Alla festa dell’olio nuovo

«… Noi le olive non vogliamo regalarle più, rispondono i ragazzi, andiamo nei mercati ci alziamo all’alba facciamo i pendolari dell’olio: glielo dobbiamo a chi ha costruito la nostra strada, il nostro bene comune. Da questa altura possiamo guardare la valle fino al mare, e vedere così anche lo scempio, il prezzo del progresso. Ma non è solo per il paesaggio, è qualcosa di più profondo. Una qualità di olio non si produce ovunque, non basta la tecnica, dipende dall’equilibrio del suolo, un’idea semplice che è difficile a farsi, dietro c’è la cura delle persone, il lavorio continuo, il rispetto, la ricerca, le storie vissute, il nostro spazio sociale. Il vivere quotidiano. Lo stesso profumo dell’aria…»:  è un brano del libro tratto dal racconto dedicato a Lentella, nel sud dell’Abruzzo al confine con il Molise.

Ieri sera, domenica 12 novembre eravamo invece nelle Marche ma in un borgo altrettanto piccolo e vivo, Scapezzano, una frazione di Senigallia, dove dal 9 al 12 novembre, su iniziativa del circolo Arci pro-Scapezzano, si è svolta la festa dell’Olio Nuovo. La cornice migliore per il reading concerto dedicato alle lotte contadine, prestando attenzione non solo alla fatica e durezza di quelle lotte e di quelle condizioni di vita, ma anche alla soddisfazione di godere alla fine dei prodotti della terra, nel rispetto della terra. Nel manifesto preparato per l’occasione c’era scritto: “La nostra è una festa eco solidale. Tutte le pietanze verranno servite utilizzando stoviglie i ceramica o realizzate in materiali compostabili. Serviamo acqua potabile di Gorgovivo.”

O di godere anche della festa in piazza, quando il paese si ritrova, con le sue musiche e i suoi balli, e la musica esorcizza le fatiche e fa manutenzione dello spirito: ad animare questa parte della festa c’erano, nelle ore del pomeriggio precedenti il reading concerto, “I fiji d’Ottrano” , e proprio due di loro sono gli stessi che poi si alternano con me alla mia lettura dei brani scelti dal libro: Silvano Staffolani, coautore delle canzoni e del reading concerto, e il giovane Lorenzo Cantori alle percussioni.

Il reading concerto  lo abbiamo aperto e chiuso dedicandolo in modo specifico alla solidarietà. In apertura con la canzone “Il mietitore” dedicata al sentiero dei mietitori e alle terre dei Sibillini nel sud della regione martoriate dal terremoto, ricordando così anche le iniziative di solidarietà partite in diverse occasioni dalla realtà che ci ospitava: personalmente ricordo qui a Scapezzano, un paio di anni fa, una cena di solidarietà a cui aveva partecipato l’intero paese, in quel caso l’aiuto andava ai circoli arci che nella zona erano stati colpiti dall’alluvione del 2014. In chiusura del reading invece abbiamo proposto la canzone “Corre il treno”, per ricordare quel grande movimento di solidarietà che nel dopoguerra interessò quasi centomila bambini ospitati per periodi più o meno lunghi da altre famiglie, per tenerli lontani dalle città bombardate della guerra e qualche anno dopo dalla miseria che colpiva le famiglie contadine oggetto della repressione durante le lotte. Una grande solidarietà che univa il paese da sud a nord.

Una serata dedicata dunque alle memorie di ieri e al presente di oggi.

(L’evento su FB)

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Angoli di Puglia

Un profondo grazie ad Arci Puglia e Arci Lecce per le due tappe dell’ultimo fine settimana, a Santeramo del Colle, in provincia di Bari ma a due passi da Matera, e a Soleto, subito sotto Lecce, al centro del Salento. E grazie a quanti in entrambi i luoghi ci hanno accolto con amicizia e interesse verso il nostro progetto, e con lo stesso entusiasmo ci hanno reso partecipi delle loro attività.

Il 27 a Santeramo eravamo al Tangram. Uno spazio culturale e di riferimento sociale realizzato letteralmente con le loro mani, nel senso che tutto, del locale degli oggetti e dei mobili, è stato ideato e realizzato manualmente da loro stessi, facendo rivivere i materiali talvolta più semplici o quelli giunti a fine utilizzo, restituendogli  nuovo significato, funzione e valore estetico. Il tangram, scomponi e ricomponi, un luogo demiurgico, al centro di un parco intestato a Berlinguer, che gestiscono, rendono vivo e fruibile, accogliente. E anche noi, con il reading concerto, immersi nella notte del parco.

Il 28 a Soleto eravamo direttamente in un circolo Arci, l’Artelica, anche questo “un luogo”, nel senso di Augé, entri e vedi già l’andirivieni delle persone prima ancora che inizi ad animarsi – noi siamo arrivati proprio all’apertura – e poi lo vedi animarsi e prendere il via nei diversi angoli che lo compongono, mentre anche noi ci posizionavamo, davanti alle “case sugli alberi”.
L’Artelica si affaccia direttamente sulla piazzetta davanti al Municipio, al centro dell’intrico dei vicoli del centro storico, sabato sera animati da una manifestazione dedicata ai vini.
Soffiava un vento fresco da nord quando siamo arrivati, qui in Salento. I venti in Salento fanno parte della terra, quando arrivano qui – lo Scirocco dal fondo del Mediterraneo e la Tramontana addirittura dal cuore dell’Europa – diventano un’altra cosa, incontrano questa terra e se ne  innamorano, le corrono addosso, come un saluto.

