Le lotte contadine in libreria

«Poeti, uscite dai vostri studi,
aprite le vostre finestre, aprite le vostre porte,
siete stati ritirati troppo a lungo
nei vostri mondi chiusi.
Scendete, scendete»

Abbiamo iniziato così ieri sera, con una poesia di Lawrence Ferlinghetti, in omaggio alla omonima libreria che ci ospitava a Fermo, e poi in aggiunta alla apertura che di solito facciamo con la canzone Sogni alle deriva, dedicata ai migranti di ieri e di oggi (ne approfitto per ricordare sempre lo sciopero dei braccianti africani a Nardò nel 2011 e il movimento che da qui portò alla legge contro il caporalato), abbiamo aggiunto la lettura di un importante scrittore senegalese, Sembène Ousmane, scegliendo dal suo libro Il fumo della savana (Banty mam yall) il brano della marcia delle donne da Bamako a Dakar, che fu all’inizio del movimento che portò quei paesi all’indipendenza. La marcia avvenne nel 1948, dunque nello stesso periodo delle nostre lotte contadine in Italia che racconto nel libro. Le nostre lotte di ieri e di oggi, di qua e di là dal mare.

E poi ancora altri omaggi nel corso della serata, ai nostri contadini e mezzadri e ai mietitori che partivano a piedi verso il monte, il Vettore, per arrivare in Umbria o nelle campagne laziali, con la falce in spalla e a dormire all’aperto nelle piazze dei paesi in attesa di ingaggio. Abbiamo dedicato due letture ai mezzadri e due canzoni, una in particolare ai mietitori e al sentiero dei mietitori, ricordando anche il terremoto di due anni fa.

E poi ancora altri omaggi, alle lotte dei contadini senza terra nelle regioni del sud, ricordando Cosimino Ingrosso con la canzone in cui lo seguiamo mentre carica tutta la famiglia per andare al mare, in una bella domenica di allegra intimità familiare, e poi la figura del poeta della libertà contadina, Rocco Scotellaro, scegliendo nella lettura il brano in cui legge alla notte ai compagni di cella, i contadini arrestati durante gli scioperi e le occupazioni di terre, il libro di Carlo Levi “Cristo s’è fermato a Eboli”. Appunto, “Le lotte contadine in libreria”. E poi la canzone Scagliosa, con le citazioni della poesia che Rocco Scotellaro dedica al bracciante Giuseppe Novello, e in chiusura un altro importante capitolo della nostra storia da ricordare, quel movimento di solidarietà conosciuto come “I treni della felicità”, con la canzone Corre il treno.

Questi solo per citare alcuni dei brani letti e delle canzoni fatte ascoltare ieri, e ancora di più sono state le storie accennate e ricordate nella chiacchierata dopo il reading concerto, perché non si tratta solo della presentazione di un libro ma di un progetto e un percorso che ancora proseguono e anche attraverso queste serate si arricchiscono di nuovi contatti e nuove idee, avviano nuove collaborazioni o ci collegano ad altre iniziative che nel frattempo altri amici fanno partire. Non aggiungo nulla per ora, un po’ di sorpresa ci vuole.

Una bella serata in una bella libreria, tra amici di tutte le età, interessati e curiosi, a raccontarci e cantare storie.

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Cantina del Porto

Qualche scatto a ricordo della serata di venerdì 22 alla CANTINA DEL PORTO di Appignano (MC), durante e dopo il reading concerto con le lotte contadine, che ci regalano ogni volta un viaggio nel tempo, avanti e indietro tra ciò che ci accade oggi e la nostra storia di ieri – con tutti i suoi rimandi e riferimenti, non per nostalgie di tempi andati ma per riscoprirne ogni volta i nessi con ciò che siamo noi oggi, il tessuto che ci costruisce, ritrovarlo per non perderci in questi tempi odierni che vanno controcorrente –  e avanti indietro tra tanti diversi luoghi d’Italia, legati tra loro da fili più densi di quanto percepiamo, di tante storie condivise nel tempo.

La scaletta proposta insieme a Silvano Staffolani iniziava con Sogni alla deriva, la canzone dedicata ai migranti di ieri e di oggi: le grandi espulsioni dalle nostre campagne e le nostre migrazioni storiche, e per ricordare anche che “dietro ogni legge c’è sempre una lotta”, riferendoci sia alle leggi seppur parziali di riforma agraria che ottennero allora i nostri contadini, sia all’odierna legge contro il caporalato, a seguito  di un movimento di lotta iniziato con uno sciopero dei braccianti africani a Nardò nel 2011.   Poi abbiamo proseguito con  la nostra mezzadria marchigiana, che qui ad Appignano si “gioca” in casa e non c’è bisogno di spiegare di cosa si sta parlando, anzi, c’è da tenere a freno i ricordi che possiamo stuzzicare, con le letture dal racconto “Il curandero” e la canzone San Martino”.

Quindi siamo scesi a Lentella (“Vi racconto la realtà con la fantasia, perché sono storie che rischiano di perdersi e solo la fantasia può mantenerle vive”) e il suo grande sciopero a rovescio del 21 marzo 1950, e subito dopo in Emilia, il grande sciopero dei braccianti del maggio 1949, con il racconto e la canzone dedicata a Maria Margotti. Poi di nuovo a sud, tra le storie di Melissa nel marchesato di Crotone, le occupazioni delle terre d’Arneo in Salento – due le canzoni, una dedicata a Cosimino Ingrosso compagno e l’altra per ricordare il rogo delle biciclette e infine la Basilicata di Rocco Scotellaro, ricordando le vicende di Montescaglioso e la storia di Giuseppe Novello, nelle lattura e co la canzone Scagliosa.

