«La notizia si propaga come un fuoco» (Leonida Rèpaci)

“La notizia si propaga come un fuoco”, inizia così il racconto “Marcia dei braccianti di Melissa”, dello scrittore calabrese Leonida Rèpaci, di cui il 19 luglio ricorre il trentaduesimo anniversario della scomparsa.

Uno scrittore dalle parole come pennellate decise, capaci già al primo tocco di evocare un’intera scena, di farti sentire immediatamente dentro. È questa la sensazione immediata che provo quando lo leggo. La prima frase mi fa subito apparire tutta la scena e l’atmosfera del racconto e dello stesso atto del raccontare, come la convocazione di una comunità che si raccoglie attorno al narratore e questi, in mezzo a tutti, iniziasse il racconto aiutandosi con un bastone che punta deciso a terra, come a fissare un inizio certo, per incidere visibile e materico direttamente nella terra il punto da cui allargarsi, senza separarsi da esso. Non so perché ma lo immagino così, non come un testo scritto ma direttamente raccontato.

Ecco alcuni incipit di altri racconti: “Si chiamava Carmela, era di Sersàle. Suo padre, boscaiolo…”; “Cata appiccava il fuoco ai pagliai per la gioia di vedere le lingue della fiamma levarsi…”; “Il vecchio Lao malediva in cuor suo la superbia e la scapataggine, di cui s’era reso colpevole davanti a me”. E così via, qualsiasi racconto ti spalanca subito la sua storia, o la promessa di quella storia, perché se la storia ti accorgi di averla già davanti come se già  la conoscessi, di essa ancora non sai nulla e per saperlo devi riviverla seguendola da dentro.

La storia di Melissa e della marcia dei braccianti verso il feudo di Fragalà invece ci sembra già di conoscerla, perché ne sappiamo l’esito, eppure anche qui l’incipit del racconto proposto da Leonida Rèpaci ci avverte già dalla prima riga che anche in quella storia noi dobbiamo entrarci dentro per conoscerla davvero.  È stata questa la sensazione che ho avuto quando iniziai a leggere per la prima volta questo racconto, che mi ha fornito le immagini o la visione di riferimento quando ho tentato di affrontare anch’io il racconto di questa vicenda, e ogni mio tentativo di descrivere, riportare, ricostruire mi sembrava inadeguato e piatto, lontano dalla consistenza che intuivo. Forse anche per questo ad un certo punto ho cercato la soluzione alla mia difficoltà di un narrare adeguato citando direttamente il racconto di Rèpaci, e poi spostando radicalmente la lingua della narrazione scegliendo di utilizzare esclusivamente la forma del dialogo, un dialogo corale, di tante voci, per descrivere l’epopea di questo paese che si muove tutto insieme in blocco. Ho cercato di non essere io il narratore, tentando di far sì che i narratori fossero gli stessi protagonisti, dialogando in coro tra loro, in una moltitudine di voci che dilaga sulle terre. Le immagini evocate da Rèpaci con le sue parole sono state lì a guidarmi. Ad un certo punto cito anche i primi due versi della sua poesia “L’albero del bracciante umiliato”: “Arburu picciriddhu ti chiantai / cu la speranza mi cogghiu lu fruttu”. Nella mia finzione narrativa mi sono preso la libertà di trasformarla in una canzone d’amore perché in fin dei conti quella poesia è davvero un atto d’amore, seppure amaro, per quella terra e quella vita così dure. Nella mia finzione l’ho resa direttamente una canzone d’amore che ad un certo punto, durante la marcia, intona Angelina Mauro, che poi verrà ferita a morte durante l’intervento delle forze dell’ordine. Un esito amaro.

Il racconto di Melissa, che ho intitolato “La semina delle fave” è uno di quelli che mi capita più spesso di leggere. Di seguito ecco il testo intero della poesia di Leonida Rèpaci “L’albero del bracciante umiliato”, nell’originale calabrese e nella traduzione italiana:

Arburu picciriddhu ti chiantai
cu la speranza mi cogghiu lu fruttu
cu na zappuddha d’oru ti zappai
sempri t’imbivarai cu chiantu ‘rruttu.
Poi passau unu, non ti vitti mai
stendiu la manu e si cogghiu tuttu.
E jeu l’amariceddhu mia restai
la ucca amara cu lu denti asciuttu.