Il vento di ieri creava colori speciali nel cielo e nella campagna. L’avevo già provato la prima volta che ero sceso per visitare l’Arneo, accompagnato da Luigi Del Prete, lui che è di Copertino, che in quel giro mi trasmise anche le storie che aveva raccolto da altri ancora – la memoria devi dividerla con gli altri se vuoi usarne la forza – e poi aveva raccontato nel film Arneide, con le voci di tanti testimoni. Io arrivavo da fuori, avevo solo letto qualche cosa, ma poi una volta lì ero stato ben contento di aver respirato anch’io un po’ di quell’aria. E poi in un viaggio successivo, avevo conosciuto uno dei testimoni di allora, Cosimino Ingrosso, una bella sera di fine luglio all’agricampeggio Le Fattizze, nel cuore dell’Arneo. Cosimino ci ha lasciato a gennaio di quest’anno, ma ci ha lasciato un grande regalo, le sue memorie a cui aveva lavorato negli ultimi anni scrivendo a mano, anche lui come un demiurgo, quando sono le mani stesse che partecipano al pensiero, per ritirare fuori tutte le emozioni che giorno per giorno hanno accompagnato i gesti, gli sguardi, le parole dette e quelle ascoltate. Ora un gruppo di amici sta lavorando per pubblicarle e trasmetterle a tutti noi quelle memorie preziose, così che diventino anche nostre.

Alle Fattizze c’è un monumento, in legno, dedicato a lui (“Omaggio a un capopolo; la rivoluzione in bicicletta” realizzato da Stefano Bergamo): un uomo in bicicletta che corre, sembra lui stesso il vento che si innamora di questa terra, lanciato in avanti, e nella foga della corsa le ruote della bicicletta diventano quattro, sei non le ho contate, si rincorrono tra loro, lui non può cadere se tutte insieme lo sostengono. Nella cassetta appoggiata dietro alla sella Cosimino un mandolino, perché lui amava la musica, suonava il mandolino e anche la fisarmonica.

Il ricordo di Cosimino è stato presente nel reading concerto delle nostre due serate. In apertura, dopo l’introduzione e la canzone “Sogni alla deriva” dedicata a tutti i migranti di ieri e di oggi, abbiamo proposto il brano dedicato ai mezzadri della nostra regione, le Marche, con la canzone “San Martino”, e poi tre letture dedicate a tre regioni del sud, la Lucania di Rocco Scotellaro, ricordando Giuseppe Novello, con la canzone “Scagliosa”, poi il racconto di Melissa, anche perché proprio ora che sto scrivendo è l’anniversario di quel lontano 29 ottobre. “Sono già le cinque, staranno già zappando sulle terre del feudo?” si dicono tra loro in paese i più anziani, i pochi che non sono riusciti ad andare con gli altri a occupare le terre di Fragalà. Il brano che ho letto inizia con i due contadini che scrivono una lettera al figlio poliziotto, in Salento, raccomandandogli di non picchiare i contadini, perché anche loro, i suoi genitori, stanno occupando le terre. La scena dei due che scrivono l’ho immaginata ma la lettera è vera, e quel figlio poliziotto la leggerà di nascosto proprio a Cosimino rinchiuso nel carcere di Lecce, dopo l’arresto all’inizio dell’occupazione dell’Arneo. E per un attimo Cosimino e quell’altro ragazzo come lui, che fa il poliziotto, si commuovono insieme.
Le letture di Melissa ed Arneo le abbiamo accompagnate con le canzoni “Fragalà – La memoria è come un sasso” e “Il rogo delle biciclette”. Per chiudere, la canzone “Corre il treno”, dedicata a quel grande movimento di solidarietà verso i bambini troppo coinvolti dai momenti più duri di quelle lotte contadine, ospitati in luoghi più tranquilli per un po’, da altri contadini delle regioni del centro o del nord, anche loro in lotta ma con qualche margine in più di tranquillità.
E in chiusura davvero, dopo una pausa a chiacchierare e scambiarci parole e racconti, e dopo essere andati idealmente a nord con “i treni della felicità”, ci siamo salutati con la canzone “Su alzati Maria”, tratta dal racconto dedicato a Maria Margotti, di Argenta, ricordando con lei il grande sciopero dei braccianti del maggio 1949. Uno sciopero nazionale, a cui parteciparono naturalmente anche i braccianti pugliesi.

La poesia di Rocco Scotellaro in musica, canto e danza

C’è chi lascia un poema
e chi non lascia niente
perché esse muto è ‘l tema
de vive, in tanta gente.

Però te m’hai inganato,
vechio, e pe’ non morì
muto com’eri stato,
m’hai lasciato un giardì.

Ho voluto aprire con questa poesia di Franco Scataglini la nostra introduzione – con L’erba dagli zoccoli in reading concerto – agli amici dell’Associazione Musicale Akilina Simakova, con il loro spettacolo “La poesia di Rocco Scotellaro in musica, canto e danza”.

