La serata alla Biblioteca del Torrione

Tra le memorie nel giorno della memoria, il 27 gennaio, con l’Officina della Partecipazione. Una serata accogliente alla Biblioteca del Torrione, un luogo di sentimento, piacevole e importante. La biblioteca è ricavata in un torrione del Quattrocento, uno dei quattro che racchiudeva e custodiva allora il paese, negli anni in cui era tutt’uno con il contado di Jesi, e per questo nel 1472 arrivò da queste parti Federico Conti, ricordato come il tipografo che introdusse l’arte della stampa nella regione. Perché stampare era un’arte. E dunque oggi c’è un’emozione in più nel ritrovarsi qui.

Un appuntamento, con le lotte contadine in reading concerto, ancora più importante qui, circondati da terre dove la condizione prevalente, in campagna, fino agli anni della sua abolizione, è stata la mezzadria. Che non era solo un contratto di lavoro ma un sistema sociale e una condizione di vita, ed è nascosta ancora oggi dentro i nostri tratti antropologici. Così, il primo brano che ho letto (dal racconto “Il curandero”) e la prima canzone eseguita da Silvano e da Lorenzo (“San Martino”), sono stati appunto dedicati alla figura del mezzadro, così come il titolo del cd è ironicamente “Mezzadro, mezzo ladro, contadino”.

Prima però avevamo ricordato altre cose molto importanti. L’aveva già fatto Angelo Santicchia, per  l’Officina della Partecipazione (l’associazione che ha organizzato la serata, nell’ambito della Rassegna Officina della lettura), introducendo la serata, perché oggi era il 27 gennaio, il giorno dedicato alla memoria delle memorie, la Shoah, quel buco nero dove è bene tornare a immergersi ogni anno, per cercare di ritrovare noi stessi e non perderci di nuovo.
Ho ricordato già su questo blog, qualche giorno fa, che durante un viaggio in Salento per documentarmi su un racconto poi inserito nel libro, avevo scoperto a Santa Maria al Bagno vicino Nardò la storia dell’accoglienza degli ebrei sopravvissuti all’olocausto e raccolti lí, alla fine della seconda guerra mondiale, anche per periodi non brevi, prima di riuscire a raggiungere la Palestina o altre destinazioni.
Accolti e aiutati, non respinti dalla popolazione locale, spesso anche più povera di loro, e molti di quei braccianti parteciparono anche alle lotte di quegli anni e alle occupazioni delle terre d’Arneo di qualche anno dopo, che racconto nel libro.

Non era scontata l’accoglienza degli ebrei. Era accaduto già prima della guerra, nel 1938 che la nave St Louis carica di fuggitivi, e fuggivano per tempo prima del genocidio, era stata respinta a Cuba, negli Stati Uniti e in Canada ed era dovuta rientrare in Europa, come pure ci fu nel 1938 la conferenza di Evian nella quale i paesi europei, e non solo loro, posero la questione delle quote e altre limitazioni, e così gli ebrei che fuggivano – e si calcola che nel 1938 fossero già centocinquanta mila quelli fuggiti dalla Germania – spesso venivano respinti e riportati indietro nei territori controllati dai nazisti, e comunque certamente venivano scoraggiati gli altri a fuggire in tempo.
Sarà per questo che in questi giorni un gruppo di scrittori e rabbini israeliani ha lanciato un appello contro la decisone del proprio governo di espellere e ricacciare indietro i migranti fuggiti nel loro paese? Sì, il motivo è proprio questo, lo hanno scritto loro: “Nascondiamo rifugiati in casa come Anna Frank”.
Aiutali a casa loro, ripetono fino all’ossessione i razzisti odierni di casa nostra, novelli apprendisti stregoni chissà quanto consapevoli davvero di ciò che dicono, nei confronti di chi fugge dalle guerre o dalla fame. Ma non voglio ripetere, con uno sterile pessimismo che può solo sollevarci dalle responsabilità, che la Storia si ripete, preferisco pensare che siamo noi che dovremmo conoscerla meglio.

Quindi c’erano queste assonanze, ieri e questi giorni nella mia testa, mentre preparavo la serata. E così ieri l’abbiamo ricordato, e poi collegato a questo tema la stessa canzone di apertura, che è stata Sogni alla deriva, dedicata ai migranti di ieri e di oggi, i nostri contadini espulsi a milioni dalle campagne e costretti a sparpagliarsi per il mondo, che ho incontrato in tutti i racconti del libro, e anche i migranti di oggi, che ugualmente ho incontrato, sugli stessi luoghi delle lotte di ieri, come i braccianti africani che organizzarono un importante sciopero a Nardò nel 2011, dal quale nacque l’attuale legge contro il caporalato. Dietro ogni legge c’é sempre una lotta.
Questo lo spirito nell’affrontare la serata, poi le letture e le altre canzoni, ricordando, nell’ordine, i mezzadri, Lentella e gli scioperi a rovescio, il grande sciopero dei braccianti e Maria Margotti di Filo d’Argenta, le occupazioni dei latifondi del sud, a Melissa, Bisacquino e Montescaglioso, per concludere con un’altra grande azione collettiva di solidarietà, quella dei treni della felicità, dell’accoglienza dei bambini con i genitori in galera per la repressione delle loro lotte, ospitati da altre famiglie contadine delle regioni del centro e del nord: Corre il treno.

(altre foto della serata)

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La giornata della memoria

Sabato prossimo, il 27 gennaio, nel pomeriggio siamo di reading concerto con le lotte contadine a Santa Maria Nuova, nella biblioteca del Torrione. Coincide con la giornata della memoria, dedicata all’olocausto, il pozzo più profondo che la memoria ogni anno si trova a dover scavare per non dimenticare chi siamo, l’olocausto che ha avuto in sorte di rappresentare anche tutti gli altri. Ho sempre sentito in modo intenso questa giornata e più di una volta mi sono trovato in questa occasione a parlare invece di qualche mio libro, che comunque era dedicato alla memoria di qualche storia importante.

