FRAGALÀ (La memoria è come un sasso)

1Storia di una canzone. FRAGALÀ è una delle sei canzoni (fino a questo momento, perché stiamo andando ancora avanti) nate nell’ultimo mese e mezzo dalla collaborazione tra me e il musicista e cantautore Silvano Staffolani. Canzoni nate tutte in un’atmosfera piacevole e carica, e condivisa con i tanti amici che abbiamo incontrato nelle serate di presentazione del libro L’erba dagli zoccoli che si sono svolte dopo l’estate; nell’ordine: a Torino di Sangro, Recanati, Bologna, Senigallia, AscoliPiceno, Castelfidardo. Serate già anticipate dalle prove fatte con Silvano all’inizio dell’estate, a Chiaravalle e a Cupramontana e che nulla tolgono alle belle serate che ho avuto occasione di vivere in precedenza con altri amici e con altri musicisti o poeti lettori, che mi hanno accompagnato durante le mie prime uscite, a Lentella, a Chivasso, a Torino, a Karadrà, alle Fattizze d’Arneo: tutte serate intense ed altrettanto emozionanti, con tanti amici che ringrazio.

fulvia_gueliIl tema specifico di questa canzone, che non è la prima che abbiamo composto, è entrato nella mia testa in un’occasione ancora più particolare delle altre e alla quale ero presente da solo, in solo lettura, perché Silvano aveva un altro appuntamento, molto importante per i suoi impegni. È accaduto in quella particolare atmosfera che si è creata la notte della veglia alla diga del Vajont, lo scorso 1° ottobre, con gli amici dell’Associazione per la memoria del Vajont, che ogni anno si ritrovano di notte sulla diga in prossimità dell’anniversario di quella che fu più di una strage, fu ed è lo specchio e il simbolo delle tragedie di questo paese. E infatti, proprio per questo, in occasione del cinquantenario (nel 2013) è stato anche il luogo giusto dove raccogliere tante storie simili, a cui poi è stato dedicato anche un film documentario, I Vajont, realizzato e finito di recente da Lucia Vastano e Maura Crudeli.

Un film davvero forte, più intenso che forte, perché alle tragedie purtroppo si rischia pure di abituarcisi e allora l’intensità dev’essere non un effetto tecnico o cinematografico, ma la giusta attenzione da dedicare alle nostre storie. Come sempre in quella notte su alla diga ci si raccoglie all’aperto attorno al falò. Il cielo di solito si comporta bene e se poco prima pioveva per quelle poche ore smette. Quest’anno la serata era stata aperta dalla proiezione del film e naturalmente, appena terminato, non si poteva proseguire da un argomento all’altro di quelli in scaletta, seppure a tema, come se niente fosse. Giustamente andava condiviso quanto appena visto insieme. E non è facile. Si possono sommare tante sensazioni. Dopo tanti anni, in cui tante cose continuano ad accadere e anche quelle di allora non è che siano state davvero risolte, perché c’è una memoria che ancora in questo paese non è così condivisa come dovrebbe. E allora, nel discutere, nella densità delle emozioni, può accadere che le nostre stesse parole un po’ ci si attorciglino attorno, perché siamo noi, con le nostre storie, a cui teniamo. Nella cosiddetta scaletta della serata c’ero anch’io, con la lettura di alcuni brani da L’erba dagli zoccoli. Mi ero proposto perché so, ho già partecipato  e so che la diga è il contenitore giusto, capace di accogliere anche queste storie del nostro passato che rischiano di essere dimenticate, e così avevo preparato un po’ di brani da leggere attorno al fuoco, lasciando al momento finale la scelta esatta di cosa leggere, in base all’umore della serata. Non ero nuovo, ci sono già stato e avevo già condiviso queste atmosfere, nelle quali mi sento come a casa, bene come tra amici, e quindi ero lì che seguivo questa discussione che questa volta ci prendeva davvero da dentro, e ad un certo punto ho capito che avevo pronte le letture adeguate per sciogliere, almeno un poco, quelle sensazioni, accostandovi io altre storie che non sono certo una consolazione, perché a loro volta rimettono all’attenzione tragedie e fatiche. Però condivise. E così ad un certo punto, al punto giusto credo o m’illudo di credere, mi sono alzato in piedi davanti al fuoco caldo – così caldo che ho temuto mi si sbriciolassero tra le mani gli stessi fogli di carta. E ho iniziato a leggere due brani. Il primo era proprio il racconto dedicato all’eccidio di Melissa durante le occupazioni di terre al feudo d Fragalà.  Un pezzo del marchesato di Crotone portato addirittura su alla diga del Vajont, al confine tra Cadore e Carnia.