Una serata molto bella, tra amici che s’incontrano con i loro progetti e ricerche e percorsi – “nei sentieri non si torna indietro” scrive Rocco Scotellaro in un verso di “Sempre nuova è l’alba”, forse la sua poesia più conosciuta – e una sera decidono di intrecciarli insieme questi sentieri per il piacere di vederli fianco a fianco e farne scaturire altri lati di emozione. Bisogna sempre scompaginare un po’ le proprie carte.
Come nel primo dei due brani che ho letto:
«”È un lunario tascabile” rispose il venditore di ovi tirando fuori da qualche tasca sotto il mantello cinque libretti sgualciti, con la copertina illustrata. Li dispose sul sedile vicino all’Herbario, con il gesto di chi estrae dei tarocchi da un mazzo per allinearli, come se la loro disposizione possa ancora modificare qualcosa, o aiutare magari a trovare qualche angolo ancora sfuggito in quella trama già vissuta e annotata, che ora tornava a srotolare.»
Nella mia storia il mezzadro srotola i lunari dove ha scritto le sue storie come fossero dei tarocchi, quasi a propiziare una storia che si riapra sempre al nuovo, e sveli lati fino a quel momento in ombra. Il brano è tratto dal racconto che dedico ai mezzadri della Marche, e nel libro è preceduto in esergo proprio dalla poesia di Scataglini.

Di quale “giardì” ci parla Scataglini non c’è bisogno di spiegarlo, è quello che se vogliamo ritroviamo dentro di noi, con tutta la ricchezza degli echi custoditi per noi, e che noi continuiamo a custodire e rimescolare.

“Ma dov’è che accade questa strana storia che mi conti” e l’altra voce immaginaria che accoglie l’invito al dialogo, quasi come il suo eco o il suo controcanto, gli risponde “nel mondo dei contadini, dove non si entra senza una chiave di magia”.
La frase è una citazione di Carlo Levi. Prima l’ho letta io, nel secondo brano che avevo scelto, e poi l’ha cantata Silvano con la canzone Scagliosa, ricca di citazioni di Rocco Scotellaro e della poesia che Rocco dedica al bracciante Giuseppe Novello. Ma è con Carlo Levi, e con quella chiave di magia, che siamo entrati nel mondo di Rocco Scotellaro. Levi quel mondo lo riceve in regalo dal suo confino, e se ne commuove e innamora. Scotellaro lo vive quel confino, è lui stesso quel confino, e al tempo stesso non lo è – “che all’ilare tempo della sera s’acquieti il nostro vento disperato”, sempre dalla stessa poesia di Rocco citata prima.
“Uno si distrae al bivio” scrive in un suo romanzo incompiuto.  Ma sto rischiando di imbarcarmi in chissà quali ragionamenti, di cui in questo momento forse non ho nemmeno voglia o forza.  L’altra sera, a questo punto, Sergio Santalucia è entrato in scena suonando la zampogna, lo strumento che più di tutti mi da l’impressione che estragga il respiro del suo suono direttamente dalle cavità animali della terra, ma quelle più intime.

A questo punto c’è solo da spaziare attorno, lo sguardo può farlo, tra musiche poesie e danza. Lo stesso Scotellaro ne è insieme filo conduttore e pretesto, per incontrare insieme a lui – come in una di quelle scorribande notturne  a cantare e suonare con i suoi amici, di cui ci regala qualche ricordo nel suo “L’uva puttanella” –  e alla sua veloce vita di versi, anche altri artisti, poeti e poesie da leggere (Leonardo Sinisgalli, Albino Pierro, Giuseppe Antonello Leone, Mario Trufelli). Sono un filo conduttore e un pretesto anche le visite che faceva dalla sua Tricarico alla Montemurro dei suoi amici Giuseppe Leone e Maria Padula, per riproporre anche oggi, nello spettacolo a lui dedicato, i confronti e le diversità che lo incuriosivano sulle tradizioni musicali dei due paesi. Quelle musiche che siamo noi, che vivono negli strumenti e nelle melodie, ma anche nella musicalità delle parole che si lanciano in volo con la poesia.

Sul palco a suonare e cantare in questa seconda parte dedicata a Scotellaro, c’erano Sergio Santalucia, Graziano Lamarra e Antonio Anzalone, e come voce narrante Stefano Lauria, e poi ad alternarsi con lui nella lettura delle poesie o delle lettere di Rocco Scotellaro o di sua madre Francesca Armento, c’era  Eleonora Jacobucci, che di questo spettacolo è anche “la danza”, e nelle danze popolari le ha fatto compagnia il nostro Silvano perché il saltarello non è solo nei tasti o nelle corde degli strumenti ma nei piedi.

L’atra sera – conclusa l’introduzione in reading  concerto con me e Silvano Staffolani, accompagnati dal percussionista Lorenzo Cantori – gli amici lucani mi hanno invitato a restare sul palco con loro e fare parte delle voci che hanno proposto le poesie scelte per la serata. Li ringrazio per avermi regalato questo piacere, mi sentivo davvero bene, ci sentivamo tutti bene.
Riporto l’ultima poesia che ho letto, accompagnando il finale in musica di tutti i musicisti e danzatori insieme.
Una poesia di Dora Celeste Amato dedicata a Rocco Scotellaro, che quando me l’hanno proposta m’è sembrata subito simile a una fresca pennellata – forse una pennellata della pittrice Maria Padula?  Come una sensazione, che è già lì, lungo la strada, e la poeta riesce a coglierla, fermando e prolungando quell’attimo.