Nel libro Izbjieglice (scritto insieme a Giacomo Scattolini nel 1999) dedicato alle guerre di ex-Jugoslavia mi capita di citare “Se questo è un uomo” di Primo Levi, perché alcuni dei racconti raccolti mi ricordavano alcuni passi di quel libro, in particolare quando Levi racconta il sogno che lui  e molti altri facevano durante le notti inquiete del lager, e cioè che tornavano a casa e raccontavano ciò che avevano vissuto, ma chi li ascoltava stentava a crederli, così inverosimili erano quei racconti, e così alla fine non gli prestavano nemmeno attenzione.  Certe volte la realtà supera la fantasia, e si stenta a crederla vera. Come il filo spinato della foto che ho inserito qui sopra, che ho scattato diversi anni fa a Dachau, che mi ricorda come la memoria sia anche dura.

Tre anni fa invece presentammo in questa stessa biblioteca del Torrione un’iniziativa dedicata proprio all’olocausto, centrando l’attenzione più sui segni premonitori, sui roghi dei libri, AL ROGO, Profezie & Memoria avevamo intitolato la serata, chiedendoci perché questi segni non vengono mai colti, perché “le Cassandre” di turno non vengono credute. Un po’ come nel sogno di Levi. Anche ora attraversiamo un periodo difficile e di razzismo che inizia a scorazzare troppo indisturbato per tutta l’Europa. Credevamo non tornasse e invece scopriamo che non ci eravamo ancora dotati di anticorpi sufficienti.

Lo scorso anno ci trovammo ai primi di febbraio, con le storie de L’erba dagli zoccoli, alla Biblioteca Pino Pinelli di Argenta per un laboratorio con dei ragazzi di scuola media, sul tema La storia e il presente, per parlare ugualmente di memorie, e ora, questo prossimo 27 gennaio coincide esattamente con il reading concerto dedicato alle lotte contadine. Memorie importanti, e assai dimenticate anche queste, seppure di altro tipo, ma che possono consentirci comunque di riflettere e ricordare le storie che siamo stati, e che saremo ancora.  Altre memorie, sì, ma c’è anche un brevissimo passaggio nel libro, all’interno del racconto “L’aereo che fa la guerra ai contadini” che è dedicato alle occupazioni delle terre d’Arneo, nel quale mi trovo a citare in qualche modo l’olocausto dei campi di sterminio. Le memorie sono come una rete, e da qualsiasi parte inizi il cammino, le ritrovi sempre tutte. Trovai infatti vicino Nardò anche questa storia, che inserisco nei miei racconti contadini in questo modo:

«Alla fine della seconda guerra mondiale, sempre questa gente, a Santa Maria del Bagno frazione di Nardò, accolse i sommersi e i salvati dai campi di sterminio. Arrivarono a migliaia da tutta Europa e qui ripresero a vivere da persone normali, come non avevano più immaginato. In attesa di trasferirsi nella terra promessa, dove le condizioni di vita erano assai migliori di quelle di qui. Ma quelli di qui fecero ugualmente del loro meglio per accoglierli e così si stabilì un legame che permane ancora oggi, come m’hanno raccontato al Museo della Memoria e dell’Accoglienza.»

I braccianti del Cormor (la canzone)

Il poeta è un veggente e il pittore è suo amico.
È arrivata in questi ultimi giorni del 2017 anche l’ultima canzone – nel senso che ora è completo – di questo reading concerto iniziato poco più di un anno fa, e che io e Silvano Staffolani abbiamo già sperimentato in tante diverse occasioni, l’ultima appena una settimana fa a Montescaglioso, inseriti nella serata di Resistenza contadina dedicata a Giuseppe Novello. Il libro, già mentre scrivevo i primi racconti, immaginavo che l’avrei letto ad alta voce, per farlo conoscere, dove mi avrebbero invitato. E così fu fin dalla prima occasione, a Lentella, nel loro anniversario dei fatti del 21 marzo, facendomi accompagnare di volta in volta da un musicista disponibile. E vennero fuori belle serate, con belle e conosciute canzoni. Una canzone che ricorreva più di altre era Malarazza. Silvano lo conobbi qualche mese dopo e all’inizio abbinammo alle mie letture dal libro le sue precedenti canzoni di cantautore, e la cosa funzionava, iniziammo a fare coppia fissa.  Un giorno fu Silvano a chiedermi se avevo mai provato a scrivere un testo per una canzone, e fu così che il reading concerto prese gradualmente la forma attuale, seguendo un nuovo e ulteriore percorso di ricerca. Eravamo nella città del poeta, a Recanati, quando facemmo ascoltare la prima composta insieme, e già due mesi dopo al festival delle terre a Roma tutte le canzoni della serata erano le nuove tratte da L’erba dagli zoccoli.

Ora abbiamo abbinato una canzone a ciascuno dei dieci racconti del libro – solo per il mio racconto autobiografico introduttivo non ho scritto nulla – più altre tre su temi che ricorrono un po’ in tutte le storie. Evidentemente, a dispetto del mondo magico contadino che spesso richiamiamo, non siamo superstiziosi: senza nemmeno accorgercene, ci siamo fermati a 13 canzoni. O forse sì, dal momento che senza dire nulla nemmeno tra noi, facendo gli indifferenti come si dice, magari ce ne siamo accorti, dato che nel CD i pezzi sono 14, inserendo anche l’introduzione strumentale? Mah, non si sa mai!

L’ultima nata è questa ballata, quasi una serenata di sera, dedicata allo sciopero a rovescio del Cormor. Il poeta e il pittore citati nella canzone sono due amici non comuni, Pierpaolo Pasolini e Giuseppe Zigaina. Amici per davvero. Pasolini gli dedica il poemetto Quadri friulani, nella raccolta Le ceneri di Gramsci, e Zigaina è sulle terre del Cormor e nelle terre di pianura a ritrarre i braccianti, quando rientrano a casa alla sera con le loro biciclette o sui carri, o quando si ritrovano a contemplare la loro opera, il canale per bonificare le zone rese paludose dal Cormor, realizzato con un grande sciopero a rovescio nel maggio del 1950.