Albero piccolissimo ti piantai
con la speranza di cogliere il frutto
con una vanga d’oro ti zappai
sempre ti abbeverai con muto pianto.
Poi passò uno, non ti vide mai
stese la mano e raccolse tutto
Ed io povera me restai
con la bocca amara e con il dente asciutto.

Ho avuto occasione di ascoltare su youtube l’interpretazione del racconto di Rèpaci  in lettura e musica eseguita dal gruppo teatrale RRACINA R’A CINA. Per ciò che mi riguarda ho avuto occasione di recitare una parte del dialogo da me realizzato con gli amici di ArciVoce in un teatro della nostra zona, all’interno di un più ampio reading. A Melissa è dedicata anche FRAGALÀ, una delle canzoni tratte da L’erba dagli zoccoli, composte insieme a Silvano Staffolani.

(Nella foto Leonida Rèpaci insieme a Pier Paolo Pasolini; dal sito Mmasciata)

L’intensità della leggerezza (la serata alla Biblioteca La Fornace)

Ieri giovedì 13 luglio eravamo alla Biblioteca La Fornace, un luogo di lavoro diventato un riferimento di cultura. Già il reading della sera prima ai giardini di Palazzo Mordini di  Castelfidardo mi aveva stuzzicato una riflessione sulla “cultura e il territorio” e sui “luoghi e non luoghi” di Marc Augé, e anche qui il luogo c’è, con la sua storia e il suo presente.

Prima di iniziare, e dopo aver già curiosato al piano superiore nella parte della biblioteca vera e propria, dove si tengono anche le serate e gli incontri di lettura o di musica, abbiamo visitato la parte sotterranea, dove era il cuore della fornace, il lungo corridoio ovale di circa 80 metri, un anello attorno al forno in cui venivano cotti i mattoni a 800 o 900 gradi di temperatura (e dove oggi vengono esposte mostre). Da lì si innalza il camino che svetta verso il cielo ed è visibile da lontano per chi cerca la biblioteca, come un tempo era visibile a chi nelle campagne attorno o nel paese poco più in là, in quel forno ci andava a lavorare, e non era certo una passeggiata. C’erano molte fornaci nel nostro territorio a quel tempo, anche di altre sono visibili, ristrutturati, i resti delle ciminiere sopravvissute al tempo, questa qui però è una delle poche ristrutturata interamente, e poi dedicata ai libri e a tante e diverse iniziative culturali e sociali a cui partecipano diverse associazioni.

Chi entra qui si sente a proprio agio fin dalla prima volta, e avverte d’essere entrato come in una specie di ventre, un accogliente e ampio contenitore che ti avvolge in un’atmosfera intensa e leggera, ti fa avvertire la leggerezza dei libri. Nulla di veramente antico, e di affascinante per altri versi come si può respirare nelle biblioteche ospitate in palazzi che risalgono ai secoli passati; qui siamo in un’epoca molto più vicina a noi, che risale quasi a ieri, a un mondo di cui ancora possiamo avvertire l’eco e il ricordo diretto. La Fornace è un pezzo del nostro Novecento, era nel pieno della sua attività quando vivevano, subito dopo la guerra, le storie che racconto nel mio libro, e certamente molte delle persone che qui hanno lavorato, appena uscivano andavano ad aiutare il resto della famiglia nelle fatiche dei campi. La Fornace ha cessato le attività solo negli anni Settanta, e quindi sono molti nel paese quelli che ne hanno un ricordo vivo. Poi, dopo un periodo di abbandono e degrado, fortunatamente è stato possibile recuperarla e restituirla alla comunità.

È sempre un piacere trovarsi qui. La data scelta per il reading forse si è rivelata non proprio adatta, non eravamo in molti ma l’attenzione e la partecipazione dei presenti è stata ugualmente e come sempre lo stimolo che ci ha accompagnato durante la lettura dei brani e  le canzoni, tra le quali c’era anche quella dedicata a Maria Margotti, anche lei nel suo paese, Filo d’Argenta, ad alternarsi in quegli stessi anni tra il lavoro saltuario nei campi o nelle risaie all’altro in una fornace di mattoni: la sua mansione era di trasportare mattoni avanti e indietro con una carriola, tutto il giorno.