E mentre leggevo mi veniva in mente proprio questo, che la memoria è come un sasso che ti scagliano addosso, quando ti colpisce non puoi trattenerla, devi dividerla con gli altri se vuoi usarne la forza. Da questo nucleo è nata nei giorni successivi la canzone. Poi quella sera su alla diga, dopo questo primo brano ‘calabrese’ ne ho letto uno ‘friulano’, tratto dal racconto dello sciopero a rovescio al Cormor: la costruzione epica di un canale – raffigurato anche in un importante quadro del pittore Giuseppe Zigaina – per prosciugare terreni paludosi. Non realizzai subito nemmeno io in quel momento, che avevo messo insieme la storia dei braccianti di Melissa – che nel ’45  o ’46 prima ancora delle occupazioni di Fragalà, avevano di fatto inventato per primi lo sciopero a rovescio, nel loro caso per costruire una strada – alla storia dei braccianti della pianura friulana, all’altro capo del paese, che facevano propria quella stessa forma di lotta e la adattavano alla loro situazione.

Inoltre, il brano estratto dal racconto del Cormor e che ho letto, l’ho fatto terminare,  con la signora ottantenne, testimone di allora che racconta a due ragazzi sedicenni che la intervistano, la quale chiude l’intervista con le parole raccontare per non dimenticare, contâ par no dismenteâ. Insomma, un esempio di come si costruisce la condivisione di una memoria. Ecco, dietro questa canzone dedicata all’eccidio di Fragalà e alle tre vittime, Angelia Mauro, Giovanni Zito e Francesco Nigro, ci sono molteplici percorsi, da quelli storici che io ho solo documentato, agli altri con cui tutti ci misuriamo nelle occasioni che ci capita di incontrare anche ai nostri giorni, nelle nostre attività e condivisioni di oggi.
La canzone può essere tranquillamente scaricata e diffusa.

FRAGALÀ
testo di Tullio Bugari, musica e voce di Silvano Staffolani

La memoria è come un sasso
Te lo scagliano addosso
Buca la pelle si annida dentro
Non lo scioglierai da solo

Ventinove ottobre quarantanove
Melissa lancio del sasso
La memoria picchia giù dal cielo
Cerca i braccianti ne trova la pelle

Corre Angelina agita la bandiera
Intona la voce un canto d’amore
Arburu picciriddu ti chiantai
Cantano tutti dietro a lei

La memoria quando ti colpisce
Non puoi trattenerla
Con gli altri tu devi dividerla
Se vuoi usarne la forza

La memoria è un sasso lanciato addosso
Colpisce Angelina
Taglia in due la voce
Ora è un lamento e dura poco

La memoria è un sasso lanciato a caso
Che avrà fatto Giovanni?
Gli sembrava una festa ed è una guerra
Un solo giorno è durata

La memoria è un sasso travolge i destini
Sbaraglia Francesco
Non è morto in Russia
È tornato qui da noi a farsi morire

La memoria quando ti colpisce
Non puoi più trattenerla
Con gli altri tu devi dividerla
Se vuoi usarne la forza

La memoria siamo noi in questa stanza
Ce la portiamo dentro
Ogni giorno a rovistarci
Non dovremmo mai farlo da soli

Ventinove ottobre quarantanove
È il tempo delle fave
Zappano i contadini a Fragalà
Cercano la vita di spostare più in là

Corre Angelina agita la bandiera
Intona la voce un canto d’amore
Arburu picciriddu ti chiantai
Cantano tutti dietro a lei

(nella foto di Maurizio Albanesi, un momento della serata alla libreria Aleph di Castelfidardo)

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