Borghi, aree interne o luoghi di sentimento?

Mi sono riempito di domande nell’ultimo week end, nelle due serate in reading concerto con L’erba dagli zoccoli a Castelnuovo di Farfa e Montegallo, due piccoli paesi di due province tra loro confinanti (Rieti e Ascoli Piceno), così diversi tra loro, naturalmente per storia e tradizione, ciascuno con la sua unicità, e così diversi tra loro anche per la situazione contingente attuale, essendo Montegallo, con tutte le sue frazioni, fortemente colpito dalla serie di terremoti dal 24 agosto in poi.
Ho fatto il pieno di domande e sto cercando di riordinarle, dargli una forma più compiuta, consapevole oramai per esperienza che prima di mettersi a cercare le risposte è saggio formularsi delle buone domande, e non so se ci riuscirò ora al primo tentativo, probabilmente no, però voglio metterci tutta la pazienza e la tenacia che occorre.

La prima domanda ruota attorno a quel qualcosa che pure unisce anche due paesi così diversi. L’Italia dei borghi, viene chiamata o declamata negli ultimi anni, utilizzando una parola vera, che contiene sentimento, ma utilizzandola spesso più a fini di turismo consumistico o esotico, di mordi e fuggi, da turista cittadino della domenica o addirittura da video Tv da seguire da casa. Una volta si usava la parola pittoresco, poi ci ha pensato la satira a farle sgomberare il campo. Oppure nel gergo della progettazione e anche della politica o del dibattito più scientifico, si usa l’espressione Aree Interne, a cui si accompagnano criteri classificatori eccetera eccetera. Sono entrambi termini, i borghi e le aree interne, che uso anch’io. È forse ora di approfondirli un po’ di più?

La seconda domanda ruota attorno al metodo che ho utilizzato per scrivere i racconti nel libro. Ho cercato storie accadute in piccoli centri periferici, potrei dire che ho trovato alcuni luoghi dell’Italia contadina e delle periferie, ad esempio Lentella, Melissa, Argenta, Cagli, Bisacquino, Montescaglioso, Leverano, i comuni del Cormor e dell’Arneo. Sono davvero storie soltanto da rievocare, di un passato comunque andato anche se ha lasciato tracce di memoria da riscoprire perché ancora hanno degli effetti su di noi, o è anche qualcosa di più? Una realtà, quella delle delle periferie che vivono e rivivono e resistono ancora, pienamente attuale che cerca ancora il suo spazio di riconoscimento, che vuole continuare a esserci?
“È fatto giorno, siamo entrati in gioco anche noi, con i panni e le scarpe e le facce che avevamo” scriveva il poeta Rocco Scotellaro, un verso che riprendiamo anche nella nostra canzone Scagliosa.

Da qui passo subito alla terza domanda, che riguarda in modo più specifico e urgente – dove l’emergenza esiste ancora, anzi è stata quasi congelata – le frazioni che compongono Montegallo e che ruota attorno alla parola “ricostruzione” post terremoto. Anche qui, come per le parole Borghi e Aree interne, varrebbe forse la pena di chiarirsi meglio. Era già una lotta prima del terremoto, contro lo spopolamento e il “dimenticatoio”, rispetto al quale ciò che poteva resistere si basava sulle relazioni e trame sociali, mai scontate e che dovevano essere riguadagnate ogni giorno nella contrattazione interna tra chi individualmente in quelle realtà ci viveva davvero. Si basava su mille rapporti sociali, complessi e vivi, consuetudini, visioni di volta in volta anche diverse di gestione del proprio territorio, adattamenti continui che costruiscono culture, anche conflitti, e tradizioni, cibi, musiche, pitture, danze, stare insieme, sentimenti di appartenenza, sguardi diversi e modi di intendere diversi, diversi da quelli di città, modi d’intendere da questo particolare angolo visuale della periferia anche la società “esterna” più lontana, quella che sta nel centro, o nei Centri. Storicamente le città di attrazione sulle coste o nelle pianure sono nate da questi processi di transumanza dal monte al mare, da lì sono scese le genti e le culture, la “biodiversità culturale” che ha consentito alle città di crescere, e di cui non possono fare a meno, non so se se ne rendono conto, perché è a quei luoghi che ritornano. Forse mi sto allargando troppo con questi ragionamenti e rischio di dimenticare la domanda: Quale parola utilizzare, che sia più adatta di Ricostruzione?

Mi fermo qui per ora. Per il resto sono state due giornate molto piacevoli e soprattutto intense, di relazioni umane e di scambio, nelle quali il libro e le canzoni che dal libro sono nate, grazie alla collaborazione e al vero proprio lavoro di ricerca con Silvano Staffolani, hanno assolto la loro vera funzione, cioè di essere alla fine un pretesto, nel senso nobile della parola, per stare insieme e condividere le tante cose che ci arricchiscono. Grazie al Laboratorio d’Arte Antores, a Castelnuovo di Farfa, e grazie al gruppo Sybilla Moris, che ha fatto seguire al nostro reading e canzoni il proprio concerto di musica popolare sulla piazzetta lungo la strada che attraversa Uscerno di Montegallo, affollata come non si vedeva da chissà quanto. E grazie all’Arci di Rieti che ha collaborato alla serata di Sabato e alla Pro Loco di Montegallo e all’Arci Marche che hanno reso possibile la serata di domenica, e grazie alle Brigate di Solidarietà, che hanno partecipato con noi alla festa di Uscerno, comune di Montegallo.

(Sopra, due foto, di sabato a Castelnuovo di Farfa e domenica a Uscerno (Montegallo); QUI altre foto della serata a Montegallo)

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