Ecco un breve estratto, quando una ragazza sedicenne di allora inizia a raccontare questa storia a due ragazzi sedicenni di oggi:

«“Quanti anni avete?” chiede la donna, anziana, quasi nascosta in un angolo sulla sinistra, in piedi davanti a una piccola libreria, intenta a cercare qualcosa. Al centro della stanza c’é una poltrona, con il lato obliquo rispetto alla direzione delle pareti, un po’ rivolta verso un finestrone alla sua sinistra e un po’ verso quella striscia di luce nel corridoio di fuori, che ora spande il suo bagliore anche dentro la stanza. Davanti alla poltrona sono state preparate due sedie e i ragazzi, in apparenza tranquilli, si siedono mentre rispondono alla domanda. “Sedici,” riprende la donna sedendosi davanti a loro, “io li avevo quel giorno, sessantaquattro anni fa, quando mia madre mi disse: oggi tocca a noi donne, preparati, che andiamo.” »

E alla fine conclude: “sono diventata brava a raccontare per non dimenticare. A contâ par no dismenteâ.”

Ascolta la Canzone:
I BRACCIANTI DEL CORMOR
(il quadro di Zigaina, citando Pasolini)
ll poeta è un veggente
È il sogno di una cosa
Che scorge sui volti
Della meglio gioventù
Non vuole che si perda
Lo trasforma in parole
Lascio in eredità la mia immagine
Nella coscienza dei ricchi
Il pittore è suo amico
Dipinge i sogni racchiusi
Sui volti dei contadini
Ha un segreto nei colori
Togliere via la fatica
Che intralcia quella vita
I contadini sono in cerchio
Davanti al canale bianco
Che hanno scavato da soli
Seduti in terra o in piedi di spalle
Uno ha la mantella grigia
Un altro in maniche di camicia
E la giacca sulla spalla
Altri in piedi a sinistra
Accanto la bicicletta
E il badile legato alla canna
Altri a destra sono di profilo
Sembrano fermi, fermi come il tempo
Ma ce n’è uno che sbircia
Ma ce n’è uno che sbircia
Sbircia verso il pittore che lo dipinge
Sbircia verso di noi che lo guardiamo
Noi che guardiamo il quadro del Cormor
Noi che guardiamo il quadro del Cormor
Il poeta è un veggente
Scava nei miei sogni con le parole
Non vuole che si perda
Il sogno di questa cosa
Anche il pittore è un veggente
Ha un segreto nei colori
Che fa brillare la terra
Che si rispecchia su quei volti
Che fa brillare la terra
Che si rispecchia su quei volti
Gli occhi vuoti, i vestiti che odorano
Dei miei sudori
Viva il coraggio, il dolore
E l’innocenza dei poveri
Gli occhi vuoti, i vestiti che odorano
Dei miei sudori
Viva il coraggio, il dolore
E l’innocenza dei poveri

Ascolta la canzone

L’intero CD è possibile scaricarlo gratuitamente a questo indirizzo : https://goo.gl/y3uY62

Resistenza Contadina

Montescaglioso, Giovedì 21 dicembre. La Camera del Lavoro di Montescaglioso è stata intitolata a Giuseppe Novello, nel corso di una bella serata organizzata dalla CGIL di Matera.

Prima ci siamo ritrovati in corso della Repubblica, nei nuovi locali della Camera del Lavoro, non distante dai locali della vecchia sede del 1949, e non distante dal punto, nei pressi dell’Arco d’ajamm, dove la mattina del 14 dicembre, ancora notte, Giuseppe Novello fu ferito a morte. Morì dopo tre giorni di agonia.

Il momento dell’esposizione della targa è stato preceduto da alcuni interventi, tra i quali in particolare quello di Filippo, figlio di Giuseppe, che all’epoca aveva tre anni e mezzo, e che poi ha vissuto dentro di sé – «da dentro questo corpo», recita un verso della nostra canzone Scagliosa – quella memoria, mantenendola sempre attuale, negli impegni della sua vita.

Poi ci siamo trasferiti tutti nella Sala della vicina Abazia di Montescaglioso – all’ingresso era stata allestita da Mauro Bubbico e dai fotografi Laterza, Silletti e Venezia una mostra con fotografie e frammenti di giornali dell’epoca dei fatti – dove i ragazzi dell’Istituto Comprensivo Palazzo Salinari, accompagnati dalla loro dirigente, hanno presentato la pagina da loro realizzata e pubblicata su Wikipedia, per far conoscere la persona e la storia di Giuseppe Novello. Rivoluzionario.
Hanno scritto così accanto al suo nome, non a caratteri cubitali ma tra due parentesi, quasi per una delicatezza. Ed è bella questa parola usata in questo modo, e che scritta da loro, ragazzi tredici o quattordici anni, sembra assumere un nuovo significato, che non sa di una qualche nostalgia già vista ma richiede invece un nuovo tipo di curiosità. Da riscoprire.

Dopo di loro c’è stata la conferenza. Si usa questa parola di solito ma in realtà sono state delle testimonianze e delle riflessioni di testimoni di quegli anni; le ha introdotte Eustachio Nicoletti segretario della Cgil di Matera, le ha accompagnate Giovanni Casaletto Presidente dell’Ires Cgil Basilicata e le ha raccolte in chiusura Angelo Summa, segretario della Cgil Basilicata. Nel corso degli interventi, anche il saluto del Sindaco di Montescaglioso. Lo storico Giovanni Caserta ha disegnato il quadro del contesto storico, e delle ragioni e delle motivazioni che sono state negli anni il motore della resistenza contadina, chiudendo con un bel commento della poesia che Rocco Scotellaro dedicò a Giuseppe Novello, e recitandone anche alcuni versi: «Cammina il paese tra le nubi, cammina / sulla strada dove un uomo si è piantato al timone».

Poi le testimonianze. Anche Filippo Novello ha riportato alla platea la sua testimonianza, già anticipata davanti alla Camera del Lavoro. Con lui, Mingo Giannace, che all’epoca aveva venticinque anni, e fu tra i protagonisti di quel movimento di lotte per la dignità e il diritto alla terra.  Giannace, nel libro l’erba dagli zoccoli, è come se lo citassi pur senza nominarlo direttamente, quando rievoco i giorni tristi della galera subita ingiustamente da Rocco Scotellaro e di quelle sere in carcere quando leggeva ai compagni di cella il «Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi». «Il carcere era un nido nella chioma del cielo» scriveva Scotellaro,  e Mingo Giannace era lì con lui in quei giorni, insieme ai tanti altri contadini arrestati durante le occupazioni delle terre, «per tutti quegli altri crimini, variamente definiti dal codice, delle agitazioni contadine».
L’altra testimonianza è stata portata da Angelo Ziccardi, senatore, e protagonista anche lui in quegli anni delle lotte per la terra.
La platea era bella da vedere, perché composita e rappresentativa di tutte le generazioni, e questo si è fatto sentire anche nelle parole di tutti i testimoni.