Avevamo iniziato con un discorso  più generale, ricordando le esperienze delle migrazioni di ieri e di oggi, e abbiamo chiuso con una storia più generale di solidarietà, ricordando quella grande mobilitazione che viene ricordata con il nome di “treni della felicità”, chiudendo con la canzone Corre il treno.

Cosimino Compagno

Ieri sera 1 Giugno, presso la Sala Consiliare del Comune di Guagnano, in Salento, una  serata in omaggio a Cosimino Ingrosso, promossa dai figli Vito e Desdemona Ingrosso e dall’associazione “TERRAE a sud del tempo”, con la presentazione del libro “Cosimino Compagno, LE MIE MEMORIE, autobiografia di Cosimo Ingrosso, Terrra, lotte e libertà tra famiglia e politica”; stampa a cura dello SPI di Lecce.

Personalmente ho avuto occasione di incontrare Cosimino e chiacchierare con lui una sola volta, quando due anni fa nel mese di luglio fui invitato all’agriturist Le Fattizze per presentare il mio libro sulle lotte contadine L’erba dagli zoccoli, proprio lì, tra gli olivi dell’Arneo. Mi accompagnò nel reading Alice Rolli, con la sua bella voce. Una lettura e una canzone, nella notte, con  molte persone a seguirci, e di lato, seduto nell’auto, anche Cosimino.

Tra i brani che ho letto c’era anche l’episodio della lettera che gli fece leggere un poliziotto nel carcere di Lecce; Cosimino era stato uno dei primi a finirci, già nel primo giorno di occupazione delle terre d’Arneo. Anche il poliziotto era figlio di contadini, calabresi, forse della zona di Crotone, e così io che nel mio libro dedico un racconto anche alle vicende di Melissa, in quel racconto ho finto che fossero proprio due contadini di Melissa a scrivere al loro figlio: ”

“Caro figghjiu, noi siamo stati a occupare le terre, tu se ti comandano di andare a combattere contro i braccianti non andare, non andare, stai attento che se riusciamo un giorno a togliere la terra ai ricchi, tu praticamente tornerai a casa e starai con noi, starai, e così cerca di essere bravo, cerca di essere buono con loro, perché se tumaltratti quelli, gli altri maltratteranno pure a noi.”  E poi, nel racconto che dedico alle occupazioni d’Arneo, Cosimino stesso racconta: “Ho visto qualche lacrima a questo qua, all’opposto di quando sono venuti quella sera, tanto che mi sono commosso.”

Prima del reading avevo chiacchierato una mezz’oretta con Cosimino. Aveva anche la febbre quella sera ma era voluto venire lo stesso, e mi è rimasto un ricordo forte soprattutto del suo sguardo, i suoi occhi e la sua voce, nonostante la febbre ricordo che aveva le mani fredde mentre gliele stringevo e lui mi raccontava di quel lontano episodio della lettera e poi tante altre cose, e di ora che aveva riempito quaderni e quaderni di appunti sulla sua vita ed era preoccupato di come riuscire a sistemarli e pubblicarli. Purtroppo ci ha lasciati prima di vederlo stampato questo suo libro, che ho avuto l’occasione di leggere nelle bozze definitive prima della stampa, e che somiglia ad un racconto corale, di tutta la sua vita, che non era soltanto sua ma di tutto il mondo che lo circondava. Mi sembra di vederlo, negli anni precedenti, con la sua bicicletta, carica non più degli attrezzi di lavoro ma dei suoi strumenti musicali, come un cantastorie totale, carico del piacere di vivere. Avevo scritto allora, due anni fa, quando lo incontrai, di quella “voglia pacata ma insieme ingrugnita di viverne altrettanti di anni”, che mi stava trasmettendo. Ingrugnita, per riprendere un’espressione del poeta Vittorio Bodini, riferita alla terra d’Arneo.

Per rendergli omaggio, io e Silvano Staffolani abbiamo composto questa canzone, Arius 48 che era la marca della sua bicicletta, e abbiamo saputo che ieri sera l’hanno ascoltata lì alla sala consiliare di Guagnano, ed è un vero onore per noi avere partecipato almeno con una canzone, dal momento che purtroppo non eravamo riusciti a organizzarci per esserci di persona. E per ricordare direttamente Cosimino e ascoltare la sua voce, inserisco sotto anche questa intervista curata da Fabio Levi, Cosimo Rolli e Marcello Rolli.

La canzone è inserita nell’album di Silvano Staffolani

“Pressappoco alla stessa ora”

 

 

Qualcosa di sinistra

“Qualcosa di Sinistra” è il nome dell’associazione, dal dicembre scorso affiliata all’Arci, che ci ha invitato ieri domenica 6 maggio a Colli del Tronto, vicino Ascoli Piceno, per una serata dedicata a “L’altra Resistenza: racconti di una lotta contadina”.

Con questa serata abbiamo ripreso e chiuso l’iniziativa di un mese fa a Bollate (Mi) con l’associazione L’ora blù, e con l’Anpi, “Aspettando il 25 aprile”, in questo mese dedicato alla festa della Liberazione, e dopo essere passato, per ciò  che mi ha coinvolto personalmente, per la serata alla Casa delle Culture di Ancona con il nuovo romanzo ‘E Riavulille, e poi al Teatro Pergolesi di Jesi con lo spettacolo “E questo è il fiore”, insieme al canzoniere dell’Anpi e al gruppo Arci Voce, e poi le serate organizzate dall’Anpi di Jesi, di cui una in collaborazione con il Circolo Arci Fratelli Cervi, insieme a Adelmo Cervi. Anche ieri sera era presente l’Anpi, la sezione di Offida, con i moduli di raccolta di firme della campagna Mai più Fascimi, come già avevamo fatto al Pergolesi di Jesi.  Ieri eravamo in un centro sociale dell’Auser, presente anche lo SpiCgil, in un territorio che conobbe un’intensa stagione di lotte mezzadrili,  che abbiamo ricordato insieme in apertura della serata.