Letture e canzoni, nel nostro reading, che parlano di fatiche, e dunque in che modo raccontarle? È stato questo uno dei temi sui quali poi abbiamo chiacchierato, a lungo e insieme: come è nato il linguaggio usato nella narrazione, come sono nate le canzoni, la musica e le parole che vogliono ridare vita a queste storie? Certe volte, fuori dal contesto del reading concerto, lontano quindi dalle letture e dalle canzoni e parlandone soltanto, avverto un po’ di difficoltà nello spiegarlo e in chi mi ascolta come un piccolo distacco, uno scarto, come se far riaffiorare queste storie possa significare un insistere su tristezze e malinconie che si vogliono evitare nel modo di fruire oggi la cultura – “la cultura è diventata un’arma di distrazione di massa” diceva Goffredo Fofi in un’intervista di qualche tempo fa – oppure potrebbe essere scambiato per un rassegnato piangersi addosso. Secondo me sarebbe una definitiva emarginazione il piangersi addosso. Sono stato sempre convinto che ci voglia la giusta leggerezza e anche ironia per valorizzare il patrimonio di esperienze di chi ci ha preceduto, delle fatiche e delle difficoltà, come Sisifo condannato a spingere il suo masso in montagna ma in quello spingere è capace di metterci dentro tutto il senso di cui c’è bisogno, ed è quello che dobbiamo raccogliere, e allora la leggerezza mi appare come la dimensione più adeguata per sottolinearne con rispetto il valore. Ieri sera, nel parlarne, mi sono appoggiato a Carlo Levi e a Rocco Scotellaro, molto presenti nei racconti del libro.

(La serata è stata promossa con la collaborazione di Anpi Mediavallesina, Arci Jesi Fabriano e Libera Jesi. Grazie per le foto a Anahita H. Dowlatabadi)

 

 