A questa bella serata abbiamo avuto l’onore e il piacere di partecipare con L’erba dagli zoccoli in reading concerto, accopagnando tutto il percorso. Infatti abbiamo suddiviso il nostro intervento di letture e di canzoni in tre parti, prima introducendo la serata e i ragazzi della scuola, poi dopo il loro intervento accompagnando il passaggio alle parole dei testimoni, e infine in chiusura della serata, come per saluto tra noi, per una memoria da condividere come un impegno e da portare ciascuno con sé.
Le letture  scelte non riguardavano solo la Basilicata e le vicende di Montescaglioso. La “resistenza contadina” in quegli anni era un movimento unitario che unificava dal basso tutto il paese, da sud a nord.  Siamo partiti così dalla nostra regione, come per presentarci con le nostre Marche, poi abbiamo raccontato di Melissa in Calabria, e poi ancora dei treni della felicità, di quella straordinaria solidarietà che fu messa in atto per alleviare il trauma di tanti bambini che si ritrovarono con uno, o anche entrambi i genitori in galera, o vittime degli interventi di repressione. In tutte le letture c’era però sempre un accenno a Montescaglioso, perché i racconti del libro non sono fatti isolati ma sempre intrecciati tra loro, come nella storia del mezzadro marchigiano che una mattina di maggio del 1950 deve correre alla stazione di Pesaro perché stanno arrivando i bambini di Montescaglioso.
Naturalmente le letture centrali le ho tratte proprio dalle pagine del libro in cui si rievoca quella mattina del 14 dicembre a Montescaglioso, e già nel mio stesso libro lo faccio citando il racconto in prima di persona di Vincenza Castria – nel libro Rossa terra mia – che in quel momento era proprio lì, accanto a suo marito Giuseppe.

La canzone Scagliosa, una ballata ricca di citazioni di Rocco Scotellaro, compresa la poesia che dedicò a Giuseppe Novello, l’abbiamo lasciata per la chiusura finale, dopo che i ricordi di allora e i sentimenti legati a quel momento erano già stati risvegliati e condivisi nella sala.

Questa è la Resistenza Contadina.

 

Il mondo è vicino da Chicago a qui (il 12 dicembre)

Associazioni, non di pensieri casuali ma di date, lotte e ricorrenze, che si intrecciano anche con il lavoro di memorie che ho dedicato alle lotte contadine: i martiri di Chicago e le lotte per le otto ore, Giuseppe Pinelli e il 12 dicembre, l’Antologia di Spoon River e la poesia di Rocco Scotellaro, Giuseppe Novello e le lotte contadine in Basilicata.
“Il mondo è vicino da Chicago a qui”, recita un verso della poesia che Rocco Scotellaro dedica al bracciante Giuseppe Novello, citata nel libro “L’erba dagli zoccoli” e inserita da me e Silvano Staffolani anche nella canzone Scagliosa, presente nel reading concerto tratto dal libro.
Non ho mai trovato una conferma di questo riferimento di Scotellaro a Chicago, a che cosa di preciso volesse riferirsi. Di sicuro mi è sfuggito. Nelle analisi dei suoi testi e anche di questa poesia sono altri gli elementi semantici che i commentatori di solito mettono in evidenza, e che tracciano un percorso – o un cammino, è il caso di dire – complesso e coerente della visione non solo poetica di Scotellaro ma del suo stesso approccio alla vita e all’impegno, innanzitutto culturale, nel senso diretto della comprensione e partecipazione.
Così, in assenza di conferme al riferimento che Scotellaro fa a Chicago in questa poesia, io ho sempre dato per scontato, fin dalla prima lettura, che volesse ricordare i martiri di Chicago, gli anarchici impiccati l’11 novembre 1887; e poi due anni dopo, nel suo congresso fondativo, la Seconda Internazionale deliberò il Primo Maggio ricorrenza annuale da dedicare alle lotte dei lavoratori, proprio perché gli scioperi e le manifestazioni di Chicago per l’applicazione dell’orario di lavoro di 8 ore, avevano avuto inizio il primo maggio.

Un momento fondativo, dunque. Quando lessi questa poesia, dando per scontato questo significato, fui colpito anche da una coincidenza di date, che rende ancora più vicini questi avvenimenti.
La poesia di Scotellaro è dedicata a Giuseppe Novello, che fu ferito a morte il 14 dicembre e poi morì dopo tre giorni di dura agonia il 17 dicembre. Era il 1949. Rocco Scotellaro incontrò i contadini di Montescaglioso direttamente nel carcere di Matera, quando tra febbraio e marzo del ’50 venne incarcerato con un’accusa falsa, e poi prosciolto e liberato dopo 45 giorni, mentre era in corso in tutta Italia uno sciopero generale di 48 ore per l’eccidio di Lentella del 21 marzo, e un altro se ne sarebbe consumato il 23 a San Severo di Foggia. Il carcere di Scotellaro durò poco ma lui in quel periodo era anche Sindaco, e l’esperienza della cattiveria mostrata dal lato oscuro del paese lasciò il segno. Quando scrisse la poesia non poteva sapere che lui stesso sarebbe venuto a mancare da lì a poco, nel 1953, all’età di 30 anni, e il giorno sarà il 15 dicembre, negli stessi giorni del quarto anniversario dell’agonia di Giuseppe Novello.