Un brigante ragazzino
gli occhi neri
i capelli ricci di Rocco.
Lo stridio delle cicale s’interrompe.
Ora canta il silenzio.
L’uva puttanella
sgorga il suo liquore sul liuto.
La Rabatana rimanda
l’eco del poeta.

CANTALATERRA si è svolto al Circolo Arci Onstage di Castelfidardo – An, il 20 ottobre 2017; con il contributo di Arci Marche;  qui il VIDEO della serata, e le interviste di promozione di Radio Incredibile e di Agoradio.

L’umanità che fa bene

Antirazzista per Costituzione, avevo scritto sabato sera in un post di promozione, prendendo spunto dalla maglietta sul banchetto dell’Arci accanto al libro L’erba dagli zoccoli, al XX° Festival della Cultura Multietnica organizzato dal Circolo Arci Il Corto Maltese di Fabriano, mentre nel tavolo a fianco si stavano raccogliendo firme per la campagna “Ero straniero, l’umanità che fa bene”. Così ieri sera, domenica, il reading concerto – sempre accompagnato da Silvano Staffolani –  l’ho aperto con un frammento di una poesia di Ignazio Buttitta che nel libro è citato in esergo al racconto sullo sciopero a rovescio di Lentella.

Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbano a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.

Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d’iddi.
Mi n’addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialetto
ca perdi na corda lu jornu.

Mi sembrava la più appropriata, non saprei aggiungere altro.  E poi è seguita la canzone Sogni alla deriva, dedicata ai migranti di ieri e di oggi. Nel bailamme dei crescenti razzismi odierni, così pare,  c’è chi si strappa le vesti al paragone tra i nostri migranti di ieri e i tanti migranti di oggi, io invece non riesco a non vederli dentro il ripetersi di una comune storia, e non tanto o non solo per la condizione di disagio ma prima di questo per la tenacia e la lotta, e lotta non in senso retorico ma reale.

Nel libro, infatti, cito lo sciopero dei braccianti africani di Nardò del 2011, di cui ho conosciuto la storia mentre cercavo le storie dei braccianti che per due capodanni di seguito, alla fine del ’49 e alla fine del ’50 occuparono le terre d’Arneo; lo sciopero dei raccoglitori di cocomeri raccontato da Yvan Sagnet nel libro “Sulla pelle viva”, da cui poi si sviluppò quel movimento da cui nacque nel 2016 la legge contro il caporalato. Legge che naturalmente vale per tutti, purché si riesca ad applicarla bene. Dietro ogni legge c’è sempre una lotta, ricordo spesso nelle discussioni con chi segue il nostro reading concerto, ricordando ad esempio le leggi di (quasi) riforma agraria che ci furono nel 1950: non regali dall’alto ma conquiste dal basso, strappate con la tenacia di lotte che costarono sacrifici e anche lutti.

È una dinamica sociale chiara, gli esempi sarebbero tanti, ma si tende sempre ad occultarla o dimenticarla: che ci sia qualche interesse nel farlo? Ma che vado a pensare! Oppure la si annacqua in una visione di rassegnazione pietistica, come se l’accettazione di una condizione di svantaggio fosse congenita in chi lo subisce.

Poi il reading concerto ha proseguito con letture e canzoni, ricordando Melissa, per i tragici fatti dell’ottobre ’49 ma anche perché qualche anno prima fu in questo paese che inventarono lo sciopero a rovescio poi imitato in tutta Italia, passando anche per il friulano Cormor (ebbi occasione di leggere uno accanto all’altro dei brani sulle occupazioni di Melissa e sullo sciopero a rovescio del Cormor, lo scorso anno sulla diga del Vajont, a Erto), oppure per il paese di Lentella tra Abruzzo e Molise, di cui ieri è stata proposta la canzone. E poi tanti altri importanti episodi di questa storia dai mille e variegati episodi – e anche lingue, mi piace inserire nelle letture frasi dei più vari dialetti o lingue d’Italia – ma che è una storia unica e che torniamo a raccontare e cantare volentieri ogni volta che c’è l’occasione per farlo.

Ieri sera abbiamo concluso con la canzone Corre il treno, dedicata a quel grande movimento di solidarietà chiamato I treni della felicità.

 

 

La festa delle liberazioni

Arcevia, festa delle liberazioni. Arcevia è uno dei comuni della nostra regione con maggiore estensione di superficie e numero di frazioni, e ogni frazione è in realtà un vero e proprio paese, e la stessa liberazione nell’agosto del ’44 impiegò una settimana, dal 5 in cui fu liberato il centro vero e proprio di Arcevia al 12 quando fu liberata l’ultima frazione più a nord, al confine con la provincia di Pesaro.

La Storia quando entra nei suoi dettagli e nelle sue innumerevoli contrade si articola in tante storie, specificità, episodi. Il più incisivo che siamo abituati ad associare ad Arcevia è l’eccidio ai primi di maggio del ’44 a Monte Sant’Angelo dei tanti partigiani lì sorpresi e dell’intera famiglia Mazzarini, mezzadri su quel monte. Il fronte di guerra in agosto – tre mesi dopo l’eccidio – si stava attestando sulla Linea Gotica e da lì a poco più di un mese sarebbe iniziata anche quella battaglia, mentre nelle zone liberate riprendeva la vita sociale, la ricostruzione del paese e la ricomposizione di tanti equilibri spezzati.