La cultura è il territorio

La cultura è il territorio. È questo il filo conduttore che scorre tra le diverse serate delle Conversazioni in Giardino in corso a Castelfidardo, una serie di appuntamenti che coprono tutti i mercoledì del mese di luglio. Noi ci siamo inseriti al secondo incontro, adeguatamente introdotti da Eugenio Paoloni e Daniele Carlini al tema da loro già avviato con il primo incontro e proseguito insieme ieri sera.
La cultura è il territorio, potrebbe essere scambiata per una frase banale ma non è banale per nulla, potrebbe essere smentita ad esempio da una certa deriva in atto da qualche tempo, e non solo e non tanto per la crescente presenza o invadenza del cosiddetto virtuale,  che  potrebbe essere definita deterritorializzazione della cultura… è già brutta da sola la parola. Marc Augé parlava di non luoghi, per definire tutti quegli spazi non intessuti da relazioni umane, senza sentimento direi io, come ad esempio possono essere i centri commerciali, o le sale d’aspetto delle stazioni o l’interno dei vagoni di oggi che hanno smesso di essere luoghi di incontro, o perfino gli stessi luoghi che dovrebbero essere adibiti all’accoglienza, ad esempio i luoghi di detenzione per richiedenti asilo dove fanno fatica ad essere accolte le relazioni umane, e così via.
Eppure, eppure mi viene ad esempio in mente un palazzo affacciato su uno dei ponti di Mostar alla fine della guerra in Bosnia, un rudere quasi completamente sgretolato e grigio e con tutte le finestre sfondate… eppure in un angolo su in alto il vuoto di una finestra era stato tappato da un telo di plastica e su quello che restava del davanzale c’era una piccola coccia con dei fiori, unica macchia di colore, quasi una pennellata, che riprendeva ostinata a spargere un po’ di vita attorno.
Non c’è nulla di banale, dunque, ma forse mi sto allontanando troppo dai temi di ieri sera. Il territorio in questo caso siamo noi e lo abbiamo dentro di noi, sono le memorie di cui siamo intessuti, sono le storie che continuano a orientarci anche quando non le ricordiamo come dovremmo, e dunque è meglio ricordarle, condividerle, siamo noi nei luoghi che viviamo e che contengono le storie e il segno che hanno lasciato e che possiamo riprendere, condividere e proseguire. Conoscere e vivere questa trama che è il territorio. Il nostro reading è stato preceduto dall’organetto di Alessandro Governatori, che ha proposto magistralmente un saltarello, che detto così può anche apparire banale come un qualunque tocco di folclore, e invece è una musica che sembra vivere da sempre dentro questo territorio e le cui origini sconfinano nei miti del nostro entroterra. Miti che ci voleva una serie di sconvolgenti terremoti per riportare un po’ all’attenzione.
Mi accorgo di avere già usato nelle righe precedenti le parole filo, tessuto, trama, intessere. Non è un caso. Sono più di una metafora. Il prossimo appuntamento di questa rassegna sarà dedicato proprio alla tessitura delle cotonine a Castelfidardo nell’800, e proprio ieri sera, in una sala affacciata sullo stesso cortile erano in attività due vecchi telai, di quelli che un tempo erano presenti in ogni casa delle nostre campagne, a predisporre l’ordito e intrecciare il filo per creare trame, tessuti. Quando i mestieri non erano parcellizzati, spezzati e impoveriti, e le mani e l’occhio condividevano l’immaginazione e il senso. Una volta, dedicando un racconto a mia madre l’ho intitolato L’ape e l’architetto, lei al posto del telaio usava l’uncinetto.
Non sto dipingendo astratti quadri di un passato idilliaco. C’era la fatica dentro, era questa a dare una più concreta consistenza all’ordito, e spesso ce n’era troppa di fatica, così tanta da non riuscire a resistergli. Ricordavamo, chiacchierando ieri sera davanti al telaio dopo che il nostro reading era terminato, che spesso quello era un lavoro notturno, da sera tardi, dopo una giornata intera a zappare o falciare sui campi o a seguire tutti gli altri lavori che c’erano da fare. E spesso la stessa parola lavoro non era quella più adatta, spesso nemmeno veniva usata , il linguaggio che si parlava era capace di usare molte altre espressioni più adeguate alla fatica che c’era incorporata dentro, o anche alle relazioni sociali e gerarchiche. In tanti contratti di mezzadria, ad esempio, erano descritte delle vere e proprie courvèe.
Il cambiamento era necessario, lo chiedevano i contadini stessi, ci lottavano, e non era affatto banale lottare in quelle condizioni, ma forse bisognava anche gestirlo in altri modi questo cambiamento, che sì, si è accompagnato a quello che si chiama progresso, ma per dirlo con un eufemismo non è che funzioni proprio tutto così bene. Il nostro reading, con le sue canzoni e le letture tratte dalle storie narrate nel libro, è dedicato in modo più specifico proprio a questi momenti di lotta e alla passione che c’era dentro. Uno dei brani che ho letto ieri sera, dedicato alla storia di Maria Margotti, si concludeva con queste parole: “Eravamo compatte, allora. Se potevi ti difendevi con la lingua. La vita non è stata facile, però siamo state anche bene insieme, perché ci volevamo bene.” E non è una frase inventata da me ma una citazione, da un’intervista ad una delle protagoniste di allora.

(Grazie per le foto a Daniele Carlini)

Un po’ di rassegna stampa

Alcuni articoli usciti negli ultimi giorni su alcuni giornali online, i prime due riguardano la serata allo Spazio Autogestito Arvultura di giovedì 6 luglio, pubblicati nell’ordine su Vivere Senigallia e Senigallia Notizie;  il secondo è stato pubblicato su CentroPagina di Jesi, in promozione della serata alla Biblioteca la Fornace di Moie in programma per giovedì 13 luglio; il quarto pubblicato su il Corriere del Conero, in promozione della serata di mercoledì 12 luglio a Castelfidardo.

La terra e il cielo (serata all’Arvultùra)

Ieri sera giovedì 6 luglio nuova serata in reading concerto allo Spazio Autogestito Arvultùra di Senigallia, organizzata dal mercato Bio Mezza Campagna, una rete di produttori bio che di solito s’incontrano qui il sabato mattina per proporre i loro prodotti, e a fianco c’è anche lo spazio della libreria del centro, attiva da un paio di anni.  la cultura è coltura, o viceversa?

Ieri sera era una situazione culturale conviviale, per raccontare, cantare e condividere le storie dei contadini di ieri e al tempo stesso condividere i prodotti dei nuovi contadini di oggi, quelli che dalla terra non se ne sono andati, oppure vi sono ritornati dopo la pausa di qualcuna delle nostre ultime generazioni, espulse o fuggite dalle campagne soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta a causa delle difficili condizioni di vita in cui erano state costrette. E chi vi è restato, o vi ritorna, naturalmente cerca oggi nuovi forme di agricoltura e di rapporto con la terra e con il cibo, per nulla scontato e sempre incalzato da diverse logiche di mercato, continuando così  anche oggi le proprie battaglie, in altre forme.