Oggi, mentre scrivo, è il 12 dicembre, e questa sera ho partecipato alla manifestazione “FIORI CONTRO IL FASCISMO”, per deporre fiori sotto lapide che gli anarchici di Jesi anni fa – era il 1994 – chiesero all’Amministrazione allora in carica di esporre nell’atrio del palazzo comunale, e che recita così: “Ai morti di Piazza Fontana, al ferroviere G. Pinelli, a tutti i morti di 25 anni di stragi impunite, in loro onore il nostro impegno passato, presente e futuro, nelle lotte per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia sociale, la città di Jesi.”
La cerimonia è stata introdotta con un ricordo rivolto in particolare a Giuseppe Pinelli, con Andrea Accoroni che ha cantato, o guidato i numerosi partecipanti a cantare coralmente “La ballata di Pinelli”. Poco più tardi io ho recitato la poesia Carl Hamblin dall’Antologia di Spoon River, che la moglie di Pino, Licia, ha fatto incidere sulla lapide che ricopre la tomba di Pino al cimitero di Turigliano (Carrara).
Carl Hamblin era una poesia cara a Pino Pinelli, e inizia proprio ricordando “il giorno che gli anarchici furono impiccati a Chicago”. Per una triste ironia del destino, che non è un destino fatale ma guidato sempre da qualche mano umana, Pino Pinelli morì il 15 dicembre.

Ecco dunque i martiri di Chicago che ritornano, e le date e le ricorrenze che si sovrappongono, come una sorta di congiunzione planetaria delle ricorrenze. Tutti insieme, negli stessi giorni. E il 1969 di Pinelli non fu solo l’anno delle stragi – quella più terribile, di piazza Fontana, era stata preceduta da altri attentati – o dell’autunno caldo nelle principali fabbriche, ma fu un’ondata di lotte diffuse in tutta Italia, che le stragi volevano fermare ma non vi riuscirono, un’ondata di lotte che come sempre si diffondeva anche nelle periferie e nelle campagne; tra gli episodi che meritano d’essere ricordati di quell’anno c’è ad esempio la rivolta di Battipaglia, nel mese di aprile, ma già il 2 dicembre dell’anno prima c’era stato Avola, le lotte contadine che durano. Solo per citare alcuni esempi.

Gli agrumi che spiazzano

“Gli agrumi che spiazzano”, festa mercato con il consorzio siciliano “Le Galline felici”. Questo l’evento a cui abbiamo partecipato domenica 3 dicembre allo Scup di via della Stazione Tuscolana a Roma, il giusto e adeguato contenitore per questo incontro. Giornate intense, di scambio di prodotti e insieme di storie e di relazioni che quei prodotti rendono possibili. Noi siamo arrivati qualche ora prima, giusto in tempo per seguire la presentazione del consorzio, la sua storia e la sua attività, la cura che quei piccoli produttori associati dedicano ai prodotti della loro terra e insieme alle relazioni tra loro, tra i produttori e la rete che insieme a loro è cresciuta, costituita da gruppi di acquisto solidale, di associazioni, di amici, giovani, curiosi, e anche di sostenitori perché il sostegno è importante, soprattutto quando esprime vicinanza.

Il cibo è anche relazione, oltre a tutto ciò che può riguardare il rispetto della salute e della natura, dicevano e spiegavano gli amici del consorzio durante la presentazione, e la terra è il nostro bene comune, nel senso letterale che è di noi tutti e richiede la nostra attenzione e cura. Richiede lavoro, costanza, concretezza. Una concretezza capace di contenere anche visioni diverse delle relazioni sociali.  Ritornare all’agricoltura in questo modo può significare anche trasformare la fatica, quella di un tempo e purtroppo anche quella di oggi, che esiste in molti luoghi di sfruttamento, e trasformarla in un lavoro per sé, in costruzione.

A noi con il nostro reading concerto dedicato alle lotte contadine è toccato concludere, domenica pomeriggio, e lo abbiamo fatto presentando le letture dei racconti delle lotte di ieri, con un pensiero anche a quelle di oggi, e con le canzoni tratte dal libro. Per l’occasione, abbiamo voluto aprire il reading concerto con un brano della poesia “Lingua e dialettu” di Ignazio Buttitta, citata in uno dei racconti del libro.

Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.

Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d’iddi.

Mi nn’addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialettu
ca perdi na corda lu jornu.

L’ho scelta un po’ anche perché al centro dell’evento c’erano i produttori siciliani, e quindi in omaggio a loro, ma non solo questo, anche per sottolineare l’importanza di quella “biodiversità” culturale da preservare e che siamo tutti noi, con le nostre storie e le nostre diverse lingue, e che costituisce la nostra comune forza.  Le ho ritrovate, infatti, tutte queste diverse lingue, nelle storie che ho scelto di raccontare nel libro, tratte da tante regioni diverse d’Italia, eppure così pronte a sentirsi tra loro come parte di un’unica storia.

(Altre FOTO della serata)

Alla festa dell’olio nuovo

«… Noi le olive non vogliamo regalarle più, rispondono i ragazzi, andiamo nei mercati ci alziamo all’alba facciamo i pendolari dell’olio: glielo dobbiamo a chi ha costruito la nostra strada, il nostro bene comune. Da questa altura possiamo guardare la valle fino al mare, e vedere così anche lo scempio, il prezzo del progresso. Ma non è solo per il paesaggio, è qualcosa di più profondo. Una qualità di olio non si produce ovunque, non basta la tecnica, dipende dall’equilibrio del suolo, un’idea semplice che è difficile a farsi, dietro c’è la cura delle persone, il lavorio continuo, il rispetto, la ricerca, le storie vissute, il nostro spazio sociale. Il vivere quotidiano. Lo stesso profumo dell’aria…»:  è un brano del libro tratto dal racconto dedicato a Lentella, nel sud dell’Abruzzo al confine con il Molise.

Ieri sera, domenica 12 novembre eravamo invece nelle Marche ma in un borgo altrettanto piccolo e vivo, Scapezzano, una frazione di Senigallia, dove dal 9 al 12 novembre, su iniziativa del circolo Arci pro-Scapezzano, si è svolta la festa dell’Olio Nuovo. La cornice migliore per il reading concerto dedicato alle lotte contadine, prestando attenzione non solo alla fatica e durezza di quelle lotte e di quelle condizioni di vita, ma anche alla soddisfazione di godere alla fine dei prodotti della terra, nel rispetto della terra. Nel manifesto preparato per l’occasione c’era scritto: “La nostra è una festa eco solidale. Tutte le pietanze verranno servite utilizzando stoviglie i ceramica o realizzate in materiali compostabili. Serviamo acqua potabile di Gorgovivo.”

