Il filo dei dettagli che unisce la Storia (l’eccidio del Musone)

Il filo dei dettagli che unisce la storia. Questo titolo l’ho già usato due anni fa, in occasione dell’anniversario dell’eccidio del Musone, vicino Jesi, quando partecipai insieme alla Staffetta della Memoria e altri ciclisti della zona a una giornata dedicata alla memoria, e notai un particolare a cui non avevo prestato ancora attenzione.
In una delle lapidi, quella esposta a Staffolo, (perché l’eccidio, ad opera di un unico reparto tedesco, avvenne in quattro tappe tra Apiro, Cingoli, Staffolo e Filottrano, a cavallo tra le province di Ancona e Macerata, tra il 29 e il 30 giugno ’44, con un totale di 26 vittime, di cui 16 civili, 9 prigionieri di guerra e un sacerdote), notai la diversa provenienza di quei ragazzi. Venivano tutti di fuori, da zone diverse, mescolati come tutti in Italia in quel periodo di rivolgimenti. Alcuni dal resto della regione, Osimo, Pesaro, Tolentino, ma anche da Cerreto e addirittura da Visso, la Visso oggi terremotata. Vidi anche il nome di un ragazzo di 19 anni che veniva da Stradella di Pavia; infine mi colpì, più di tutti, Antonio Alesci, 25 anni, di Bisacquino, provincia di Palermo.

Mi colpì per una… chiamiamola coincidenza. Bisacquino è un paese della zona di Corleone, certamente più famoso per cronache di mafia ma ricco anche di altre storie più positive ma meno conosciute, perché nel dopoguerra fu al centro, come tante altre terre del Sud, di imponenti lotte per la terra. A quella di Bisacquino, in particolare, nel mio libro L’erba dagli zoccoli dedico il racconto intitolato “Santa Maria del Bosco”, il nome del feudo dove nel marzo 1950 si diressero migliaia di contadini guidati da Pio La Torre, che quel giorno, il 1o marzo, fu arrestato durante le cariche delle forze dell’ordine, mentre i contadini rientravano in paese a riporre gli attrezzi. Le accuse erano false ma restò un anno e mezzo all’Ucciardone. Pio La Torre era andato a sostituire Placido Rizzotto alla Camera del Lavoro di Corleone, ucciso dalla mafia esattamente due anni prima di quell’arresto, il 10 marzo 1948, ma allora non si sapeva bene, il corpo di Rizzotto non era stato ancora ritrovato.

Placido Rizzotto era stato partigiano in Carnia, nel Friuli, nella Brigata Matteotti, e quando era tornato in Sicilia i contadini l’avevano chiamato il Vento del Nord, perché non era più lo stesso ragazzino senza esperienza della vita di quando era partito. E presto, quegli stessi contadini, prima con lui e poi con Pio La Torre, sfidando la repressione, divennero loro il Vento del Sud. Fu così per tanti di quei ragazzi sbattuti per il mondo o saliti in montagna durante la Resistenza, quando riuscirono a tornare a casa: ottenuta la “democrazia scritta sulla carta” ora toccava farla applicare nella vita di tutti i giorni. Oltre al racconto che ho inserito nel libro, a Rizzotto, La Torre, ai contadini di Bisacquino e alle tante dirigenti donne di quel movimento contadino, ho dedicato anche – insieme al musicista Silvano Staffolani – una canzone, intitolata proprio “Il vento del Nord.”

Bisacquino. Lo stesso paese di cui leggevo il nome su quella lapide a Staffolo. Un piccolo paese. Solo un piccolo dettaglio in mezzo a storie ed eventi più grandi di tutti noi, ma furono tanti i piccoli paesi che entrarono dentro la Storia in quel momento, e negli anni seguenti. Un piccolo dettaglio che ci unisce ancora oggi e ci aiuta a comprendere la dimensione umana e più complessa delle relazioni sociali e dei mondi che ci sono dietro alle storie vissute, e agli avvenimenti che accadono non certo per caso, storie che talvolta ascoltiamo senza prestare la dovuta attenzione. Il filo dei dettagli che unisce la storia.

Per approfondire l’eccidio del Musone, si possono consultare la scheda di Patrizia Rosini e Gian Luca Tesei sul sito stragi naziste e un articolo sul sito dell’Istituto di Storia del Novecento, Ism900.

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