Ma il vero ricordo, a inizio serata, è stato per il partigiano William Scalabroni, con una lettura dedicata a lui, qui nella sua terra; un ricordo ancora fresco come una ferita, perché è da pochi mesi che ci ha lasciato dopo una vita intensa e sempre impegnata; personalmente avevo avuto l’occasione di incontrarlo cinque anni fa ad Ascoli, quando ero andato a presentare il libro In bicicletta lungo la Linea Gotica, e infatti anche ieri sera per l’occasione ho indossato la maglietta della Staffetta della Memoria, quella con le parole di Calamandrei: “Se volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la Costituzione, andate nei monti dove caddero i partigiani”.

Ieri sera Silvano e Lorenzo hanno accompagnato la lettura dedicata a William Scalabroni con gli organetti, sull’aria degli stornelli popolari di casa nostra, così come per un po’ si sono esibiti spontaneamente negli spazi all’esterno prima di iniziare la serata. Lo spirito dei nostri reading concerto è proprio questo, un po’ alla maniera dei cantastorie, rivivere le storie rievocandone l’atmosfera e la vitalità, il sentimento che allora vi mettevano dentro le persone che quelle storie le vivevano. E se cerchiamo di ricordarle in questo modo, non è certo per vuota nostalgia né tantomeno per superficiale rievocazione folclorica. Nell’introduzione al mio libro scrivo: «Soltanto oggi avverto con pienezza il senso drammatico della frattura che quelle generazioni hanno vissuto, e non tanto per quel mondo che non c’è quasi più da nessunaparte, perché anche loro volevano cambiarlo per averne uno migliore. E se gli avessero dato retta, l’avremmo avuto davvero uno migliore. Direi piuttosto che la frattura riguarda il patrimonio di esperienze che hanno affrontato per ottenerlo, l’impegno che ci hanno messo, la vita senza arzigogoli di linguaggio ma direttamente. Un patrimonio enorme, che non si vede. Questa sensazione di fondo che avverto, la bellezza di quelle esperienze e la fragilità del loro senso, permea di una luce forte tutte le immagini che ho maturato in quel tempo e poi ho ricordato negli anni, come una manutenzione dello spirito, ogni volta che con i miei si tornava a parlarne.»

E poi, dopo i saluti e l’introduzione, è seguito il reading concerto vero e proprio, alternando le letture e le canzoni tratte dal libro L’erba dagli zoccoli; abbiamo iniziato con la canzone San Martino, dedicata ai nostri mezzadri, e concluso un’ora dopo con la canzone Corre il Treno, per ricordare una grande storia di solidarietà, quella dei treni della felicità, che nel dopoguerra accompagnò ed aiutò le lotte contadine. Solidarietà, una parola che oggi richiede un’attenzione ulteriore ma che qui corrisponde all’impegno associativo praticato, perché qualcosa di sinistra non è uno slogan ma riassume proprio lo scopo praticato dall’associazione, ispirato ai principi del mutualismo e attento ai bisogni concreti e immediati del proprio territorio. (E sulla pagina FB ancora altre FOTO).

 

 

L’espulsione dalle terre (ricordando Marx)

“Siamo tutti neri”, foto scattata nel 1989 a Roma alla prima manifestazione contro il razzismo.

Consigli di lettura, o rilettura. Oggi è il duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx, il 5 maggio 1818. La lettura di Marx è complessa e richiede un impegno da affrontare con spirito libero e critico, rifuggendo schematiche adesioni di fede, o al contrario anche repulsioni altrettanto fideistiche. E naturalmente tenendo conto del contesto, includendo nel contesto tante cose (nella mia foto ho ripreso addirittura questo simpatico striscione fotografato molti anni fa).  I miei non sono consigli di lettura di uno studioso o di un esperto, perché non lo sono, tuttavia, da studente di filosofia ebbi a suo tempo l’opportunità di inserire Marx nel mio piano di studi, e di tanto in tanto mi capita di riprendere in mano qualche suo libro. Una delle parti su cui mi capita un po’ più spesso di tornare è la settima sezione del primo libro del Capitale, e in particolare il capitolo 24, “La cosiddetta accumulazione originaria”:

“Il produttore immediato, l’operaio, ha potuto disporre della sua persona soltanto dopo aver cessato di essere legato alla gleba e di essere servo di un’altra persona o infeudato ad essa. Per divenire libero venditore di forza-lavoro, che porta la sua merce ovunque essa trovi un mercato, l’operaio ha dovuto inoltre sottrarsi al dominio delle corporazioni, ai loro ordinamenti sugli apprendisti e sui garzoni e all’impaccio delle loro prescrizioni per il lavoro. Così il movimento storico che trasforma i produttori in operai salariati si presenta, da un lato, come loro liberazione dalla servitù e dalla coercizione corporativa; e per i nostri storiografi borghesi esiste solo questo lato. Ma dall’altro lato questi neo affrancati diventano venditori di se stessi soltanto dopo essere stati spogliati di tutti i loro mezzi di produzione e di tutte le garanzie per la loro esistenza offerte dalle antiche istituzioni feudali. E la storia di questa espropriazione degli operai è scritta negli annali dell’umanità a tratti di sangue e di fuoco.”