O di godere anche della festa in piazza, quando il paese si ritrova, con le sue musiche e i suoi balli, e la musica esorcizza le fatiche e fa manutenzione dello spirito: ad animare questa parte della festa c’erano, nelle ore del pomeriggio precedenti il reading concerto, “I fiji d’Ottrano” , e proprio due di loro sono gli stessi che poi si alternano con me alla mia lettura dei brani scelti dal libro: Silvano Staffolani, coautore delle canzoni e del reading concerto, e il giovane Lorenzo Cantori alle percussioni.

Il reading concerto  lo abbiamo aperto e chiuso dedicandolo in modo specifico alla solidarietà. In apertura con la canzone “Il mietitore” dedicata al sentiero dei mietitori e alle terre dei Sibillini nel sud della regione martoriate dal terremoto, ricordando così anche le iniziative di solidarietà partite in diverse occasioni dalla realtà che ci ospitava: personalmente ricordo qui a Scapezzano, un paio di anni fa, una cena di solidarietà a cui aveva partecipato l’intero paese, in quel caso l’aiuto andava ai circoli arci che nella zona erano stati colpiti dall’alluvione del 2014. In chiusura del reading invece abbiamo proposto la canzone “Corre il treno”, per ricordare quel grande movimento di solidarietà che nel dopoguerra interessò quasi centomila bambini ospitati per periodi più o meno lunghi da altre famiglie, per tenerli lontani dalle città bombardate della guerra e qualche anno dopo dalla miseria che colpiva le famiglie contadine oggetto della repressione durante le lotte. Una grande solidarietà che univa il paese da sud a nord.

Una serata dedicata dunque alle memorie di ieri e al presente di oggi.

(L’evento su FB)

Angoli di Puglia

Un profondo grazie ad Arci Puglia e Arci Lecce per le due tappe dell’ultimo fine settimana, a Santeramo del Colle, in provincia di Bari ma a due passi da Matera, e a Soleto, subito sotto Lecce, al centro del Salento. E grazie a quanti in entrambi i luoghi ci hanno accolto con amicizia e interesse verso il nostro progetto, e con lo stesso entusiasmo ci hanno reso partecipi delle loro attività.

Il 27 a Santeramo eravamo al Tangram. Uno spazio culturale e di riferimento sociale realizzato letteralmente con le loro mani, nel senso che tutto, del locale degli oggetti e dei mobili, è stato ideato e realizzato manualmente da loro stessi, facendo rivivere i materiali talvolta più semplici o quelli giunti a fine utilizzo, restituendogli  nuovo significato, funzione e valore estetico. Il tangram, scomponi e ricomponi, un luogo demiurgico, al centro di un parco intestato a Berlinguer, che gestiscono, rendono vivo e fruibile, accogliente. E anche noi, con il reading concerto, immersi nella notte del parco.

Il 28 a Soleto eravamo direttamente in un circolo Arci, l’Artelica, anche questo “un luogo”, nel senso di Augé, entri e vedi già l’andirivieni delle persone prima ancora che inizi ad animarsi – noi siamo arrivati proprio all’apertura – e poi lo vedi animarsi e prendere il via nei diversi angoli che lo compongono, mentre anche noi ci posizionavamo, davanti alle “case sugli alberi”.
L’Artelica si affaccia direttamente sulla piazzetta davanti al Municipio, al centro dell’intrico dei vicoli del centro storico, sabato sera animati da una manifestazione dedicata ai vini.
Soffiava un vento fresco da nord quando siamo arrivati, qui in Salento. I venti in Salento fanno parte della terra, quando arrivano qui – lo Scirocco dal fondo del Mediterraneo e la Tramontana addirittura dal cuore dell’Europa – diventano un’altra cosa, incontrano questa terra e se ne  innamorano, le corrono addosso, come un saluto.

Il vento di ieri creava colori speciali nel cielo e nella campagna. L’avevo già provato la prima volta che ero sceso per visitare l’Arneo, accompagnato da Luigi Del Prete, lui che è di Copertino, che in quel giro mi trasmise anche le storie che aveva raccolto da altri ancora – la memoria devi dividerla con gli altri se vuoi usarne la forza – e poi aveva raccontato nel film Arneide, con le voci di tanti testimoni. Io arrivavo da fuori, avevo solo letto qualche cosa, ma poi una volta lì ero stato ben contento di aver respirato anch’io un po’ di quell’aria. E poi in un viaggio successivo, avevo conosciuto uno dei testimoni di allora, Cosimino Ingrosso, una bella sera di fine luglio all’agricampeggio Le Fattizze, nel cuore dell’Arneo. Cosimino ci ha lasciato a gennaio di quest’anno, ma ci ha lasciato un grande regalo, le sue memorie a cui aveva lavorato negli ultimi anni scrivendo a mano, anche lui come un demiurgo, quando sono le mani stesse che partecipano al pensiero, per ritirare fuori tutte le emozioni che giorno per giorno hanno accompagnato i gesti, gli sguardi, le parole dette e quelle ascoltate. Ora un gruppo di amici sta lavorando per pubblicarle e trasmetterle a tutti noi quelle memorie preziose, così che diventino anche nostre.

Alle Fattizze c’è un monumento, in legno, dedicato a lui (“Omaggio a un capopolo; la rivoluzione in bicicletta” realizzato da Stefano Bergamo): un uomo in bicicletta che corre, sembra lui stesso il vento che si innamora di questa terra, lanciato in avanti, e nella foga della corsa le ruote della bicicletta diventano quattro, sei non le ho contate, si rincorrono tra loro, lui non può cadere se tutte insieme lo sostengono. Nella cassetta appoggiata dietro alla sella Cosimino un mandolino, perché lui amava la musica, suonava il mandolino e anche la fisarmonica.