Un rapporto e un lavoro che impegna quello con la terra, non solo come quantità di lavoro ma anche come relazione, e come identità. E alla fine credo che l’identità abbia a che fare più che con la terra, con l’altra dimensione che è il cielo. Nel primo racconto del libro, che non leggo mai nei reading perché è quello autobiografico e introduttivo, nel quale parto dalla mia infanzia, ad un certo punto mi esce fuori questa frase: «Ricordo anche lo zappare nei campi, per me un gioco: che le schiene dei contadini curvi a terra reggessero da sole il peso del cielo, anche questo l’ho capito dopo. Il cielo a me sembrava leggero, e senza fine, mi ci perdevo, di giorno e di notte.» Sì, credo che l’identità abbia a che fare sia con la terra che con il cielo, in un intreccio complesso di significati.

Presentare il libro e le storie delle lotte contadine del dopoguerra in reading concerto è sempre un’esperienza coinvolgente, per me che leggo e per Silvano che si alterna con le canzoni. Oramai sono venti o trenta le serate che abbiamo accumulato insieme ma risulta sempre estremamente piacevole questa condivisione con chi ci segue, partecipa, qualche volta si commuove e sempre ci incoraggia in questo percorso. Abbiamo aperto con la canzone Sogni alla deriva, dedicata ai migranti di ieri – i nostri contadini espulsi dalle terre – e ai migranti di oggi, e in particolare a Emmanuel, a cui proprio la sera precedente era stata dedicata a fermo la manifestazione contro il razzismo organizzata dal Comitato 5 luglio.

Abbiamo poi proseguito con lettura di brani dal  racconto dedicato alle lotte mezzadrili nella regione, alla bracciante Maria Margotti di Argenta, ai contadini calabresi di Melissa,  siciliani di Bisacquino e lucani di Montescaglioso, impegnati nelle lotte contro i latifondi.
In chiusura abbiamo ricordato i treni della felicità, con la canzone Corre il treno, dedicata alla grande azione di solidarietà e di accoglienza presso tante famiglie contadine del centro e nord Italia dei bambini figli di braccianti, quando questi subivano la repressione e finivano in galera, oppure anche vittime, come a Calabricata, Melissa, Montescaglioso, Torremaggiore, San Severo e altri ancora. Una grande operazione di solidarietà e accoglienza, dal basso, di cui sono state capaci le generazioni che ci hanno preceduto.

Il filo dei dettagli che unisce la Storia (l’eccidio del Musone)

Il filo dei dettagli che unisce la storia. Questo titolo l’ho già usato due anni fa, in occasione dell’anniversario dell’eccidio del Musone, vicino Jesi, quando partecipai insieme alla Staffetta della Memoria e altri ciclisti della zona a una giornata dedicata alla memoria, e notai un particolare a cui non avevo prestato ancora attenzione.
In una delle lapidi, quella esposta a Staffolo, (perché l’eccidio, ad opera di un unico reparto tedesco, avvenne in quattro tappe tra Apiro, Cingoli, Staffolo e Filottrano, a cavallo tra le province di Ancona e Macerata, tra il 29 e il 30 giugno ’44, con un totale di 26 vittime, di cui 16 civili, 9 prigionieri di guerra e un sacerdote), notai la diversa provenienza di quei ragazzi. Venivano tutti di fuori, da zone diverse, mescolati come tutti in Italia in quel periodo di rivolgimenti. Alcuni dal resto della regione, Osimo, Pesaro, Tolentino, ma anche da Cerreto e addirittura da Visso, la Visso oggi terremotata. Vidi anche il nome di un ragazzo di 19 anni che veniva da Stradella di Pavia; infine mi colpì, più di tutti, Antonio Alesci, 25 anni, di Bisacquino, provincia di Palermo.