Scrive così Marx all’inizio del capitolo, e poi ne descrive il processo storico realmente avvenuto dal XV secolo in Inghilterra, passando dall’espropriazione della popolazione rurale e della sua espulsione dalle terre, alle leggi contro gli espropriati e contro il vagabondaggio – “I vagabondi incorreggibili e pericolosi debbono essere bollati a fuoco con una R sulla spalla sinistra e messi ai lavori forzati” per sottometterli a quella disciplina che era il lavoro salariato, e così via, descrivendone l’evoluzione delle sue forme storiche.

Marx descrive questo processo come avvenne in Inghilterra, perché solo qui, dice,  questa storia  possiede forma classica, mentre negli altri paesi ebbe “sfumature diverse e percorse fasi diverse in successioni diverse e in epoche storiche diverse.”  Poi però aggiunge anche una nota sull’Italia, che riguarda più in particolare l’Italia centrale e settentrionale:

“In Italia dove la produzione capitalistica si sviluppa prima che altrove anche il dissolvimento dei rapporti di servitù della gleba ha luogo prima che altrove. Quivi il servo della gleba viene emancipato prima di essersi assicurato un diritto di usucapione sulla terra. Quindi la sua emancipazione lo trasforma subito in proletario eslege, che per di più trova pronti i nuovi padroni nelle città, tramandate nella maggior parte fin dall’età romana. Quando la rivoluzione del mercato mondiale dopo la fine del secolo XV distrusse la supremazia commerciale dell’Italia settentrionale, sorse un movimento in direzione opposta. Gli operai delle città furono spinti in massa nelle campagne e vi dettero un impulso mai veduto alla piccola coltura, condotta sul tipo dell’orticoltura.”

Se queste brevi citazioni vi stuzzicano, potete leggere anche l’intero capitolo, e da lì allargarvi. Sono pagine descrittive, con un linguaggio che a me non sembra oscuro e complicato, mi sembra che si legga bene, e lo trovo molto ma molto attuale, anche se scritto centocinquanta anni fa.

Sulle ali dei pedali, tra le storie di ieri e gli impegni di oggi

Un vero incontro sabato 7 aprile, di quelli in cui ci si scambiano esperienze e percorsi, per condividerli e rivalutarne insieme il senso. L’occasione ce l’ha fornita l’associazione culturale L’Ora Blù di Bollate, che insieme all’Anpi di Bollate-Baranzate ci ha invitato all’iniziativa “aspettando il 25 aprile”, per presentare il nostro reading concerto sulle lotte contadine, l’altra Resistenza, inserendolo però in un contesto conviviale, con il suo invitante menù, e alternando, dentro le pause tra un piatto e l’altro, le nostre letture e canzoni. Cibandoci, oltre che di buon cibo e buon vino, anche di belle storie, in modo più completo.

Ci siamo accorti, così, che il rapporto tra convivialità e reading è reciproco. Cioè, il nostro reading concerto si è svolto ugualmente per intero, ma in più lo abbiamo arricchito tra una lettura o una canzone e l’altra con delle pause conviviali, nelle quali le luci in sala ritornano per un po’ all’illuminazione normale e ci consentono di condividere oltre oltre alle nostre storie anche i cibi e le bevande, e insieme naturalmente le conversazioni dirette tra amici, scambiandoci così ancora altre storie.

E allora, ad esempio, ecco che gli amici dell’Orablù in queste pause del reading ci hanno raccontato la loro “agenda ri/trovata”, cioè il viaggio che nel mese di luglio dell’anno scorso hanno fatto in bicicletta, partendo da Bollate per arrivare a Palermo il 19 luglio, con l’agenda rossa ritrovata, firmata da tutte le persone incontrate lungo quella strada, e portarla alle cerimonie in via D’Amelio per ricordare Paolo Borsellino.
Venticinque giorni sui pedali della bicicletta per arrivare in tempo esattamente nell’anniversario dei venticinque anni.
Complimenti. Ci vuole soltanto uno straordinario senso della semplicità, come quando si esce da casa come se niente fosse e per fare una passeggiata solo un po’ più lunga, per rendersi conto soltanto alla fine del significato esatto della propria iniziativa, dopo averla assimilata con lentezza nelle gambe, nella testa e in tutto il corpo, una pedalata alla volta. Cento, mille, centomila volte.

Anche noi ci siamo preparati al reading concerto con la consueta tranquillità, senza pensarne troppe, e solo mentre eravamo lì, quando ogni volta in ciascuna delle quattro pause conviviali a noi dedicate salivamo su quel piccolo palco in mezzo ai tavoli, e riprendevamo a leggere e proporre canzoni, ci rendevamo conto di aver aperto la serata proprio con una canzone dedicata ad un ciclista, la storia del bracciante Vittorio Veronesi, la canzone “Prendete quella canaglia”, di quando i carabinieri lo inseguono in quegli anni dopo la guerra per arrestarlo durante uno sciopero, e lui fugge veloce, con la sua bicicletta, nascondendosi tra le macchie e le passerelle della laguna di Mantova. E poi di nuovo qualche tempo dopo, con le loro biciclette strette tra le mani, Vittorio e i suoi compagni, nella triste e buia notte dell’agguato. Ho introdotto la canzone eseguita da Silvano anticipando in lettura una strofa: “Gli occhi nel buio Vittorio e Nerino /tra le mani stringono le biciclette / Tra le parole cercano i pensieri / Tra i passi la vita ancora in bilico”.
E poi  di nuovo, a fine serata, abbiamo chiuso con una lettura  e una canzone per ricordare il “Il rogo delle biciclette” durante le occupazioni delle terre d’Arneo in Salento. E cioè la bicicletta come strumento di vita, prezioso più di qualsiasi altra cosa, che con il rogo delle biciclette sequestrate dalle forze dell’ordine intervenute per reprimere le occupazioni delle terre, diventa anche il simbolo dell’oltraggio subito, e da riscattare. E naturalmente, io e Silvano abbiamo dedicato questa parte a Cosimino Ingrosso, ricordando il monumento dedicato a lui alle Fattizze d’Arneo, che lo rappresenta lanciato nel vento sulla sua bicicletta, sulle ali dei pedali.