I primi congressi dei mezzadri delle regioni del Centro Italia si tennero già in quei mesi del ’44. Per questo il sottotitolo del libro è “L’altra Resistenza”, quella sociale, che prosegue direttamente dall’altra senza interruzioni, perché i problemi erano rimasti soffocati per tanti anni e la voglia di cambiare era grande e amplificata ancora di più dalle esperienze vissute in quei momenti: “La guerra ci aveva sparpagliati per il mondo: soldati, al confino, nei campi di lavoro, partigiani in montagna, dovunque avevamo conosciuto persone, ascoltato e imparato cose come a scuola. Altri ci scrivevano dall’America…” spiega in uno dei racconti del libro un anziano mezzadro reduce di quei giorni ad un ragazzo che qualche decennio dopo s’impegna ad ascoltarlo, riscoprendo un mondo che si stava già dimenticando.

Questo è un po’ il ‘sottofondo’  della serata di Arcevia ieri sera 10 agosto, lo spunto iniziale seguito dall’Anpi nell’organizzare, per la festa delle liberazioni, il reading concerto dedicato alle lotte contadine del dopoguerra in tutte le regioni d’Italia. È stato un momento denso di condivisione di memorie, alternando alle letture di alcuni brani del libro le canzoni dedicate a quelle storie.  La musica non è un momento di distrazione da storie che talvolta possono apparire troppo dense ma un modo leggero per esprimere proprio questa densità che portiamo dentro: “ci vuole una musica per questa terra, per far volare di nuovo le parole”, scrivevo sul mio blog qualche giorno fa di ritorno da un viaggio nelle nostre terre martoriate dai terremoti.  Quelle che incontriamo sono le storie delle vite che ci hanno preceduto, e che in parte noi stessi abbiamo vissuto o ne abbiamo vissuto gli echi, le abbiamo sentite raccontare, e quando siamo stati più bravi ne abbiamo percepito le intimità più soggettive e umane, che certe volte invece perdiamo perché sovrastati dalla sola cronaca.

Ieri sera la parte musicale è stata più ricca del solito, ad accompagnare Silvano Staffolani nell’esecuzione delle canzoni c’era alle percussioni un giovane tamburellista, Lorenzo Cantori, e inoltre c’era un amico lucano di passaggio nella nostra zona e che ha voluto fermarsi con noi, il musicista Sergio Santalucia, con il suo mandolino, e con lui abbiamo avuto il piacere di condividere un pezzo del nostro cammino. Abbiamo chiuso il reading concerto con la lettura della poesia di Rocco Scotellaro dedicata a Giuseppe Novello e poi con la nostra canzone Scagliosa, ricca di citazioni di Levi e Scotellaro e dedicata alle lotte contadine in Lucania: “Ma dov’è che accade questa strana storia che mi conti? Nell’altro mondo dei contadini, dove non si entra senza una chiave di magìa.” (Qui il VIDEO della serata e altre FOTO)

La luna dalla Selva che Danza

Un inaspettato fuori programma. “La luna dalla Selva che Danza n° 6”. Piacevolissima serata ieri notte alla Selva di Gallignano, poco distante da Ancona, organizzata da “Two Half Dogs”, Silvano Staffolani e Paolo Polverini, a cui ultimamente si è aggiunto il percussionista Lorenzo Cantori; piacevolissima perché si è unito a noi Sergio Santalucia, di passaggio nella nostra zona.
Oltre a musiche canti e balli con tutti i partecipanti ballerini, anche un momento di reading con il libro sulle lotte contadine, in un contesto davvero adatto, illuminati solo dalla luna (quasi) piena, accompagnati da un vivace sottofondo di cicale e inseriti in una serata tra amici che si ritrovano per mangiare, bere e danzare insieme; e naturalmente anche chiacchierare e condividere racconti, un po’ come mi è accaduto lo scorso anno in Salento dagli amici di Karadrà, ugualmente in aperta campagna, sui terreni da loro coltivati e sotto il cielo della sera e della notte.
Ieri sera per la parte di reading abbiamo proposto, in un modo davvero improvvisato e deciso solo qualche ora prima, una sintesi del reading concerto, con due letture sulla Lucania e sulle Marche accompagnate dalle canzoni “Scagliosa”, dedicata a Giuseppe Novello e con citazioni di Rocco Scotellaro, e “Mezzadro mezzo ladro contadino”, dedicata ai mezzadri della nostra regione.
Grazie a Sergio Santalucia, per la sua amichevole partecipazione con il mandolino e l’organetto, per la sua compagnia e per le cose di cui abbiamo avuto occasione di chiacchierare scambiandoci racconti e musiche. (Altre foto della Mazurka alla selva).

 

«La notizia si propaga come un fuoco» (Leonida Rèpaci)

“La notizia si propaga come un fuoco”, inizia così il racconto “Marcia dei braccianti di Melissa”, dello scrittore calabrese Leonida Rèpaci, di cui il 19 luglio ricorre il trentaduesimo anniversario della scomparsa.

