La poesia di Rocco Scotellaro in musica, canto e danza

C’è chi lascia un poema
e chi non lascia niente
perché esse muto è ‘l tema
de vive, in tanta gente.

Però te m’hai inganato,
vechio, e pe’ non morì
muto com’eri stato,
m’hai lasciato un giardì.

Ho voluto aprire con questa poesia di Franco Scataglini la nostra introduzione – con L’erba dagli zoccoli in reading concerto – agli amici dell’Associazione Musicale Akilina Simakova, con il loro spettacolo “La poesia di Rocco Scotellaro in musica, canto e danza”.

Una serata molto bella, tra amici che s’incontrano con i loro progetti e ricerche e percorsi – “nei sentieri non si torna indietro” scrive Rocco Scotellaro in un verso di “Sempre nuova è l’alba”, forse la sua poesia più conosciuta – e una sera decidono di intrecciarli insieme questi sentieri per il piacere di vederli fianco a fianco e farne scaturire altri lati di emozione. Bisogna sempre scompaginare un po’ le proprie carte.
Come nel primo dei due brani che ho letto:
«”È un lunario tascabile” rispose il venditore di ovi tirando fuori da qualche tasca sotto il mantello cinque libretti sgualciti, con la copertina illustrata. Li dispose sul sedile vicino all’Herbario, con il gesto di chi estrae dei tarocchi da un mazzo per allinearli, come se la loro disposizione possa ancora modificare qualcosa, o aiutare magari a trovare qualche angolo ancora sfuggito in quella trama già vissuta e annotata, che ora tornava a srotolare.»
Nella mia storia il mezzadro srotola i lunari dove ha scritto le sue storie come fossero dei tarocchi, quasi a propiziare una storia che si riapra sempre al nuovo, e sveli lati fino a quel momento in ombra. Il brano è tratto dal racconto che dedico ai mezzadri della Marche, e nel libro è preceduto in esergo proprio dalla poesia di Scataglini.

Di quale “giardì” ci parla Scataglini non c’è bisogno di spiegarlo, è quello che se vogliamo ritroviamo dentro di noi, con tutta la ricchezza degli echi custoditi per noi, e che noi continuiamo a custodire e rimescolare.

“Ma dov’è che accade questa strana storia che mi conti” e l’altra voce immaginaria che accoglie l’invito al dialogo, quasi come il suo eco o il suo controcanto, gli risponde “nel mondo dei contadini, dove non si entra senza una chiave di magia”.
La frase è una citazione di Carlo Levi. Prima l’ho letta io, nel secondo brano che avevo scelto, e poi l’ha cantata Silvano con la canzone Scagliosa, ricca di citazioni di Rocco Scotellaro e della poesia che Rocco dedica al bracciante Giuseppe Novello. Ma è con Carlo Levi, e con quella chiave di magia, che siamo entrati nel mondo di Rocco Scotellaro. Levi quel mondo lo riceve in regalo dal suo confino, e se ne commuove e innamora. Scotellaro lo vive quel confino, è lui stesso quel confino, e al tempo stesso non lo è – “che all’ilare tempo della sera s’acquieti il nostro vento disperato”, sempre dalla stessa poesia di Rocco citata prima.
“Uno si distrae al bivio” scrive in un suo romanzo incompiuto.  Ma sto rischiando di imbarcarmi in chissà quali ragionamenti, di cui in questo momento forse non ho nemmeno voglia o forza.  L’altra sera, a questo punto, Sergio Santalucia è entrato in scena suonando la zampogna, lo strumento che più di tutti mi da l’impressione che estragga il respiro del suo suono direttamente dalle cavità animali della terra, ma quelle più intime.

A questo punto c’è solo da spaziare attorno, lo sguardo può farlo, tra musiche poesie e danza. Lo stesso Scotellaro ne è insieme filo conduttore e pretesto, per incontrare insieme a lui – come in una di quelle scorribande notturne  a cantare e suonare con i suoi amici, di cui ci regala qualche ricordo nel suo “L’uva puttanella” –  e alla sua veloce vita di versi, anche altri artisti, poeti e poesie da leggere (Leonardo Sinisgalli, Albino Pierro, Giuseppe Antonello Leone, Mario Trufelli). Sono un filo conduttore e un pretesto anche le visite che faceva dalla sua Tricarico alla Montemurro dei suoi amici Giuseppe Leone e Maria Padula, per riproporre anche oggi, nello spettacolo a lui dedicato, i confronti e le diversità che lo incuriosivano sulle tradizioni musicali dei due paesi. Quelle musiche che siamo noi, che vivono negli strumenti e nelle melodie, ma anche nella musicalità delle parole che si lanciano in volo con la poesia.

Sul palco a suonare e cantare in questa seconda parte dedicata a Scotellaro, c’erano Sergio Santalucia, Graziano Lamarra e Antonio Anzalone, e come voce narrante Stefano Lauria, e poi ad alternarsi con lui nella lettura delle poesie o delle lettere di Rocco Scotellaro o di sua madre Francesca Armento, c’era  Eleonora Jacobucci, che di questo spettacolo è anche “la danza”, e nelle danze popolari le ha fatto compagnia il nostro Silvano perché il saltarello non è solo nei tasti o nelle corde degli strumenti ma nei piedi.

L’atra sera – conclusa l’introduzione in reading  concerto con me e Silvano Staffolani, accompagnati dal percussionista Lorenzo Cantori – gli amici lucani mi hanno invitato a restare sul palco con loro e fare parte delle voci che hanno proposto le poesie scelte per la serata. Li ringrazio per avermi regalato questo piacere, mi sentivo davvero bene, ci sentivamo tutti bene.
Riporto l’ultima poesia che ho letto, accompagnando il finale in musica di tutti i musicisti e danzatori insieme.
Una poesia di Dora Celeste Amato dedicata a Rocco Scotellaro, che quando me l’hanno proposta m’è sembrata subito simile a una fresca pennellata – forse una pennellata della pittrice Maria Padula?  Come una sensazione, che è già lì, lungo la strada, e la poeta riesce a coglierla, fermando e prolungando quell’attimo.

Un brigante ragazzino
gli occhi neri
i capelli ricci di Rocco.
Lo stridio delle cicale s’interrompe.
Ora canta il silenzio.
L’uva puttanella
sgorga il suo liquore sul liuto.
La Rabatana rimanda
l’eco del poeta.

CANTALATERRA si è svolto al Circolo Arci Onstage di Castelfidardo – An, il 20 ottobre 2017; con il contributo di Arci Marche;  qui il VIDEO della serata, e le interviste di promozione di Radio Incredibile e di Agoradio.

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