Mi colpì per una… chiamiamola coincidenza. Bisacquino è un paese della zona di Corleone, certamente più famoso per cronache di mafia ma ricco anche di altre storie più positive ma meno conosciute, perché che nel dopoguerra fu al centro, come tante altre terre del Sud, di imponenti lotte per la terra. Quella di Bisacquino, in particolare, è tra le lotte a cui nel mio libro L’erba dagli zoccoli dedico uno dei racconti, con il titolo “Santa Maria del Bosco”, il nome del feudo dove nel marzo 1950 si diressero migliaia di contadini guidati da Pio La Torre, che quel giorno, il 1o marzo, fu arrestato durante le cariche delle forze dell’ordine, mentre rientravano in paese a riporre gli attrezzi. Le accuse erano false ma restò un anno e mezzo all’Ucciardone. Pio La Torre era andato a sostituire Placido Rizzotto alla Camera del Lavoro di Corleone, ucciso dalla mafia esattamente due anni prima di quell’arresto, il 10 marzo 1948, ma allora non si sapeva bene, il corpo di Rizzotto non era stato ancora ritrovato.

Placido Rizzotto era stato partigiano in Carnia, nel Friuli, nella Brigata Matteotti, e quando era tornato in Sicilia i contadini l’avevano chiamato il Vento del Nord, perché non era più lo stesso ragazzino senza esperienza della vita di quando era partito. E presto, quegli stessi contadini, prima con lui e poi con Pio La Torre, sfidando la repressione, divennero loro il Vento del Sud. Fu così per tanti di quei ragazzi sbattuti per il mondo o saliti in montagna durante la Resistenza, quando riuscirono a tornare a casa: ottenuta la “democrazia scritta sulla carta” ora toccava farla applicare nella vita di tutti i giorni. Oltre al racconto che ho inserito nel libro, a Rizzotto La Torre ai contadini di Bisacquino e alle tante dirigenti donne di quel movimento contadino, ho dedicato anche – insieme al musicista Silvano Staffolani – una canzone, che abbiamo intitolato proprio “Il vento del Nord.”

Bisacquino. Lo stesso paese di cui leggevo il nome su quella lapide a Staffolo. Un piccolo paese. Solo un piccolo dettaglio in mezzo a storie ed eventi più grandi di tutti noi, ma furono tanti i piccoli paesi che entrarono dentro la Storia in quel momento, e negli anni seguenti. Un piccolo dettaglio che ci unisce ancora oggi e ci aiuta a comprendere la dimensione umana e più complessa delle relazioni sociali e dei mondi che ci sono dietro alle storie vissute, e agli avvenimenti che accadono non certo per caso, storie che talvolta ascoltiamo senza prestare la dovuta attenzione. Il filo dei dettagli che unisce la storia.

Per approfondire l’eccidio del Musone, si possono consultare la scheda di Patrizia Rosini e Gian Luca Tesei sul sito stragi naziste e un articolo sul sito dell’Istituto di Storia del Novecento, Ism900.

Le lotte contadine, dedicate a Emmanuel

“Monte San Giusto, città del sorriso”, ci accoglie così il blog del Comune “Visit Monte San Giusto”, invitandoci a scorrere le sue pagine per invogliarci a visitare direttamente il paese, e non è difficile lasciarsi convincere, basta scorrere ad esempio la pagina monumenti per rendersi conto delle tante opportunità a disposizione del visitatore attento, a iniziare dalla chiesa di Santa Maria della Pietà, dove è custodito uno dei principali capolavori del nostro Rinascimento, La crocifissione di Lorenzo Lotto. Ma questa è soltanto l’opera più conosciuta e apprezzata in tutto il mondo, ci sono anche molte atre cose da ammirare, altrettanto belle, come i “Disegni dal ‘500 al ‘700” della Collezione Maggiori, esposti a Palazzo Bonafede e che poi ieri, in chiusura della nostra serata, abbiamo potuto visitare guidati dal gentilissimo Lorenzo Chiacchiera, consigliere comunale con deleghe alla Cultura e ai Beni Culturali.

Noi ieri sera eravamo proprio nel cortile di Palazzo Bonafede, uno dei più belli della regione – “Nè da Napoli a Roma, nè da Roma a Bologna si vedeva altro Palazzo maggiore, levato però quello meraviglioso del Duca di Urbino” scriveva Monaldo Leopardi –, una cornice davvero splendida per noi, e un’acustica simile a quella di un teatro, che ci ha permesso di eseguire le nostre letture e canzoni senza bisogno di microfoni, con un senso di vicinanza ancora maggiore con le persone che ci hanno seguito. Una cornice illustre, quella giusta, per accogliere le nostre storie di contadini, ricollocarle al centro, farne rivivere la voce, l’eco delle vite e delle nostre storie, di ciò che siamo oggi.

