L’intensità della leggerezza (la serata alla Biblioteca La Fornace)

Ieri giovedì 13 luglio eravamo alla Biblioteca La Fornace, un luogo di lavoro diventato un riferimento di cultura. Già il reading della sera prima ai giardini di Palazzo Mordini di  Castelfidardo mi aveva stuzzicato una riflessione sulla “cultura e il territorio” e sui “luoghi e non luoghi” di Marc Augé, e anche qui il luogo c’è, con la sua storia e il suo presente.

Prima di iniziare, e dopo aver già curiosato al piano superiore nella parte della biblioteca vera e propria, dove si tengono anche le serate e gli incontri di lettura o di musica, abbiamo visitato la parte sotterranea, dove era il cuore della fornace, il lungo corridoio ovale di circa 80 metri, un anello attorno al forno in cui venivano cotti i mattoni a 800 o 900 gradi di temperatura (e dove oggi vengono esposte mostre). Da lì si innalza il camino che svetta verso il cielo ed è visibile da lontano per chi cerca la biblioteca, come un tempo era visibile a chi nelle campagne attorno o nel paese poco più in là, in quel forno ci andava a lavorare, e non era certo una passeggiata. C’erano molte fornaci nel nostro territorio a quel tempo, anche di altre sono visibili, ristrutturati, i resti delle ciminiere sopravvissute al tempo, questa qui però è una delle poche ristrutturata interamente, e poi dedicata ai libri e a tante e diverse iniziative culturali e sociali a cui partecipano diverse associazioni.

Chi entra qui si sente a proprio agio fin dalla prima volta, e avverte d’essere entrato come in una specie di ventre, un accogliente e ampio contenitore che ti avvolge in un’atmosfera intensa e leggera, ti fa avvertire la leggerezza dei libri. Nulla di veramente antico, e di affascinante per altri versi come si può respirare nelle biblioteche ospitate in palazzi che risalgono ai secoli passati; qui siamo in un’epoca molto più vicina a noi, che risale quasi a ieri, a un mondo di cui ancora possiamo avvertire l’eco e il ricordo diretto. La Fornace è un pezzo del nostro Novecento, era nel pieno della sua attività quando vivevano, subito dopo la guerra, le storie che racconto nel mio libro, e certamente molte delle persone che qui hanno lavorato, appena uscivano andavano ad aiutare il resto della famiglia nelle fatiche dei campi. La Fornace ha cessato le attività solo negli anni Settanta, e quindi sono molti nel paese quelli che ne hanno un ricordo vivo. Poi, dopo un periodo di abbandono e degrado, fortunatamente è stato possibile recuperarla e restituirla alla comunità.

È sempre un piacere trovarsi qui. La data scelta per il reading forse si è rivelata non proprio adatta, non eravamo in molti ma l’attenzione e la partecipazione dei presenti è stata ugualmente e come sempre lo stimolo che ci ha accompagnato durante la lettura dei brani e  le canzoni, tra le quali c’era anche quella dedicata a Maria Margotti, anche lei nel suo paese, Filo d’Argenta, ad alternarsi in quegli stessi anni tra il lavoro saltuario nei campi o nelle risaie all’altro in una fornace di mattoni: la sua mansione era di trasportare mattoni avanti e indietro con una carriola, tutto il giorno.

Letture e canzoni, nel nostro reading, che parlano di fatiche, e dunque in che modo raccontarle? È stato questo uno dei temi sui quali poi abbiamo chiacchierato, a lungo e insieme: come è nato il linguaggio usato nella narrazione, come sono nate le canzoni, la musica e le parole che vogliono ridare vita a queste storie? Certe volte, fuori dal contesto del reading concerto, lontano quindi dalle letture e dalle canzoni e parlandone soltanto, avverto un po’ di difficoltà nello spiegarlo e in chi mi ascolta come un piccolo distacco, uno scarto, come se far riaffiorare queste storie possa significare un insistere su tristezze e malinconie che si vogliono evitare nel modo di fruire oggi la cultura – “la cultura è diventata un’arma di distrazione di massa” diceva Goffredo Fofi in un’intervista di qualche tempo fa – oppure potrebbe essere scambiato per un rassegnato piangersi addosso. Secondo me sarebbe una definitiva emarginazione il piangersi addosso. Sono stato sempre convinto che ci voglia la giusta leggerezza e anche ironia per valorizzare il patrimonio di esperienze di chi ci ha preceduto, delle fatiche e delle difficoltà, come Sisifo condannato a spingere il suo masso in montagna ma in quello spingere è capace di metterci dentro tutto il senso di cui c’è bisogno, ed è quello che dobbiamo raccogliere, e allora la leggerezza mi appare come la dimensione più adeguata per sottolinearne con rispetto il valore. Ieri sera, nel parlarne, mi sono appoggiato a Carlo Levi e a Rocco Scotellaro, molto presenti nei racconti del libro.

(La serata è stata promossa con la collaborazione di Anpi Mediavallesina, Arci Jesi Fabriano e Libera Jesi. Grazie per le foto a Anahita H. Dowlatabadi)

 

 

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