Solchi di verità e di giustizia (21 marzo)

21 marzo, giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti della mafia, organizzata da Libera. Per le Marche l’appuntamento regionale è in corso oggi a Jesi. Questa mattina si è svolta la prima parte, all’interno del Palasport a causa del maltempo – nei paesi in collina si è vista anche la neve – ma gremito di persone, soprattutto di tanti giovani delle scuole, arrivati qui da tutta la regione.

Al centro delle cerimonie di questa mattina c’è stata la lettura dei nomi delle vittime, quasi un migliaio, così tanti e troppi che diventa addirittura difficile conoscerli tutti, e per ricordarli li abbiamo scanditi e pronunciati uno ad uno, alternandoci in tanti, più di quaranta persone.
Onestamente nemmeno io  conosco le storie legate ai nomi riportati nel foglio che mi era stato assegnato, ma ora ce l’ho qui il foglio mentre cerco di documentarmi sulle loro singole vite.

Tra gli altri nomi che ho sentito leggere,  ce ne sono anche tanti che cito nel mio libro dedicato alle lotte contadine nel dopoguerra. Ad esempio Placido Rizzotto e Pio La Torre, nel racconto dedicato alle occupazioni delle terre nella zona di Corleone, a Bisacquino nella primavera del 1950, quando Pio La Torre andò a sostituire Placido Rizzotto ucciso dalla mafia il 10 marzo 1948 e riprese la guida di quel movimento contadino, e il 10 marzo del 1950 fu poi arrestato durante l’occupazione al feudo di Santa Maria del Bosco. Pio La Torre aveva 23 anni quando andò a Corleone e lì conobbe Carlo Alberto della Chiesa, allora trentenne e capitano, che aveva già individuato i responsabili della sparizione di Rizzotto. Diventarono amici in quel frangente e si tennero sempre in contatto, verranno poi uccisi entrambi a Palermo nel 1982, a distanza di soli 4 mesi uno dall’altro.

Oppure Margherita Clesceri e le altre vittime di Portella della Ginestra, a cui nel libro dedico ugualmente un intero racconto, che in parte ricostruisco anche sulla base di un incontro che ebbi molti anni fa con alcuni superstiti di quella strage.
E poi ancora altri nomi, di sindacalisti e capi lega, che mi trovo a citare nei diversi racconti del libro, come Accursio Miraglia, Nicolò Azoti o Pietro Macchiarella. Infatti le lotte per la giustizia sociale e il rispetto della legalità s’intrecciavano insieme, anzi erano la stessa cosa e spesso i braccianti in lotta attaccavano sulle loro bandiere gli articoli della nuova Costituzione che più li riguardava, ponendosi loro dalla parte della legalità calpestata. Come l’articolo 4 che da il titolo anche ad un libro di Danilo Dolci, ricordando lo sciopero a rovescio che organizzò a Trappeto nel 1956.
Pronunciare tutti i loro nomi e condividere questa lettura significa anche ricordare che non furono vittime passive o rassegnate ma persone che si sono battute apertamente, e proprio per questo il loro sacrificio non è stato inutile.

In uno dei racconti del libro riporto questo dialogo, da quanto ricordo dell’incontro che ebbi appunto anni fa con una coppia di superstiti della strage di Portella:
«“Oggi credono tutti che la mafia sia qualcosa di naturale su questa terra: è la nostra cultura, vengono a dirci.” “Cultura imposta col sangue!” “Arrivammo a Portella verso le nove. Sembrava una festa. Le bandiere, le bande musicali, anche i cavalli e i muli erano bardati. I bambini aspettavano eccitati lo scoppio dei mortaretti. La guerra era finita da poco e la gente era povera. Avevamo raccolto cibo e vino affinché tutti quel giorno potessero mangiare.” “I mafiosi dissero che la festa loro ce l’avrebbero fatta.” “Durante la campagna elettorale il capomafia Salvatore Celeste aveva gridato: ‘Voi mi conoscete! Chi voterà per il Blocco del popolo non avrà né padre né madre’. A gennaio era stato ammazzato Accursio Miraglia e pochi giorni dopo Pietro Macchiarella. Anche al Cantiere navale di Palermo i mafiosi spararono. In Sicilia c’era anche questa storia del movimento indipendentista e alla fine il governo di Roma aveva riconosciuto l’autonomia…” “…ma le prime elezioni la sinistra le vinse.” “Il 20 aprile del ‘47 il Blocco del Popolo vinse le elezioni regionali. Tutto questo era troppo per gli agrari, la reazione fu violenta, come un colpo di stato, uccisioni e intimidazioni, perfino bombe a mano e poi l’eccidio di Portella e subito dopo quello di Partinico, ma le occupazioni andarono avanti…”»

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