Abbiamo voluto iniziare la nostra serata con la canzone Sogni alla deriva, dedicata ai migranti di ieri e di oggi presenti nei racconti del libro, che in questa occasione abbiamo voluto dedicare a Emmanuel Chidi Nnamd, per ricordare che tra pochi giorni, il 5 luglio, è l’anniversario della sua uccisione e a Fermo, che dista da qui pochi chilometri, il “Comitato 5 luglio” organizza una manifestazione per dire no al razzismo, alla xenofobia e alle discriminazioni. Non potevamo iniziare diversamente in una serata dedicata alle memorie, perché le memorie di ieri hanno davvero un senso e restano vive quando riescono a non farci dimenticare le storie che accadono oggi.

Queste serate di letture e canzoni con L’erba dagli zoccoli sono sempre dense di sentimenti molteplici ma solo in apparenza contrastanti, in realtà dimensioni diverse che concorrono insieme a formarci, un po’ come il filo rosso capace di legare insieme la messa in scena del dramma universale della passione, nella pala del Lotto, al dramma individuale di Emmanuel che abbiamo voluto ricordare, dal piacere di poter condividere tra noi storie importanti alla sensazione di una caparbia resilienza che torna sempre ad animarci: “La memoria quando ti colpisce non puoi trattenerla, con gli altri tu devi dividerla se vuoi usarne la forza” recita la canzone Fragalà, che Silvano Staffolani ha fatto ascoltare ieri sera dopo la mia lettura del brano sulle occupazioni di terre dei contadini di Melissa: “La memoria siamo noi in questa stanza, Ce la portiamo dentro, Ogni giorno a rovistarci, Non dovremmo mai farlo da soli.”

Soddisfazione per la densa serata, di buon augurio anche per gli altri appuntamenti di questa rassegna “I giovedì letterari di Palazzo Bonafede”.

 

 

“La civiltà contadina come racconto” (Aldo Borgonzoni)

«Io sono nato povero, Beh, che differenza c’è tra un bambino ricco e un bambino povero? C’è una differenza, che io amavo e facevo a volte delle cose che facevano i ricchi. I ricchi avevano i giochi e io i giochi non li avevo perché ero povero. Io me li facevo. Il primo gioco importante che ho trovato nella mia vita sono stati i sassi. I sassi bagnati luccicavano e diventavano delle immagini perché sceglievo non quelli lisci ma quelli che mi facevano pensare a dei draghi a degli animali….» racconta di sé il pittore Aldo Borgonzoni, nato a Medicina nel 1923 e scomparso a 91 anni nel 2004. Domani 12 giugno è l’anniversario della nascita.
Ho incontrato i lavori di questo pittore durante la ricerca e la scrittura del mio libro, i suoi quadri dedicati alla vita e alle lotte dei contadini e ispirati dalla sua passione civile.  Molti sono i ritratti di mondine al lavoro e di braccianti, e di momenti importanti e anche tragici come la morte di Maria Margotti o il massacro di Monte Sole, per gli anni della guerra, ma anche i paesaggi della sua terra, e i ritratti, sempre immersi nella vita, a coglierne e restituirne il senso. In alcune fotografie lo si vede come un reporter con la tela e i pennelli direttamente in mezzo ai contadini della sua terra nel vivo di qualche sciopero.
Dice ancora di sè Aldo Borgonzoni, in un’altra intervista: “Io non ho elaborato un volto nobile oppure cittadino. Io sono rimasto, anche a Bologna, il pittore della comunità contadina.”  http://www.aldoborgonzoni.com/index.php
http://www.centenarioaldoborgonzoni.it/

 

 

 

Corre il treno (i treni della felicità)