Uno scrittore dalle parole come pennellate decise, capaci già al primo tocco di evocare un’intera scena, di farti sentire immediatamente dentro. È questa la sensazione immediata che provo quando lo leggo. La prima frase mi fa subito apparire tutta la scena e l’atmosfera del racconto e dello stesso atto del raccontare, come la convocazione di una comunità che si raccoglie attorno al narratore e questi, in mezzo a tutti, inizi il racconto aiutandosi con un bastone che punta deciso a terra, come a fissare un inizio certo, per incidere visibile e materico direttamente nella terra il punto da cui allargarsi, senza separarsi da esso. Non so perché ma lo immagino così, non come un testo scritto ma direttamente raccontato.

Ecco alcuni incipit di altri racconti: “Si chiamava Carmela, era di Sersàle. Suo padre, boscaiolo…”; “Cata appiccava il fuoco ai pagliai per la gioia di vedere le lingue della fiamma levarsi…”; “Il vecchio Lao malediva in cuor suo la superbia e la scapataggine, di cui s’era reso colpevole davanti a me”. E così via, qualsiasi racconto ti spalanca subito la sua storia, o la promessa di quella storia, perché se la storia ti accorgi di averla già davanti e di conoscerla già, di essa ancora non sai nulla e per saperlo devi riviverla seguendola da dentro.

Anche la storia di Melissa e della marcia dei braccianti verso il feudo di Fragalà ci sembra già di conoscerla, perché ne sappiamo l’esito, eppure anche qui l’incipit del racconto proposto da Leonida Rèpaci ci avverte già dalla prima riga che anche in quella storia noi dobbiamo entrarci dentro per conoscerla davvero.  È stata questa la sensazione che ho avuto quando iniziai a leggere per la prima volta questo racconto, che mi ha fornito le immagini o la visione di riferimento quando ho tentato di affrontare anch’io il racconto di questa vicenda, e ogni mio tentativo di descrivere, riportare, ricostruire mi sembrava inadeguato e piatto, lontano dalla consistenza che intuivo. Forse anche per questo ad un certo punto ho cercato la soluzione alla mia difficoltà di un narrare adeguato citando direttamente il racconto di Rèpaci, e poi spostando radicalmente la lingua della narrazione scegliendo di utilizzare esclusivamente la forma del dialogo, un dialogo corale, di tante voci, per descrivere l’epopea di questo paese che si muove tutto insieme in blocco. Ho cercato di non essere io il narratore, tentando di far sì che i narratori fossero gli stessi protagonisti, dialogando in coro tra loro, in una moltitudine di voci che dilaga sulle terre. Le immagini evocate da Rèpaci con le sue parole sono state lì a guidarmi. Ad un certo punto cito anche i primi due versi della sua poesia “L’albero del bracciante umiliato”: “Arburu picciriddhu ti chiantai / cu la speranza mi cogghiu lu fruttu”. Nella mia finzione narrativa mi sono preso la libertà di trasformarla in una canzone d’amore perché in fin dei conti quella poesia è davvero un atto d’amore, seppure amaro, per quella terra e quella vita così dure. Nella mia finzione l’ho resa direttamente una canzone d’amore che ad un certo punto, durante la marcia, intona Angelina Mauro, che poi verrà ferita a morte durante l’intervento delle forze dell’ordine. Un esito amaro.

Il racconto di Melissa, che ho intitolato “La semina delle fave” è uno di quelli che mi capita più spesso di leggere. Di seguito ecco il testo intero della poesia di Leonida Rèpaci “L’albero del bracciante umiliato”, nell’originale calabrese e nella traduzione italiana:

Arburu picciriddhu ti chiantai
cu la speranza mi cogghiu lu fruttu
cu na zappuddha d’oru ti zappai
sempri t’imbivarai cu chiantu ‘rruttu.
Poi passau unu, non ti vitti mai
stendiu la manu e si cogghiu tuttu.
E jeu l’amariceddhu mia restai
la ucca amara cu lu denti asciuttu.

Albero piccolissimo ti piantai
con la speranza di cogliere il frutto
con una vanga d’oro ti zappai
sempre ti abbeverai con muto pianto.
Poi passò uno, non ti vide mai
stese la mano e raccolse tutto
Ed io povera me restai
con la bocca amara e con il dente asciutto.

Ho avuto occasione di ascoltare su youtube l’interpretazione del racconto di Rèpaci  in lettura e musica eseguita dal gruppo teatrale RRACINA R’A CINA. Per ciò che mi riguarda ho avuto occasione di recitare una parte del dialogo da me realizzato con gli amici di ArciVoce in un teatro della nostra zona, all’interno di un più ampio reading. A Melissa è dedicata anche FRAGALÀ, una delle canzoni tratte da L’erba dagli zoccoli, composte insieme a Silvano Staffolani.

(Nella foto Leonida Rèpaci insieme a Pier Paolo Pasolini; dal sito Mmasciata)

L’intensità della leggerezza (la serata alla Biblioteca La Fornace)

Ieri giovedì 13 luglio eravamo alla Biblioteca La Fornace, un luogo di lavoro diventato un riferimento di cultura. Già il reading della sera prima ai giardini di Palazzo Mordini di  Castelfidardo mi aveva stuzzicato una riflessione sulla “cultura e il territorio” e sui “luoghi e non luoghi” di Marc Augé, e anche qui il luogo c’è, con la sua storia e il suo presente.