Così, la cornice della serata di sabato all’Ora Blù, racchiusa nel titolo “aspettando il 25 aprile”, tema introdotto in apertura dalla rappresentante dell’Anpi di Bollate e Baranzate, si è riempita di un ulteriore senso in più, grazie al filo conduttore della bicicletta, sulle ali dei pedali, che è emerso spontaneamente da solo, dal nostro fondo di storie, facendoci ritrovare punti di contatto reali tra le storie di ieri e gli impegni di oggi. Mi hanno così fatto ricordare, in quelle conversazioni, anche le mie recentissime pedalate lungo la Linea Gotica, al seguito della Staffetta della Memoria (a proposito, anche noi avevamo una nostra agenda con la copertina rossa, nella quale raccoglievamo sotto al testo della nostra carta costituzionale, le firme di tutti quelli che incontravamo lungo il percorso).

L’OraBlù è anche e soprattutto un punto d’incontro, espresso graficamente in quella freccia che indica un centro, e gli incontri con le storie o con il tempo possono essere tanti, ciascuno può ritrovare i suoi, e infatti ho visto anche Silvano alle prese con i suoi, io qui ne ho raccontato solo uno, quello che ha fatto da filo conduttore alla serata più generale. Dicono che quel simbolo con la freccia e il punto, per un fortuito caso, somigli proprio a quello che Borsellino annotava nella sua agenda per ricordare gli appuntamenti con sua madre in via D’Amelio. Io ho sempre sostenuto che il caso non viene mai davvero per caso.

E non solo queste ma anche altre storie ci siamo scambiati, che a raccontarle tutte non ce se la fa in una volta sola. Potrei comprendervi anche il luogo dove poi sono andato a dormire, una cascina lombarda di inizio ottocento, completamente ristrutturata alle esigenze di oggi ma intatta nelle sue strutture portanti e con i segni ancora evidenti delle antiche tracce di vita, lasciate apposta come un racconto, dove erano le pareti interne originarie, le canne fumarie, perché ogni tipo di abitazione rispecchiava un sistema di vita, sociale e di rapporti di lavoro, e di legami familiari, una cultura e un modo di sentire. Abitazioni così diverse da una regione all’altra del nostro paese – al ritorno ci siamo fermati alla casa Cervi a Gattatico – come le sue mille lingue, che nei racconti del libro cerco di citare per rappresentarne la vivezza e il tipo di sguardo che c’è dietro, e insieme il senso di una vita che reagisce sempre in modi nuovi e originali alle tante diverse circostanze in cui si trova costretta, senza mai piegarsi. Altro che cento, mille e centomila pedalate, c’è dentro ancora di più.

La nostra scaletta della serata, dopo l’introduzione, l’abbiamo divisa in tre parti, la prima dedicata alle nostre Marche, dei mezzadri e della mezzadria, e oggi anche del terremoto e di questa sua zona interna così martoriata dall’abbandono; la seconda parte dedicata agli scioperi a rovescio, con le storie di Lentella in Abruzzo e del Cormor in Friuli – e poi nelle conversazioni mi hanno raccontato la storia di oggi della Ri-MAFLOW -; la terza parte dedicata ai contadini senza terra del sud e alle grandi occupazioni dei latifondi, scegliendo oltre alla storia del rogo delle biciclette anche il ricordo di Melissa, attraverso la canzone Fragalà: «La memoria quando ti colpisce / Non puoi trattenerla / Con gli altri tu devi dividerla / Se vuoi usarne la forza».

A inizio serata, dopo la canzone “Prendete quella canaglia”, per dare non solo il benvenuto ma anche il buon appetito a tutti – eravamo a tavola – ho raccontato che prima di andare mi ero interrogato su come si possono inserire in una serata conviviale storie, come quelle che avremmo raccontato e cantato, che hanno anche risvolti assai tristi. La risposta non l’avevo, sapevo soltanto che  in uno dei racconti del libro – anche se sabato sera non era in scaletta – ci sono due anziani osti, in una trattoria di Trapani, che tra un piatto e l’altro che servono e mangiano in compagnia del loro ospite, un ragazzo, gli raccontano anche la loro storia a Portella della Ginestra il Primo Maggio del 1947, perché loro si trovavano lì. Quel ragazzo ero io tanti anni fa, e nel libro la racconto proprio così, quella triste vicenda che mi avevano narrato proprio a tavola, tra un piatto e l’altro. E quindi, probabilmente, i momenti conviviali possono essere, se vissuti in modo consapevole, i più adatti per condividere in modo più intenso le storie che ci appartengono. E inoltre, anche questa storia di Portella ci riporta in quell’angolo d’Italia che si chiama Sicilia.

LE FOTO DELLA SERATA, dal blog dell’associazione L’OraBlù
(foto Ivano De Pinto)

 

 

 

Solchi di verità e di giustizia (21 marzo)

21 marzo, giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti della mafia, organizzata da Libera. Per le Marche l’appuntamento regionale è in corso oggi a Jesi. Questa mattina si è svolta la prima parte, all’interno del Palasport a causa del maltempo – nei paesi in collina si è vista anche la neve – ma gremito di persone, soprattutto di tanti giovani delle scuole, arrivati qui da tutta la regione.