Corre il treno, storia di una canzone che non è riferita ad uno specifico racconto del libro, ma è trasversale a più storie, come nel racconto “Il curandero” ambientato nelle Marche, con i bambini che arrivano da Montescaglioso mentre altri bambini di San Severo erano stati ospitati ad Ancona:
« “È da qui che avevo iniziato,” si avviò a concludere il venditore di ovi, “dal mio arresto a Fano l’8 febbraio del ‘50. Mi fanno uscire dal carcere di Fossombrone il mese dopo e vado a Pesaro per firmare delle carte in Tribunale. Prima però passo da casa e riempio la borsa di ovi e altre cose perché arrivano i bambini di Montescaglioso, quelli con le famiglie in galera: pure le donne avevano arrestato, prima di Natale, e ora stavano già occupando di nuovo le terre. Ci si aiutava, era così in tutta Italia.”
“Ad Ancona ospitarono i bambini di San Severo” aggiunse il compare.
“Uno dei bambini arrivati a Pesaro venne da noi. Oggi ha trent’anni. Lo scorso anno giù da lui ha organizzato l’occupazione delle terre della bonifica, vicino Matera…”
“Ancora oggi accade?” lo interruppe incredulo il ragazzo.
“Lo incriminarono pure, e gli toccò scappare per non finire in galera come il padre…..»

Ad Ancona una delle organizzatrici dell’accoglienza era stata la partigiana Derna Scandali. Anche negli altri racconti del libro, tra le storie di scioperi e occupazioni di terre inserisco accenni a questi bambini in viaggio, e così ecco i figli di Margherita Clesceri, vittima di Portella della Ginestra, e di Giuditta Levato, vittima di Calabricata, che si incontrano nella comunità che li ospita e nella quale uno degli animatori era il poeta Gianni Rodari; oppure l’altro figlio di Giuditta Levato che a Livorno era stato ospitato dal comandante Ilio Barontini.
Nel mio libro ci sono diversi accenni a questi bambini, tra il racconto di un’occupazione di terre e l’altra; a chi vuole approfondire consiglio il libro di Giovanni RinaldiI treni della felicità, e il film di Alessandro Piva, La pasta nera; si tratta di storie di una grande solidarietà e purtroppo dimenticate, nell’Italia del dopoguerra, in aiuto ai bambini rimasti senza casa o senza qualcuno dei genitori, prima a causa dei bombardamenti durante la guerra e poi per la repressione che spesso subivano i contadini in lotta, ed ecco il perché quei paesi si chiamano San Severo di Foggia, Montescaglioso, Calabricata, Piana degli Albanesi e così via. Si stima che in questi anni furono circa 70 mila i bambini ospitati per un periodo da altre famiglie del Centro e del Nord, spesso anche loro contadine e alle prese con i loro problemi, ma solidali.
La canzone Corre il treno è dedicata a tutti loro, bambini e famiglie, un contributo a non dimenticare queste storie importanti del nostro paese.
(la foto è un fotogramma del film La pasta nera)

Corre il treno
testo di Tullio Bugari, musica e voce Silvano Staffolani

Ci dicono
Non mandate i bambini dai comunisti
Li mangiano
Calabricata, Melissa, Torremaggiore
Montescaglioso, San Severo
A San Severo successe una rruina
La polizia spara spara
Spara tutto il giorno
A migliaia i bossoli a terra
A decine le madri, le madri in galera
Come i padri ma in celle diverse
E i figli soli a piangere la fame
Che si è annidata in casa
Corre il treno corre verso nord
Corre lungo il mare
Il mare che sbatte sotto al cielo
‘u mère ca sbatte sotte a ’u ciele
Corre si fa per dire
Arranca ma soddisfatto
Corre il treno sotto il cielo
Con il carico di bambini
Ci dicono
Non mandate i bambini dai comunisti
Li mangiano
Ad Ancona Derna e le sue compagne
A Livorno il comandante Ilio
Al villaggio Cagnola il poeta Gianni
Inventa insieme a loro
Una fabbrica di storie
I figli di Giuditta e di Margherita
Intrecciano qui nuove trame
Intrecciano qui le loro vite
Intrecciano qui nuove trame
Intrecciano qui le loro vite
Corre il treno corre verso nord
Corre lungo il mare
Il mare che sbatte sotto al cielo
‘u mère ca sbatte sotte a ’u ciele
Corre si far per dire
Arranca ma soddisfatto
Corre il treno sotto il cielo
Con il carico di bambini
C’è chi resta per sempre
E chi ritorna a casa
Ma poi si fa grande e riparte
Corre il treno corre verso nord
Corre lungo il mare
Il mare che sbatte sotto al cielo
‘u mère ca sbatte sotte a ’u ciele
Corre si far per dire
Arranca ma soddisfatto
Corre il treno sotto il cielo
Con il carico di bambini