Prima di iniziare, e dopo aver già curiosato al piano superiore nella parte della biblioteca vera e propria, dove si tengono anche le serate e gli incontri di lettura o di musica, abbiamo visitato la parte sotterranea, dove era il cuore della fornace, il lungo corridoio ovale di circa 80 metri, un anello attorno al forno in cui venivano cotti i mattoni a 800 o 900 gradi di temperatura (e dove oggi vengono esposte mostre). Da lì si innalza il camino che svetta verso il cielo ed è visibile da lontano per chi cerca la biblioteca, come un tempo era visibile a chi nelle campagne attorno o nel paese poco più in là, in quel forno ci andava a lavorare, e non era certo una passeggiata. C’erano molte fornaci nel nostro territorio a quel tempo, anche di altre sono visibili, ristrutturati, i resti delle ciminiere sopravvissute al tempo, questa qui però è una delle poche ristrutturata interamente, e poi dedicata ai libri e a tante e diverse iniziative culturali e sociali a cui partecipano diverse associazioni.

Chi entra qui si sente a proprio agio fin dalla prima volta, e avverte d’essere entrato come in una specie di ventre, un accogliente e ampio contenitore che ti avvolge in un’atmosfera intensa e leggera, ti fa avvertire la leggerezza dei libri. Nulla di veramente antico, e di affascinante per altri versi come si può respirare nelle biblioteche ospitate in palazzi che risalgono ai secoli passati; qui siamo in un’epoca molto più vicina a noi, che risale quasi a ieri, a un mondo di cui ancora possiamo avvertire l’eco e il ricordo diretto. La Fornace è un pezzo del nostro Novecento, era nel pieno della sua attività quando vivevano, subito dopo la guerra, le storie che racconto nel mio libro, e certamente molte delle persone che qui hanno lavorato, appena uscivano andavano ad aiutare il resto della famiglia nelle fatiche dei campi. La Fornace ha cessato le attività solo negli anni Settanta, e quindi sono molti nel paese quelli che ne hanno un ricordo vivo. Poi, dopo un periodo di abbandono e degrado, fortunatamente è stato possibile recuperarla e restituirla alla comunità.

È sempre un piacere trovarsi qui. La data scelta per il reading forse si è rivelata non proprio adatta, non eravamo in molti ma l’attenzione e la partecipazione dei presenti è stata ugualmente e come sempre lo stimolo che ci ha accompagnato durante la lettura dei brani e  le canzoni, tra le quali c’era anche quella dedicata a Maria Margotti, anche lei nel suo paese, Filo d’Argenta, ad alternarsi in quegli stessi anni tra il lavoro saltuario nei campi o nelle risaie all’altro in una fornace di mattoni: la sua mansione era di trasportare mattoni avanti e indietro con una carriola, tutto il giorno.

Letture e canzoni, nel nostro reading, che parlano di fatiche, e dunque in che modo raccontarle? È stato questo uno dei temi sui quali poi abbiamo chiacchierato, a lungo e insieme: come è nato il linguaggio usato nella narrazione, come sono nate le canzoni, la musica e le parole che vogliono ridare vita a queste storie? Certe volte, fuori dal contesto del reading concerto, lontano quindi dalle letture e dalle canzoni e parlandone soltanto, avverto un po’ di difficoltà nello spiegarlo e in chi mi ascolta come un piccolo distacco, uno scarto, come se far riaffiorare queste storie possa significare un insistere su tristezze e malinconie che si vogliono evitare nel modo di fruire oggi la cultura – “la cultura è diventata un’arma di distrazione di massa” diceva Goffredo Fofi in un’intervista di qualche tempo fa – oppure potrebbe essere scambiato per un rassegnato piangersi addosso. Secondo me sarebbe una definitiva emarginazione il piangersi addosso. Sono stato sempre convinto che ci voglia la giusta leggerezza e anche ironia per valorizzare il patrimonio di esperienze di chi ci ha preceduto, delle fatiche e delle difficoltà, come Sisifo condannato a spingere il suo masso in montagna ma in quello spingere è capace di metterci dentro tutto il senso di cui c’è bisogno, ed è quello che dobbiamo raccogliere, e allora la leggerezza mi appare come la dimensione più adeguata per sottolinearne con rispetto il valore. Ieri sera, nel parlarne, mi sono appoggiato a Carlo Levi e a Rocco Scotellaro, molto presenti nei racconti del libro.

(La serata è stata promossa con la collaborazione di Anpi Mediavallesina, Arci Jesi Fabriano e Libera Jesi. Grazie per le foto a Anahita H. Dowlatabadi)

 

 

