La memoria è come un sasso

Si sta avvicinando il giorno dedicato alla memoria, il 27 gennaio. Tra le ricorrenze che si ripetono, è senz’altro quella che più mi coinvolge emotivamente, ritrovandomi sempre con uno stato d’animo non semplice. Il tema delle memorie è quello forse sul quale ho più lavorato da diversi anni a questa parte, e anche in questa giornata mi sono ritrovato più volte a partecipare in prima persona a eventi pubblici, andando anche oltre al tema della Shoah (Porrajmos nell’esperienza dei Rom).

giuseppe-zigaina-senza-titoloLa prima volta mi capitò oramai più di quindici anni fa qui a Jesi, con gli amici Giacomo Scattolini e Alessandro Gori, a parlare di quella carneficina che fu la guerra in Jugoslavia negli anni Novanta; ricordo che aprii la serata leggendo un brano di Primo Levi da Se questo è un uomo, perché era stato il libro che avevo con me durante i viaggi di là dal mare e che mi aveva aiutato a capire meglio alcuni dei racconti ascoltati. Quattro o cinque anni fa mi capitò di nuovo insieme a Giacomo a Osimo, con un altro libro sempre sulla guerra di Jugoslavia, e aprii di nuovo la serata leggendo dei brani di Primo Levi. Non c’è differenza tra le tragedie.

Due anni fa con Ezio Bartocci nella piccola biblioteca di Santa Maria Nuova intitolammo la serata Al Rogo, profezia & memoria, quasi una terapia della prevenzione, chiedendoci come mai non si colgono mai i segni premonitori prima che le tragedie si manifestino, o non si vogliano cogliere nella loro portata quando già sono evidenti?

Nel mio blog personale contavo poco fa oltre cento miei commenti etichettati sotto il titolo Memorie e dintorni. Non ho mai capito fino in fondo quale sia il punto dove si dividono o si confondono la retorica della commemorazione e il lavoro vivo della memoria come costruzione di identità e consapevolezza: quando nella primavera scorsa sono stato invitato a Lentella, vicino Vasto, per la prima presentazione in assoluto del libro L’erba dagli zoccoli nel giorno dell’anniversario del 21 marzo 1950, mentre leggevo e guardavo i volti attenti ed emozionati che mi seguivano, mi rendevo conto di come quelle lontane vicende costituissero ancora un forte carattere indentitario del paese, come un fazzoletto annodato, che era appunto il simbolo scelto dallo scultore Ettore Altieri per ricordare quell’evento, e come compare anche al collo del personaggio sulla copertina del libro disegnata da Ezio Bartocci. La memoria è qualcosa che si porta addosso, con la dignità e il pudore che merita. Tre anni fa intitolavo un mio articolo per il blog Sapere Popolare, Il pudore tenace della memoria, una frase che mi piace e che ho utilizzato anche in altre occasioni. «La memoria è come un sasso» scrivo nella canzone Fragalà nata da uno dei racconti del libro, «quando ti colpisce/Non puoi trattenerla/Con gli altri tu devi dividerla/Se vuoi usarne la forza.»
La memoria è anche ciò che ci accade attorno ora, mi chiedo che tipo di memoria sarà sviluppata dalle persone vittime questi giorni di terremoto e neve e di aiuti che paiono del tutto insufficienti.  Quale tipo di traccia, insieme al suo territorio, resterà? «La Natura, ma chi l’ha detto che è neutra, è come la Storia, non colpisce mai tutti allo stesso modo» dialogano tra loro due personaggi di uno dei racconti del libro.

Anche questo mio ultimo libro ha a che fare con le memorie, questa volta delle lotte contadine nel dopoguerra, troppo dimenticate o ignorate. E in una di queste storie incontro anche la Shoah, al museo della memoria e dell’accoglienza di Santa Maria del Bagno, nella marina di Nardò, dove furono raccolti e accolti i superstiti della Shoah, in una terra che conosceva bene i sacrifici della povertà e negli stessi anni in cui i braccianti di tutti i comuni del feudo di Nardò si preparavano ad occupare le terre incolte dell’Arneo. La popolazione allora accolse, senza porsi problemi.  Nel mio libro non mi limito a rievocare queste memorie, nella finzione narrativa che ho utilizzato per i diversi racconti c’è sempre qualcuno che racconta ad altri più giovani nati dopo. C’è la nonna che dice ai nipoti “Vi racconto la verità con la fantasia, perché sono storie che rischiano d’essere dimenticate e solo la fantasia può mantenerle vive”; c’è il ragazzo che in treno incontra alcuni vecchi contadini reduci di antiche battaglie; ci sono i due ragazzi che vanno a manifestare in Sicilia contro i missili di Comiso e iniziano a intervistare i contadini che anni prima erano andati a occupare le terre insieme a Pio La Torre dalle parti di Corleone, dove già era stato ucciso Placido Rizzotto, e così via.