Il ricordo di Cosimino è stato presente nel reading concerto delle nostre due serate. In apertura, dopo l’introduzione e la canzone “Sogni alla deriva” dedicata a tutti i migranti di ieri e di oggi, abbiamo proposto il brano dedicato ai mezzadri della nostra regione, le Marche, con la canzone “San Martino”, e poi tre letture dedicate a tre regioni del sud, la Lucania di Rocco Scotellaro, ricordando Giuseppe Novello, con la canzone “Scagliosa”, poi il racconto di Melissa, anche perché proprio ora che sto scrivendo è l’anniversario di quel lontano 29 ottobre. “Sono già le cinque, staranno già zappando sulle terre del feudo?” si dicono tra loro in paese i più anziani, i pochi che non sono riusciti ad andare con gli altri a occupare le terre di Fragalà. Il brano che ho letto inizia con i due contadini che scrivono una lettera al figlio poliziotto, in Salento, raccomandandogli di non picchiare i contadini, perché anche loro, i suoi genitori, stanno occupando le terre. La scena dei due che scrivono l’ho immaginata ma la lettera è vera, e quel figlio poliziotto la leggerà di nascosto proprio a Cosimino rinchiuso nel carcere di Lecce, dopo l’arresto all’inizio dell’occupazione dell’Arneo. E per un attimo Cosimino e quell’altro ragazzo come lui, che fa il poliziotto, si commuovono insieme.
Le letture di Melissa ed Arneo le abbiamo accompagnate con le canzoni “Fragalà – La memoria è come un sasso” e “Il rogo delle biciclette”. Per chiudere, la canzone “Corre il treno”, dedicata a quel grande movimento di solidarietà verso i bambini troppo coinvolti dai momenti più duri di quelle lotte contadine, ospitati in luoghi più tranquilli per un po’, da altri contadini delle regioni del centro o del nord, anche loro in lotta ma con qualche margine in più di tranquillità.
E in chiusura davvero, dopo una pausa a chiacchierare e scambiarci parole e racconti, e dopo essere andati idealmente a nord con “i treni della felicità”, ci siamo salutati con la canzone “Su alzati Maria”, tratta dal racconto dedicato a Maria Margotti, di Argenta, ricordando con lei il grande sciopero dei braccianti del maggio 1949. Uno sciopero nazionale, a cui parteciparono naturalmente anche i braccianti pugliesi.

La poesia di Rocco Scotellaro in musica, canto e danza

C’è chi lascia un poema
e chi non lascia niente
perché esse muto è ‘l tema
de vive, in tanta gente.

Però te m’hai inganato,
vechio, e pe’ non morì
muto com’eri stato,
m’hai lasciato un giardì.

Ho voluto aprire con questa poesia di Franco Scataglini la nostra introduzione – con L’erba dagli zoccoli in reading concerto – agli amici dell’Associazione Musicale Akilina Simakova, con il loro spettacolo “La poesia di Rocco Scotellaro in musica, canto e danza”.

Una serata molto bella, tra amici che s’incontrano con i loro progetti e ricerche e percorsi – “nei sentieri non si torna indietro” scrive Rocco Scotellaro in un verso di “Sempre nuova è l’alba”, forse la sua poesia più conosciuta – e una sera decidono di intrecciarli insieme questi sentieri per il piacere di vederli fianco a fianco e farne scaturire altri lati di emozione. Bisogna sempre scompaginare un po’ le proprie carte.
Come nel primo dei due brani che ho letto:
«”È un lunario tascabile” rispose il venditore di ovi tirando fuori da qualche tasca sotto il mantello cinque libretti sgualciti, con la copertina illustrata. Li dispose sul sedile vicino all’Herbario, con il gesto di chi estrae dei tarocchi da un mazzo per allinearli, come se la loro disposizione possa ancora modificare qualcosa, o aiutare magari a trovare qualche angolo ancora sfuggito in quella trama già vissuta e annotata, che ora tornava a srotolare.»
Nella mia storia il mezzadro srotola i lunari dove ha scritto le sue storie come fossero dei tarocchi, quasi a propiziare una storia che si riapra sempre al nuovo, e sveli lati fino a quel momento in ombra. Il brano è tratto dal racconto che dedico ai mezzadri della Marche, e nel libro è preceduto in esergo proprio dalla poesia di Scataglini.

Di quale “giardì” ci parla Scataglini non c’è bisogno di spiegarlo, è quello che se vogliamo ritroviamo dentro di noi, con tutta la ricchezza degli echi custoditi per noi, e che noi continuiamo a custodire e rimescolare.

“Ma dov’è che accade questa strana storia che mi conti” e l’altra voce immaginaria che accoglie l’invito al dialogo, quasi come il suo eco o il suo controcanto, gli risponde “nel mondo dei contadini, dove non si entra senza una chiave di magia”.
La frase è una citazione di Carlo Levi. Prima l’ho letta io, nel secondo brano che avevo scelto, e poi l’ha cantata Silvano con la canzone Scagliosa, ricca di citazioni di Rocco Scotellaro e della poesia che Rocco dedica al bracciante Giuseppe Novello. Ma è con Carlo Levi, e con quella chiave di magia, che siamo entrati nel mondo di Rocco Scotellaro. Levi quel mondo lo riceve in regalo dal suo confino, e se ne commuove e innamora. Scotellaro lo vive quel confino, è lui stesso quel confino, e al tempo stesso non lo è – “che all’ilare tempo della sera s’acquieti il nostro vento disperato”, sempre dalla stessa poesia di Rocco citata prima.
“Uno si distrae al bivio” scrive in un suo romanzo incompiuto.  Ma sto rischiando di imbarcarmi in chissà quali ragionamenti, di cui in questo momento forse non ho nemmeno voglia o forza.  L’altra sera, a questo punto, Sergio Santalucia è entrato in scena suonando la zampogna, lo strumento che più di tutti mi da l’impressione che estragga il respiro del suo suono direttamente dalle cavità animali della terra, ma quelle più intime.

