vicine. Pare che nemmeno questa volta, come già mercoledì, ci siano state vittime, e nemmeno crolli paragonabili a quelli di Amatrice, Pescara del Tronto o L’Aquila di qualche anno fa, ma i danni sono sicuramente tanti, sia quelli immediati, di evidenza fisica, che possiamo vedere dalle immagini che stanno circolando, sia dell’immediato disagio alle persone, disagio che si somma a quello già in essere. E anche se non evidenti subito, mi viene però da pensare anche ai danni a lungo tempo, cioè a quello che sarà l’impatto nel tempo sul territorio come sistema di vita sociale, culturale e tradizione, per l’identità più profonda che lega  la regione tutta a queste zone montane, il cuore della montagna, i Sibillini.

Ad agosto, la sera del 23 stavo per partire per Montegallo, poi un impegno familiare mi aveva fatto rinviare; volevo ripercorrere il sentiero dei mietitori, che si arrampica da Montegallo sotto il Vettoretto  e va verso la piana di Castelluccio, così chiamato perché da qui passavano a piedi i mietitori a giornata, con la falce in spalla, diverse settimane fuori casa a mietere il grano, sfruttando i diversi periodi di tempo della mietitura alle diverse altitudini della montagna, consentendo così un periodo di lavoro più lungo, continuando a spostarsi dietro alla maturazione del grano, bivaccando di notte all’aperto. Alcuni gruppi si spingevano a  piedi fino alle campagne romane. Noi veniamo anche da qui, da queste storie e da queste fatiche che altri hanno fatto per noi.
Un territorio ora sempre più periferico, purtroppo, con fenomeni di lento abbandono negli ultimi decenni. E pare anche, come dicono gli esperti, data la complessità del sistema di faglie appenniniche, che sono possibili altri terremoti, di sensibile entità, anche se è imprevedibile sapere quando.
Insomma, mi pare che dobbiamo ripensare per intero il rapporto con il nostro territorio, per ciò che rappresenta, il cuore di ciò che siamo noi.

Ieri sera in libreria parlavamo appunto di memorie, con la lettura e le canzoni composte per questo lavoro, evidenziando come le memorie sono dentro di noi, siamo noi con le nostre storie e ci danno sostegno per affrontare la realtà dell’oggi. Trovo una continuità, in questa attenzione, anche con il tipo di sguardo con cui dovremmo seguire il post terremoto, consci della complessità del lato sociale di questi eventi e degli effetti che permangono soprattutto oltre l’emergenza immediata.

1 2 3 4Riagganciandomi al libro, permettetemi due citazioni. La prima, non presente nei brani letti ieri sera, tratta dal racconto dedicato a Vittorio Veronesi e ai braccianti della laguna di Mantova, in un passaggio dove si rammenta la precarietà della condizione umana, quando basta ad esempio un’alluvione per gettare sul lastrico intere famiglie di contadini, retrocedendole ancora nella scala sociale: «La Natura, ma chi l’ha detto che è neutra, è come la Storia, non colpisce mai tutti allo stesso modo.»

La seconda mi viene invece proprio da alcune cose dette ieri sera, che era l’anniversario dell’eccidio di Melissa, il 29 ottobre 1949 (nel VIDEO, un frammento della serata), e per l’occasione si è ricordato anche che fu proprio a Melissa, già nel 45, che inventarono una nuova forma di lotta, lo sciopero a rovescio, per costruire strade dove lo Stato non le aveva mai fatte, come nel loro caso o come nel ’50 fecero a Lentella, oppure per i lavori di miglioria dopo i danni causati dalla guerra, ad esempio ricostruire argini ai canali, come al Cormor nella pianura friulana nel ’50, o risistemare le scuole di campagna bombardate e così via. Fu una forma di lotta adottata spesso anche nelle nostra regione. La Cgil nel ’49, riassunse queste lotte nel piano per il lavoro. Mi torna in mente ora, pensando alle necessità strutturali di ridefinire totalmente il nostro rapporto con il territorio, le tante piccole opere che dovrebbero essere realizzate, alla faccia di tutte quelle discussioni oziose sulla difficoltà di mettere in sicurezza “paesi medioevali”, e mettere fine definitivamente a questo orientamento a favore dei grandi affari delle grandi opere, tutte. Dopo il 24 agosto addirittura si è tentato di rilanciare il ponte sullo stretto. Incredibile. Il territorio non è solo “da preservare”, detto così sembra solo un bel quadro da appendere a qualche parete ancora libera, sa di arrendevole, di pietistico, è piuttosto un modello alternativo di vita, e quindi è anche molto complesso, ci vuole pazienza e consapevolezza, e anche Memoria. Ecco, territorio e memoria sono due dimensioni strettamente intrecciate, due dimensioni della nostra identità.

(Qui in questa pagina, alcune foto di ieri sera scattate da Maurizio Albanesi che ringrazio)

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