La cultura è il territorio

La cultura è il territorio. È questo il filo conduttore che scorre tra le diverse serate delle Conversazioni in Giardino in corso a Castelfidardo, una serie di appuntamenti che coprono tutti i mercoledì del mese di luglio. Noi ci siamo inseriti al secondo incontro, adeguatamente introdotti da Eugenio Paoloni e Daniele Carlini al tema da loro già avviato con il primo incontro e proseguito insieme ieri sera.
La cultura è il territorio, potrebbe essere scambiata per una frase banale ma non è banale per nulla, potrebbe essere smentita ad esempio da una certa deriva in atto da qualche tempo, e non solo e non tanto per la crescente presenza o invadenza del cosiddetto virtuale,  che  potrebbe essere definita deterritorializzazione della cultura… è già brutta da sola la parola. Marc Augé parlava di non luoghi, per definire tutti quegli spazi non intessuti da relazioni umane, senza sentimento direi io, come ad esempio possono essere i centri commerciali, o le sale d’aspetto delle stazioni o l’interno dei vagoni di oggi che hanno smesso di essere luoghi di incontro, o perfino gli stessi luoghi che dovrebbero essere adibiti all’accoglienza, ad esempio i luoghi di detenzione per richiedenti asilo dove fanno fatica ad essere accolte le relazioni umane, e così via.
Eppure, eppure mi viene ad esempio in mente un palazzo affacciato su uno dei ponti di Mostar alla fine della guerra in Bosnia, un rudere quasi completamente sgretolato e grigio e con tutte le finestre sfondate… eppure in un angolo su in alto il vuoto di una finestra era stato tappato da un telo di plastica e su quello che restava del davanzale c’era una piccola coccia con dei fiori, unica macchia di colore, quasi una pennellata, che riprendeva ostinata a spargere un po’ di vita attorno.
Non c’è nulla di banale, dunque, ma forse mi sto allontanando troppo dai temi di ieri sera. Il territorio in questo caso siamo noi e lo abbiamo dentro di noi, sono le memorie di cui siamo intessuti, sono le storie che continuano a orientarci anche quando non le ricordiamo come dovremmo, e dunque è meglio ricordarle, condividerle, siamo noi nei luoghi che viviamo e che contengono le storie e il segno che hanno lasciato e che possiamo riprendere, condividere e proseguire. Conoscere e vivere questa trama che è il territorio. Il nostro reading è stato preceduto dall’organetto di Alessandro Governatori, che ha proposto magistralmente un saltarello, che detto così può anche apparire banale come un qualunque tocco di folclore, e invece è una musica che sembra vivere da sempre dentro questo territorio e le cui origini sconfinano nei miti del nostro entroterra. Miti che ci voleva una serie di sconvolgenti terremoti per riportare un po’ all’attenzione.
Mi accorgo di avere già usato nelle righe precedenti le parole filo, tessuto, trama, intessere. Non è un caso. Sono più di una metafora. Il prossimo appuntamento di questa rassegna sarà dedicato proprio alla tessitura delle cotonine a Castelfidardo nell’800, e proprio ieri sera, in una sala affacciata sullo stesso cortile erano in attività due vecchi telai, di quelli che un tempo erano presenti in ogni casa delle nostre campagne, a predisporre l’ordito e intrecciare il filo per creare trame, tessuti. Quando i mestieri non erano parcellizzati, spezzati e impoveriti, e le mani e l’occhio condividevano l’immaginazione e il senso. Una volta, dedicando un racconto a mia madre l’ho intitolato L’ape e l’architetto, lei al posto del telaio usava l’uncinetto.
Non sto dipingendo astratti quadri di un passato idilliaco. C’era la fatica dentro, era questa a dare una più concreta consistenza all’ordito, e spesso ce n’era troppa di fatica, così tanta da non riuscire a resistergli. Ricordavamo, chiacchierando ieri sera davanti al telaio dopo che il nostro reading era terminato, che spesso quello era un lavoro notturno, da sera tardi, dopo una giornata intera a zappare o falciare sui campi o a seguire tutti gli altri lavori che c’erano da fare. E spesso la stessa parola lavoro non era quella più adatta, spesso nemmeno veniva usata , il linguaggio che si parlava era capace di usare molte altre espressioni più adeguate alla fatica che c’era incorporata dentro, o anche alle relazioni sociali e gerarchiche. In tanti contratti di mezzadria, ad esempio, erano descritte delle vere e proprie courvèe.
Il cambiamento era necessario, lo chiedevano i contadini stessi, ci lottavano, e non era affatto banale lottare in quelle condizioni, ma forse bisognava anche gestirlo in altri modi questo cambiamento, che sì, si è accompagnato a quello che si chiama progresso, ma per dirlo con un eufemismo non è che funzioni proprio tutto così bene. Il nostro reading, con le sue canzoni e le letture tratte dalle storie narrate nel libro, è dedicato in modo più specifico proprio a questi momenti di lotta e alla passione che c’era dentro. Uno dei brani che ho letto ieri sera, dedicato alla storia di Maria Margotti, si concludeva con queste parole: “Eravamo compatte, allora. Se potevi ti difendevi con la lingua. La vita non è stata facile, però siamo state anche bene insieme, perché ci volevamo bene.” E non è una frase inventata da me ma una citazione, da un’intervista ad una delle protagoniste di allora.

(Grazie per le foto a Daniele Carlini)

Un po’ di rassegna stampa

Alcuni articoli usciti negli ultimi giorni su alcuni giornali online, i prime due riguardano la serata allo Spazio Autogestito Arvultura di giovedì 6 luglio, pubblicati nell’ordine su Vivere Senigallia e Senigallia Notizie;  il secondo è stato pubblicato su CentroPagina di Jesi, in promozione della serata alla Biblioteca la Fornace di Moie in programma per giovedì 13 luglio; il quarto pubblicato su il Corriere del Conero, in promozione della serata di mercoledì 12 luglio a Castelfidardo; il quinto su Vivere Jesi, sempre in promozione della serata alla Biblioteca La Fornace di Moie.