Neve

E neve sia, dopo tanta siccità. Non compare molte volte la parola «neve» nei miei racconti sulle lotte contadine. Evidentemente si lottava meglio quando c’era tempo buono, e quando pioveva a dirotto o nevicava la terra si riposava, e anche tra le persone ci si chiudeva a riposo, stretti insieme nelle case davanti al camino o anche nelle stalle, per scaldarsi. E chiacchierare, scambiarsi storie, di tutti i tipi – ricordo le donne sedute in cerchio a sferruzzare, che si scambiavano, ma non solo loro, con gli uomini in piedi dietro, dicerie più o meno lontane, su stregonerie lupi mannari e simili, tra stupori, curiosità morbosa dei bambini e non poche battutacce scettiche attorno – ma poi anche giocare a carte o suonare e ballare. E anche discorsi seri: “Chi sapeva leggere leggeva e gli altri si mettevano attorno”, scrive Vincenza Castria nel suo libro “Rossa terra mia”, che cito nel mio racconto lucano «Ti porterò gli odori della terra», dedicato a Rocco Scotellaro e a Giuseppe Novello.

La parola «neve» compare solo quattro volte nel mio libro, ma due quasi non contano perché sono nel racconto «Il curandero», quando il ragazzo si mette a leggere ad alta voce il lunario del 1950, che uno dei suo interlocutori aveva anche usato come diario dove annotare ciò che accadeva.

Un’altra volta compare nel primo racconto, autobiografico, «Le parole le ho sempre associate», in un veloce flash di ricordo: «La neve e i passeri da noi bambini catturati sui pagliai: servivano a condire la polenta». Qualcuno magari si potrà scandalizzare, ma vi assicuro che non capitava spesso di condire la polenta in un modo così ricco e sostanzioso. Si dice che i ricordi restano forti quando sono piacevoli, e io questa cosa la ricordo molto bene.

Poi la parola «neve» compare anche nel racconto «Lentella», quando cito quasi di passaggio la storia di un ragazzo ventenne durante la guerra, che pensavano fosse disperso in Russia e invece stava tornando bello e tenace a piedi, apposta per raccontarla la sua storia, anche a me molti anni dopo:  «Di uno è arrivata una lettera: prima i tedeschi li hanno portati a scavare trincee nella neve, poi li hanno presi i russi, raccolti e stipati su un treno per trenta giorni più lunghi di una vita. Poi il tempo s’è fermato e nessuno li ha più contati quei giorni a scavare nel ghiaccio, all’altro capo del mondo, dove la terra finisce. Ce ne vorrà di tempo e di strada da ingoiare prima di tornare, ma lui è già in cammino: che vuoi che sia questa steppa, non è più vasta della vita che ci aspetta.»

Buona nevicata a tutti.

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