La cultura è il territorio

La cultura è il territorio. È questo il filo conduttore che scorre tra le diverse serate delle Conversazioni in Giardino in corso a Castelfidardo, una serie di appuntamenti che coprono tutti i mercoledì del mese di luglio. Noi ci siamo inseriti al secondo incontro, adeguatamente introdotti da Eugenio Paoloni e Daniele Carlini al tema da loro già avviato con il primo incontro e proseguito insieme ieri sera.
La cultura è il territorio, potrebbe essere scambiata per una frase banale ma non è banale per nulla, potrebbe essere smentita ad esempio da una certa deriva in atto da qualche tempo, e non solo e non tanto per la crescente presenza o invadenza del cosiddetto virtuale,  che  potrebbe essere definita deterritorializzazione della cultura… è già brutta da sola la parola. Marc Augé parlava di non luoghi, per definire tutti quegli spazi non intessuti da relazioni umane, senza sentimento direi io, come ad esempio possono essere i centri commerciali, o le sale d’aspetto delle stazioni o l’interno dei vagoni di oggi che hanno smesso di essere luoghi di incontro, o perfino gli stessi luoghi che dovrebbero essere adibiti all’accoglienza, ad esempio i luoghi di detenzione per richiedenti asilo dove fanno fatica ad essere accolte le relazioni umane, e così via.
Eppure, eppure mi viene ad esempio in mente un palazzo affacciato su uno dei ponti di Mostar alla fine della guerra in Bosnia, un rudere quasi completamente sgretolato e grigio e con tutte le finestre sfondate… eppure in un angolo su in alto il vuoto di una finestra era stato tappato da un telo di plastica e su quello che restava del davanzale c’era una piccola coccia con dei fiori, unica macchia di colore, quasi una pennellata, che riprendeva ostinata a spargere un po’ di vita attorno.
Non c’è nulla di banale, dunque, ma forse mi sto allontanando troppo dai temi di ieri sera. Il territorio in questo caso siamo noi e lo abbiamo dentro di noi, sono le memorie di cui siamo intessuti, sono le storie che continuano a orientarci anche quando non le ricordiamo come dovremmo, e dunque è meglio ricordarle, condividerle, siamo noi nei luoghi che viviamo e che contengono le storie e il segno che hanno lasciato e che possiamo riprendere, condividere e proseguire. Conoscere e vivere questa trama che è il territorio. Il nostro reading è stato preceduto dall’organetto di Alessandro Governatori, che ha proposto magistralmente un saltarello, che detto così può anche apparire banale come un qualunque tocco di folclore, e invece è una musica che sembra vivere da sempre dentro questo territorio e le cui origini sconfinano nei miti del nostro entroterra. Miti che ci voleva una serie di sconvolgenti terremoti per riportare un po’ all’attenzione.
Mi accorgo di avere già usato nelle righe precedenti le parole filo, tessuto, trama, intessere. Non è un caso. Sono più di una metafora. Il prossimo appuntamento di questa rassegna sarà dedicato proprio alla tessitura delle cotonine a Castelfidardo nell’800, e proprio ieri sera, in una sala affacciata sullo stesso cortile erano in attività due vecchi telai, di quelli che un tempo erano presenti in ogni casa delle nostre campagne, a predisporre l’ordito e intrecciare il filo per creare trame, tessuti. Quando i mestieri non erano parcellizzati, spezzati e impoveriti, e le mani e l’occhio condividevano l’immaginazione e il senso. Una volta, dedicando un racconto a mia madre l’ho intitolato L’ape e l’architetto, lei al posto del telaio usava l’uncinetto.
Non sto dipingendo astratti quadri di un passato idilliaco. C’era la fatica dentro, era questa a dare una più concreta consistenza all’ordito, e spesso ce n’era troppa di fatica, così tanta da non riuscire a resistergli. Ricordavamo, chiacchierando ieri sera davanti al telaio dopo che il nostro reading era terminato, che spesso quello era un lavoro notturno, da sera tardi, dopo una giornata intera a zappare o falciare sui campi o a seguire tutti gli altri lavori che c’erano da fare. E spesso la stessa parola lavoro non era quella più adatta, spesso nemmeno veniva usata , il linguaggio che si parlava era capace di usare molte altre espressioni più adeguate alla fatica che c’era incorporata dentro, o anche alle relazioni sociali e gerarchiche. In tanti contratti di mezzadria, ad esempio, erano descritte delle vere e proprie courvèe.
Il cambiamento era necessario, lo chiedevano i contadini stessi, ci lottavano, e non era affatto banale lottare in quelle condizioni, ma forse bisognava anche gestirlo in altri modi questo cambiamento, che sì, si è accompagnato a quello che si chiama progresso, ma per dirlo con un eufemismo non è che funzioni proprio tutto così bene. Il nostro reading, con le sue canzoni e le letture tratte dalle storie narrate nel libro, è dedicato in modo più specifico proprio a questi momenti di lotta e alla passione che c’era dentro. Uno dei brani che ho letto ieri sera, dedicato alla storia di Maria Margotti, si concludeva con queste parole: “Eravamo compatte, allora. Se potevi ti difendevi con la lingua. La vita non è stata facile, però siamo state anche bene insieme, perché ci volevamo bene.” E non è una frase inventata da me ma una citazione, da un’intervista ad una delle protagoniste di allora.

(Grazie per le foto a Daniele Carlini)

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