Al centro delle cerimonie di questa mattina c’è stata la lettura dei nomi delle vittime, quasi un migliaio, così tanti e troppi che diventa addirittura difficile conoscerli tutti, e per ricordarli li abbiamo scanditi e pronunciati uno ad uno, alternandoci in tanti, più di quaranta persone.
Onestamente nemmeno io  conosco le storie legate ai nomi riportati nel foglio che mi era stato assegnato, ma ora ce l’ho qui il foglio mentre cerco di documentarmi sulle loro singole vite.

Tra gli altri nomi che ho sentito leggere,  ce ne sono anche tanti che cito nel mio libro dedicato alle lotte contadine nel dopoguerra. Ad esempio Placido Rizzotto e Pio La Torre, nel racconto dedicato alle occupazioni delle terre nella zona di Corleone, a Bisacquino nella primavera del 1950, quando Pio La Torre andò a sostituire Placido Rizzotto ucciso dalla mafia il 10 marzo 1948 e riprese la guida di quel movimento contadino, e il 10 marzo del 1950 fu poi arrestato durante l’occupazione al feudo di Santa Maria del Bosco. Pio La Torre aveva 23 anni quando andò a Corleone e lì conobbe Carlo Alberto della Chiesa, allora trentenne e capitano, che aveva già individuato i responsabili della sparizione di Rizzotto. Diventarono amici in quel frangente e si tennero sempre in contatto, verranno poi uccisi entrambi a Palermo nel 1982, a distanza di soli 4 mesi uno dall’altro.

Oppure Margherita Clesceri e le altre vittime di Portella della Ginestra, a cui nel libro dedico ugualmente un intero racconto, che in parte ricostruisco anche sulla base di un incontro che ebbi molti anni fa con alcuni superstiti di quella strage.
E poi ancora altri nomi, di sindacalisti e capi lega, che mi trovo a citare nei diversi racconti del libro, come Accursio Miraglia, Nicolò Azoti o Pietro Macchiarella. Infatti le lotte per la giustizia sociale e il rispetto della legalità s’intrecciavano insieme, anzi erano la stessa cosa e spesso i braccianti in lotta attaccavano sulle loro bandiere gli articoli della nuova Costituzione che più li riguardava, ponendosi loro dalla parte della legalità calpestata. Come l’articolo 4 che da il titolo anche ad un libro di Danilo Dolci, ricordando lo sciopero a rovescio che organizzò a Trappeto nel 1956.
Pronunciare tutti i loro nomi e condividere questa lettura significa anche ricordare che non furono vittime passive o rassegnate ma persone che si sono battute apertamente, e proprio per questo il loro sacrificio non è stato inutile.

In uno dei racconti del libro riporto questo dialogo, da quanto ricordo dell’incontro che ebbi appunto anni fa con una coppia di superstiti della strage di Portella:
«“Oggi credono tutti che la mafia sia qualcosa di naturale su questa terra: è la nostra cultura, vengono a dirci.” “Cultura imposta col sangue!” “Arrivammo a Portella verso le nove. Sembrava una festa. Le bandiere, le bande musicali, anche i cavalli e i muli erano bardati. I bambini aspettavano eccitati lo scoppio dei mortaretti. La guerra era finita da poco e la gente era povera. Avevamo raccolto cibo e vino affinché tutti quel giorno potessero mangiare.” “I mafiosi dissero che la festa loro ce l’avrebbero fatta.” “Durante la campagna elettorale il capomafia Salvatore Celeste aveva gridato: ‘Voi mi conoscete! Chi voterà per il Blocco del popolo non avrà né padre né madre’. A gennaio era stato ammazzato Accursio Miraglia e pochi giorni dopo Pietro Macchiarella. Anche al Cantiere navale di Palermo i mafiosi spararono. In Sicilia c’era anche questa storia del movimento indipendentista e alla fine il governo di Roma aveva riconosciuto l’autonomia…” “…ma le prime elezioni la sinistra le vinse.” “Il 20 aprile del ‘47 il Blocco del Popolo vinse le elezioni regionali. Tutto questo era troppo per gli agrari, la reazione fu violenta, come un colpo di stato, uccisioni e intimidazioni, perfino bombe a mano e poi l’eccidio di Portella e subito dopo quello di Partinico, ma le occupazioni andarono avanti…”»

Metti una sera all’Università

Un incontro davvero interessante lunedì pomeriggio, 12 marzo, all’Università Politecnica delle Marche, all’ex caserma Villarey al centro di Ancona. Questo tipo di esperienza ancora ci mancava, nei nostri giri con libro e chitarra a raccontare le lotte contadine, in particolare del dopoguerra, alla metà del Novecento. L’occasione è stata offerta dai docenti del corso di Diritto del Lavoro, Antonio Di Stasi e Laura Torsello. Davanti a noi, nell’aula magna della facoltà intestata a Giorgio Fuà, un folto gruppo di studenti del corso di laurea triennale. L’unico precedente un poco simile lo avevamo avuto nel dicembre scorso a Montescaglioso, nella serata di Resistenza Contadina, dove insieme agli adulti erano presenti anche i ragazzi delle scuole superiori che avevano lavorato alla pagina wikipedia dedicata al bracciante Giuseppe Novello. Qui però all’università il contesto era ancora diverso: “a lezione”. E provoca anche un’ulteriore emozione vedere ragazzi di circa venti anni seguire così attenti il racconto di storie accadute “soltanto a metà Novecento”, praticamente ieri, eppure già quattro o cinque decenni prima della loro nascita, più o meno al tempo dei loro nonni. Un po’ sorpresi i ragazzi all’inizio, quando ci hanno visto arrivare, montare i leggii davanti alla cattedra, a ridosso della prima fila di sedie, e accordare la chitarra e sistemare i fogli: i loro docenti li hanno rassicurati: non avevano sbagliato lezione ma si trovavano davvero nel posto giusto e all’ora giusta.

