«La notizia si propaga come un fuoco» (Leonida Rèpaci)

“La notizia si propaga come un fuoco”, inizia così il racconto “Marcia dei braccianti di Melissa”, dello scrittore calabrese Leonida Rèpaci, di cui il 19 luglio ricorre il trentaduesimo anniversario della scomparsa.

Uno scrittore dalle parole come pennellate decise, capaci già al primo tocco di evocare un’intera scena, di farti sentire immediatamente dentro. È questa la sensazione immediata che provo quando lo leggo. La prima frase mi fa subito apparire tutta la scena e l’atmosfera del racconto e dello stesso atto del raccontare, come la convocazione di una comunità che si raccoglie attorno al narratore e questi, in mezzo a tutti, inizi il racconto aiutandosi con un bastone che punta deciso a terra, come a fissare un inizio certo, per incidere visibile e materico direttamente nella terra il punto da cui allargarsi, senza separarsi da esso. Non so perché ma lo immagino così, non come un testo scritto ma direttamente raccontato.

Ecco alcuni incipit di altri racconti: “Si chiamava Carmela, era di Sersàle. Suo padre, boscaiolo…”; “Cata appiccava il fuoco ai pagliai per la gioia di vedere le lingue della fiamma levarsi…”; “Il vecchio Lao malediva in cuor suo la superbia e la scapataggine, di cui s’era reso colpevole davanti a me”. E così via, qualsiasi racconto ti spalanca subito la sua storia, o la promessa di quella storia, perché se la storia ti accorgi di averla già davanti e di conoscerla già, di essa ancora non sai nulla e per saperlo devi riviverla seguendola da dentro.

Anche la storia di Melissa e della marcia dei braccianti verso il feudo di Fragalà ci sembra già di conoscerla, perché ne sappiamo l’esito, eppure anche qui l’incipit del racconto proposto da Leonida Rèpaci ci avverte già dalla prima riga che anche in quella storia noi dobbiamo entrarci dentro per conoscerla davvero.  È stata questa la sensazione che ho avuto quando iniziai a leggere per la prima volta questo racconto, che mi ha fornito le immagini o la visione di riferimento quando ho tentato di affrontare anch’io il racconto di questa vicenda, e ogni mio tentativo di descrivere, riportare, ricostruire mi sembrava inadeguato e piatto, lontano dalla consistenza che intuivo. Forse anche per questo ad un certo punto ho cercato la soluzione alla mia difficoltà di un narrare adeguato citando direttamente il racconto di Rèpaci, e poi spostando radicalmente la lingua della narrazione scegliendo di utilizzare esclusivamente la forma del dialogo, un dialogo corale, di tante voci, per descrivere l’epopea di questo paese che si muove tutto insieme in blocco. Ho cercato di non essere io il narratore, tentando di far sì che i narratori fossero gli stessi protagonisti, dialogando in coro tra loro, in una moltitudine di voci che dilaga sulle terre. Le immagini evocate da Rèpaci con le sue parole sono state lì a guidarmi. Ad un certo punto cito anche i primi due versi della sua poesia “L’albero del bracciante umiliato”: “Arburu picciriddhu ti chiantai / cu la speranza mi cogghiu lu fruttu”. Nella mia finzione narrativa mi sono preso la libertà di trasformarla in una canzone d’amore perché in fin dei conti quella poesia è davvero un atto d’amore, seppure amaro, per quella terra e quella vita così dure. Nella mia finzione l’ho resa direttamente una canzone d’amore che ad un certo punto, durante la marcia, intona Angelina Mauro, che poi verrà ferita a morte durante l’intervento delle forze dell’ordine. Un esito amaro.

Il racconto di Melissa, che ho intitolato “La semina delle fave” è uno di quelli che mi capita più spesso di leggere. Di seguito ecco il testo intero della poesia di Leonida Rèpaci “L’albero del bracciante umiliato”, nell’originale calabrese e nella traduzione italiana:

Arburu picciriddhu ti chiantai
cu la speranza mi cogghiu lu fruttu
cu na zappuddha d’oru ti zappai
sempri t’imbivarai cu chiantu ‘rruttu.
Poi passau unu, non ti vitti mai
stendiu la manu e si cogghiu tuttu.
E jeu l’amariceddhu mia restai
la ucca amara cu lu denti asciuttu.

Albero piccolissimo ti piantai
con la speranza di cogliere il frutto
con una vanga d’oro ti zappai
sempre ti abbeverai con muto pianto.
Poi passò uno, non ti vide mai
stese la mano e raccolse tutto
Ed io povera me restai
con la bocca amara e con il dente asciutto.

Ho avuto occasione di ascoltare su youtube l’interpretazione del racconto di Rèpaci  in lettura e musica eseguita dal gruppo teatrale RRACINA R’A CINA. Per ciò che mi riguarda ho avuto occasione di recitare una parte del dialogo da me realizzato con gli amici di ArciVoce in un teatro della nostra zona, all’interno di un più ampio reading. A Melissa è dedicata anche FRAGALÀ, una delle canzoni tratte da L’erba dagli zoccoli, composte insieme a Silvano Staffolani.

(Nella foto Leonida Rèpaci insieme a Pier Paolo Pasolini; dal sito Mmasciata)

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