In ogni racconto c’è sempre qualcuno che racconta ad altri, perché volevo proprio sottolineare l’importanza del raccontare per tramandare e condividere le memorie. E non sono mai soltanto memorie di tragedie e lutti. Di fatiche e dolori sì ma mai di pura e sconsolata rassegnazione, non c’è mai il senso di una sconfitta definitiva, anzi, compare sempre un varco nel quale emergono le strade (o i canali, come nel quadro di Giuseppe Zigaina dedicato allo sciopero a rovescio del Cormor) che in determinati momenti e modi si è riusciti ad aprire. Ci sono anche i momenti solidarietà, di costruzione, di esiti positivi anche se a volte solo momentaneamente o solo parzialmente e conquistati con un significativo prezzo. Ci sono esempi, anche diversi tra loro ma tanti.

Anche quest’anno, per una coincidenza di date e senza pensarci all’inizio, mi capita in prossimità di questa data, il 26 gennaio, di parlare di memorie, non direttamente di Shoah ma, appunto come scrivevo qui sopra, di lotte contadine, in reading concerto con le letture dal mio libro e le canzoni ispirate alle stesse storie.

Le memorie forse dovrebbero essere indirizzate anche ai ricordi delle esperienze positive, agli esempi di solidarietà, alle cose buone che siamo capaci di fare.  “Questo è un paese che ha bisogno di ricordarsi che ha fatto delle cose bellissime”, termina così un articolo che ho letto pochi minuti fa sul blog dell’Anpi, e che cita Luciana Viviani, dal film “La pasta nera” di Alessandro Piva, che racconta dei bambini, in prevalenza del sud, che venivano ospitati da famiglie, spesso contadine anche loro, delle regioni del Centro e del Nord. Insieme al film c’è anche un libro, “I treni della felicità” di Giovanni Rinaldi; film e libro sono nati insieme dallo stesso lavoro. Tra il ’46 e il ’52 furono circa 70 mila i bambini ospitati e tra le tante storie raccontate c’è anche quella dei bambini di San Severo di Foggia, con i genitori in carcere per la rivolta del 23 marzo 1950, che furono ospitati ad Ancona. Tra le organizzatrici in prima fila le donne dell’Udi e la partigiana anconetana Derna Scandali.

Nei racconti del mio libro incontro più volte questi bambini ospitati e cerco di citarli ogni volta che posso, come ad esempio i bambini di Montescaglioso – con i genitori vittime della repressione del 14 dicembre ’49, nella quale cadde ferito a morte il bracciante Giuseppe Novello – di cui un piccolo gruppo l’8 maggio del ’50 scende dal treno alla stazione di Pesaro. Lo faccio dire nel racconto Il Curandero da alcuni vecchi contadini reduci;
«… il mese dopo vado a Pesaro per firmare delle carte in Tribunale. Prima però passo da casa e riempio la borsa di ovi e altre cose perché arrivano i bambini di Montescaglioso, quelli con le famiglie in galera: pure le donne avevano arrestato, prima di Natale, e ora stavano già occupando di nuovo le terre. Ci si aiutava, era così in tutta Italia.”
“Ad Ancona ospitarono i bambini di San Severo” aggiunse il compare.
“Uno dei bambini arrivati a Pesaro venne da noi…..»

E poi citazioni in altri racconti, del partigiano Ilio Barontini che ospitava nella sua casa di Livorno il figlio di Giuditta Levato, una bracciante calabrese uccisa a Calabricata nel ’46, o dell’allora giornalista Gianni Rodari che iniziava le sue prime esperienze di creazione di fiabe con i bambini in un centro che ospitava anche la figlia di una delle vittime di Portella della Ginestra.  Insomma, le memorie ce le portiamo davvero addosso come una rete che ci lega insieme e non sempre ce ne accorgiamo; mi piace dunque dedicare questa giornata della memoria anche a queste storie che siamo tutti noi, come un fazzoletto annodato.

(il quadro senza titolo è di Giuseppe Zigaina, 1950)

(la serata del 26 gennaio ad Ancona presso il CircolOff in via Barilatti 38 è organizzata da Anpi, Arci e Libera di Ancona).

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