Del diritto del lavoro, e della nascita delle nuove normative e contratti e dei primi anni di applicazione della Costituzione, noi abbiamo offerto soprattutto la visione del sottostante lato umano e sociale, quello partecipato da migliaia di persone, in particolare nei nostri racconti i contadini, per i quali quelle leggi appena scritte sulla carta o addirittura ancora da finire da scrivere, non erano soltanto dispute teoriche ma riguardavano direttamente la loro vita immediata, le aspirazioni, il bisogno di un’emancipazione sociale e umana, che non era affatto scontata, e per la quale capitava di doversi battere, mobilitarsi, occupare le terre, rimboccarsi le maniche e organizzare gli scioperi a rovescio quando le istituzioni o le parti sociali avverse erano troppo lente o si mettevano addirittura di traverso. Insomma, la vita nella sua complessità e nella sua voglia di andare avanti.

Abbiamo diviso le nostre letture e canzoni in tre gruppi, accompagnati da un passaggio all’altro dagli interventi dei docenti. La prima parte dedicata ai mezzadri del nostro Centro Italia, la seconda ai braccianti, con riferimenti in particolare al grande sciopero della primavera del 1949 con il suo epicentro nella pianura padana, e l’ultima parte ai contadini senza terra e alle grandi occupazioni dei latifondi nel Sud. Quattro brani e quattro canzoni, in apertura San Martino, la canzone dedicata alla figura del mezzadro e che già nel titolo ricorda il giorno in cui in campagna venivano eseguite le disdette dei contratti di assegnazione della terra. Poi le canzoni dedicate alle figure di Maria Margotti e di Vittorio Veronesi, e per concludere la canzone dedicata alla vicenda di Melissa, dell’ottobre 1949, scelta in chiusura anche per sottolineare a ricordo della serata l’importanza della memoria: “La memoria siamo noi in questa stanza / Ce la portiamo dentro / Ogni giorno a rovistarci / Non dovremmo mai farlo da soli”.

Il tempo è volato via che non ce ne siamo accorti, gli spunti che abbiamo offerto ci sembrano molti, ora tocca ai docenti dipanarli e riordinarli, e riviverli con i loro studenti, come sono abituati a fare. I racconti del libro contengono molti riferimenti storici ai temi al centro delle rivendicazioni e al contesto sociale politico e legislativo in cui quelle lotte si sviluppavano, perché allora era la stessa applicazione della carta costituzionale che diveniva oggetto di rivendicazione, quando i contadini durante i cortei e le occupazioni di terre attaccavano sulle loro bandiere, a loro sostegno, gli articoli della Costituzione che più li riguardavano, come cito io stesso in diversi racconti del libro, o come ricorda ad esempio Danilo Dolci, che diede perfino un titolo di questo tipo ad uno dei suoi libri: Processo all’articolo 4.

Le donne, le donne! Sono state le donne a cominciare (la serata a Cupramontana)

Interessante incontro alla sala consiliare del Comune di Cupramontana, la scorsa domenica 11 marzo; ecco di seguito la scaletta del reading concerto che avevo già preparato nei giorni precedenti, e poi alcune foto della serata. 

Giornate di 8 marzo. Sto preparando la scaletta per le letture e il reading di domenica prossima, l’11 a Cupramontana. “Le donne, le donne! Sono state le donne a cominciare, le raccoglitrici di gelsomino nella piana di Milazzo, ad incrociare le braccia sin dal crepuscolo dell’alba…” scriveva lo scrittore siciliano Vincenzo Consolo in un brano dedicato a Pio La Torre, che cito nel racconto sulle lotte contadine in Sicilia, nello specifico nella zona di Corleone.

Le donne ebbero un ruolo primario nelle mobilitazioni di quegli anni, e molte furono le giovani dirigenti che si trovarono a guidare cortei immensi di contadini sulle terre da occupare. Alcune le cito direttamente, come Antonietta Profita o Concetta Mezzasalma, per quanto riguarda la Sicilia, dove forse ebbero una presenza e un protagonismo anche superiore a quello registrato in altre regioni, e che forse al tempo stesso è meno conosciuto.

Nei miei racconti le ho ritrovate ovunque le donne. Ad esempio, Soccorsa Mollica, Teresa Palladino, Antonietta Reale e le altre protagoniste della battaglia di San Severo di Foggia, durante le giornate del 23 marzo 1950 (quelle dello sciopero generale di 48 ore per quanto era accaduto a Lentella, in Abruzzo), quando molte donne furono arrestate insieme agli uomini. Molti bambini rimasti soli in casa furono ospitati per un periodo da altre famiglie contadine del centro e del nord, e un gruppo venne nella nostra regione ad Ancona, dove a organizzare l’accoglienza c’erano altre donne, come Derna Scandali e altre compagne dell’Udi. Sono i treni della felicità, raccontati nel libro di Gianni Rinaldi e nel film La pasta nera di Alessandro Piva, a cui noi abbiamo dedicato la canzone Corre il treno”.

Le ho ritrovate le donne a Montescaglioso, nel racconto del libro dedicato a Giuseppe Novello, il bracciante allora ucciso. Insieme a sua moglie Vincenza Castria è folto il gruppo di donne che animavano quel movimento bracciantile, e alcune le cito, come Marianna Menzano, Anna Avena, Nunzia Suglia. Anche i bambini di Montescaglio furono accolti per un periodo da famiglie contadine del centro nord, e di alcuni ho ritrovato in una cronaca locale su un giornale, quando arrivarono alla stazione di Pesaro nel maggio del ’50.