A questo punto c’è solo da spaziare attorno, lo sguardo può farlo, tra musiche poesie e danza. Lo stesso Scotellaro ne è insieme filo conduttore e pretesto, per incontrare insieme a lui – come in una di quelle scorribande notturne  a cantare e suonare con i suoi amici, di cui ci regala qualche ricordo nel suo “L’uva puttanella” –  e alla sua veloce vita di versi, anche altri artisti, poeti e poesie da leggere (Leonardo Sinisgalli, Albino Pierro, Giuseppe Antonello Leone, Mario Trufelli). Sono un filo conduttore e un pretesto anche le visite che faceva dalla sua Tricarico alla Montemurro dei suoi amici Giuseppe Leone e Maria Padula, per riproporre anche oggi, nello spettacolo a lui dedicato, i confronti e le diversità che lo incuriosivano sulle tradizioni musicali dei due paesi. Quelle musiche che siamo noi, che vivono negli strumenti e nelle melodie, ma anche nella musicalità delle parole che si lanciano in volo con la poesia.

Sul palco a suonare e cantare in questa seconda parte dedicata a Scotellaro, c’erano Sergio Santalucia, Graziano Lamarra e Antonio Anzalone, e come voce narrante Stefano Lauria, e poi ad alternarsi con lui nella lettura delle poesie o delle lettere di Rocco Scotellaro o di sua madre Francesca Armento, c’era  Eleonora Jacobucci, che di questo spettacolo è anche “la danza”, e nelle danze popolari le ha fatto compagnia il nostro Silvano perché il saltarello non è solo nei tasti o nelle corde degli strumenti ma nei piedi.

L’atra sera – conclusa l’introduzione in reading  concerto con me e Silvano Staffolani, accompagnati dal percussionista Lorenzo Cantori – gli amici lucani mi hanno invitato a restare sul palco con loro e fare parte delle voci che hanno proposto le poesie scelte per la serata. Li ringrazio per avermi regalato questo piacere, mi sentivo davvero bene, ci sentivamo tutti bene.
Riporto l’ultima poesia che ho letto, accompagnando il finale in musica di tutti i musicisti e danzatori insieme.
Una poesia di Dora Celeste Amato dedicata a Rocco Scotellaro, che quando me l’hanno proposta m’è sembrata subito simile a una fresca pennellata – forse una pennellata della pittrice Maria Padula?  Come una sensazione, che è già lì, lungo la strada, e la poeta riesce a coglierla, fermando e prolungando quell’attimo.

Un brigante ragazzino
gli occhi neri
i capelli ricci di Rocco.
Lo stridio delle cicale s’interrompe.
Ora canta il silenzio.
L’uva puttanella
sgorga il suo liquore sul liuto.
La Rabatana rimanda
l’eco del poeta.

CANTALATERRA si è svolto al Circolo Arci Onstage di Castelfidardo – An, il 20 ottobre 2017; con il contributo di Arci Marche;  qui il VIDEO della serata, e le interviste di promozione di Radio Incredibile e di Agoradio.

L’umanità che fa bene

Antirazzista per Costituzione, avevo scritto sabato sera in un post di promozione, prendendo spunto dalla maglietta sul banchetto dell’Arci accanto al libro L’erba dagli zoccoli, al XX° Festival della Cultura Multietnica organizzato dal Circolo Arci Il Corto Maltese di Fabriano, mentre nel tavolo a fianco si stavano raccogliendo firme per la campagna “Ero straniero, l’umanità che fa bene”. Così ieri sera, domenica, il reading concerto – sempre accompagnato da Silvano Staffolani –  l’ho aperto con un frammento di una poesia di Ignazio Buttitta che nel libro è citato in esergo al racconto sullo sciopero a rovescio di Lentella.

Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbano a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.

Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d’iddi.
Mi n’addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialetto
ca perdi na corda lu jornu.

Mi sembrava la più appropriata, non saprei aggiungere altro.  E poi è seguita la canzone Sogni alla deriva, dedicata ai migranti di ieri e di oggi. Nel bailamme dei crescenti razzismi odierni, così pare,  c’è chi si strappa le vesti al paragone tra i nostri migranti di ieri e i tanti migranti di oggi, io invece non riesco a non vederli dentro il ripetersi di una comune storia, e non tanto o non solo per la condizione di disagio ma prima di questo per la tenacia e la lotta, e lotta non in senso retorico ma reale.

Nel libro, infatti, cito lo sciopero dei braccianti africani di Nardò del 2011, di cui ho conosciuto la storia mentre cercavo le storie dei braccianti che per due capodanni di seguito, alla fine del ’49 e alla fine del ’50 occuparono le terre d’Arneo; lo sciopero dei raccoglitori di cocomeri raccontato da Yvan Sagnet nel libro “Sulla pelle viva”, da cui poi si sviluppò quel movimento da cui nacque nel 2016 la legge contro il caporalato. Legge che naturalmente vale per tutti, purché si riesca ad applicarla bene. Dietro ogni legge c’è sempre una lotta, ricordo spesso nelle discussioni con chi segue il nostro reading concerto, ricordando ad esempio le leggi di (quasi) riforma agraria che ci furono nel 1950: non regali dall’alto ma conquiste dal basso, strappate con la tenacia di lotte che costarono sacrifici e anche lutti.

È una dinamica sociale chiara, gli esempi sarebbero tanti, ma si tende sempre ad occultarla o dimenticarla: che ci sia qualche interesse nel farlo? Ma che vado a pensare! Oppure la si annacqua in una visione di rassegnazione pietistica, come se l’accettazione di una condizione di svantaggio fosse congenita in chi lo subisce.

Poi il reading concerto ha proseguito con letture e canzoni, ricordando Melissa, per i tragici fatti dell’ottobre ’49 ma anche perché qualche anno prima fu in questo paese che inventarono lo sciopero a rovescio poi imitato in tutta Italia, passando anche per il friulano Cormor (ebbi occasione di leggere uno accanto all’altro dei brani sulle occupazioni di Melissa e sullo sciopero a rovescio del Cormor, lo scorso anno sulla diga del Vajont, a Erto), oppure per il paese di Lentella tra Abruzzo e Molise, di cui ieri è stata proposta la canzone. E poi tanti altri importanti episodi di questa storia dai mille e variegati episodi – e anche lingue, mi piace inserire nelle letture frasi dei più vari dialetti o lingue d’Italia – ma che è una storia unica e che torniamo a raccontare e cantare volentieri ogni volta che c’è l’occasione per farlo.

Ieri sera abbiamo concluso con la canzone Corre il treno, dedicata a quel grande movimento di solidarietà chiamato I treni della felicità.