Un racconto intero del libro, e una canzone, è dedicato alla storia di Maria Margotti, di Argenta, che cadde vittima durante il grande sciopero dei braccianti del maggio ’49, mentre rientrava verso casa insieme a tutte le altre donne della zona, in giro dall’alba con le loro biciclette per andare a dissuadere i crumiri e convincerli a passare dalla loro parte. E fu una donna a scrivere il primo articolo commemorativo di Maria Margotti, dal quale ho ripreso l’invocazione che guida il mio racconto nel libro, “Su alzati Maria”: lo scrisse Renata Viganò, partigiana appena pochi anni prima, che davanti casa di Maria c’era passata durante i suoi trasferimenti dalla montagna ai nascondigli nelle paludi del Polesine, sulle quali scrisse anche un libro che divenne famoso e divenne un film: L’Agnese va a morire.

Le canzoni, furono un momento molto importante di coralità collettiva, e di rielaborazione dei lutti e delle durezze di quelle lotte. Soccorsa Mollica racconta che quella notte in carcere, il 23 marzo, rubarono un pezzo di gesso e con quello scrissero i versi di una canzone: Che giornata di coraggio. La stessa cosa la fecero le mondine di Argenta: nella canzone che anche noi oggi abbiamo dedicato a Maria Margotti, abbiamo citato il verso di una loro canzone che canta così delle donne del collettivo: “Quando passano loro passa la campagna, si sente l’odore della terra e del fieno.” 

Le donne le ho incontrate con facilità in ciascuno racconto, spesso alla testa dei cortei a sventolare le bandiere, come la Garibaldina di Lentella, oppure pronte a sdraiarsi a terra davanti ai camion della Celere che tentavano di portare via gli uomini che zappavano la terra durante le occupazioni, o negli scioperi a rovescio, nel mio libro ne racconto due,  quello realizzato a Lentella, in Abruzzo, per costruire una strada, e quello in Friuli per costruire un canale e bonificare le zone paludose del Cormor.  Sono tante le storie che ho trovato e poi citato nei racconti, che  ho solo l’imbarazzo della scelta per inserirne alcune nella scaletta del reading di domenica prossima.

(nella foto in alto, Antonietta Profita, dirigente comunista delle lotte a Castellana; di seguito alcune foto scattate alla sera, durante il reading concerto)

Alla Libreria Safarà, il 4 marzo


Libreria Safarà.
 4 marzo 2018. È da un po’ di tempo che ci mancava una libreria, il luogo giusto per condividere in mezzo ai libri e alle tante storie raccolte nei libri, anche le emozioni delle nostre storie, con gli amici incuriositi e venuti lì apposta per ascoltarle. “La memoria siamo noi in questa stanza” recita una strofa di Fragalà, la canzone dedicata alle vicende di Melissa: “la portiamo sempre addosso, sempre a rovistarci, non dovremmo mai farlo da soli”.
E dunque è importante farlo insieme, ed è anche piacevole condividere le storie di ieri e riscoprirne l’attualità, le assonanze, le suggestioni. Riscoprirne il sentimento, la parte sana delle intenzioni.
E anche i segreti e il non detto che ancora quelle storie contengono, che non sono poco e dobbiamo ancora finire di… o ricominciare a scoprire. “Sono storie che rischiano di perdersi, e solo la fantasia può mantenerle ancora vive” recita la strofa di un’altra canzone, quella dedicata allo sciopero a rovescio di Lentella, nel sud dell’Abruzzo, per costruire da soli una strada.

Un altro passo di questa canzone, tratto sempre dal racconto contenuto nel libro, commenta l’impatto eversivo di quello sciopero a rovescio, in questo modo: “No, non piace ai padroni quando le mani e le braccia sono come una testa che pensa”. Dove la parola padroni assume oggi significati ancora più ampi.

È un mondo intenso e vivo quello rievocato nel libro, ma non è un mondo bucolico o da ricordare con nostalgia proprio perché non esiste più, o da rimpiangere perché chissà quando o quanto vi stavano bene: “Soltanto oggi avverto con pienezza – scrivo nel libro nel primo racconto, autobiografico – il senso drammatico della frattura che quelle generazioni hanno vissuto, e non tanto per quel mondo che non c’è quasi più da nessuna parte, perché anche loro volevano cambiarlo per averne uno migliore. E se gli avessero dato retta, l’avremmo avuto davvero uno migliore. Direi piuttosto che la frattura riguarda il patrimonio di esperienze che hanno affrontato per ottenerlo, l’impegno che ci hanno messo, la vita senza arzigogoli di linguaggio ma direttamente. Un patrimonio enorme, che non si vede.”

È questo patrimonio, non solo delle lotte ma della vita tutta, che le lotte da sole non avrebbero senso, che cerchiamo di far rivivere, almeno un poco, con i racconti del libro e le canzoni alle stesse storie ispirate, e poter condividere questo all’interno di una libreria e in mezzo ai suoi scafali di libri in attesa di essere presi e letti, ha senza dubbio un valore ulteriore in più. Anche questa è una forma di resistenza contadina.

Una postilla: il 4 marzo, mentre eravamo raccolti in libreria a resistere, erano ancora in corso le elezioni politiche a conclusione della campagna elettorale più insulsa che abbia mai visto, tra rottamatori, cettola qualunque, ministri della paura e rottamati alla deriva, e ora mentre scrivo sono noti i risultati (quasi definitivi). La tentazione di volgersi e chiudersi con nostalgia al mondo di ieri, con la sua capacità di mobilitazione e di vivere la vita “senza arzigogoli di linguaggio ma direttamente” sembra forte, tanto ci fanno sembrare incerto e a tratti inquietante questo presente. Vale sempre lo stesso discorso: riscoprire e far rivivere il senso più sano di quel patrimonio di esperienze, che sono anche le nostre.