L’umanità che fa bene

Antirazzista per Costituzione, avevo scritto sabato sera in un post di promozione, prendendo spunto dalla maglietta sul banchetto dell’Arci accanto al libro L’erba dagli zoccoli, al XX° Festival della Cultura Multietnica di Fabriano, mentre nel tavolo a fianco si stavano raccogliendo firme per la campagna “Ero straniero, l’umanità che fa bene”. Così ieri sera, domenica, il reading concerto – sempre accompagnato da Silvano Staffolani –  l’ho aperto con un frammento di una poesia di Ignazio Buttitta che nel libro è citato in esergo al racconto sullo sciopero a rovescio di Lentella.

Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbano a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.

Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d’iddi.
Mi n’addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialetto
ca perdi na corda lu jornu.

Mi sembrava la più appropriata, non saprei aggiungere altro.  E poi è seguita la canzone Sogni alla deriva, dedicata ai migranti di ieri e di oggi. Nel bailamme dei crescenti razzismi odierni, così pare,  c’è chi si strappa le vesti al paragone tra i nostri migranti di ieri e i tanti migranti di oggi, io invece non riesco a non vederli dentro il ripetersi di una comune storia, e non tanto o non solo per la condizione di disagio ma prima di questo per la tenacia e la lotta, e lotta non in senso retorico ma reale.

Nel libro, infatti, cito lo sciopero dei braccianti africani di Nardò del 2011, di cui ho conosciuto la storia mentre cercavo le storie dei braccianti che per due capodanni di seguito, alla fine del ’49 e alla fine del ’50 occuparono le terre d’Arneo; lo sciopero dei raccoglitori di cocomeri raccontato da Yvan Sagnet nel libro “Sulla pelle viva”, da cui poi si sviluppò quel movimento da cui nacque nel 2016 la legge contro il caporalato. Legge che naturalmente vale per tutti, purché si riesca ad applicarla bene. Dietro ogni legge c’è sempre una lotta, ricordo spesso nelle discussioni con chi segue il nostro reading concerto, ricordando ad esempio le leggi di (quasi) riforma agraria che ci furono nel 1950: non regali dall’alto ma conquiste dal basso, strappate con la tenacia di lotte che costarono sacrifici e anche lutti.

È una dinamica sociale chiara, gli esempi sarebbero tanti, ma si tende sempre ad occultarla o dimenticarla: che ci sia qualche interesse nel farlo? Ma che vado a pensare! Oppure la si annacqua in una visione di rassegnazione pietistica, come se l’accettazione di una condizione di svantaggio fosse congenita in chi lo subisce.

Poi il reading concerto ha proseguito con letture e canzoni, ricordando Melissa, per i tragici fatti dell’ottobre ’49 ma anche perché qualche anno prima fu in questo paese che inventarono lo sciopero a rovescio poi imitato in tutta Italia, passando anche per il friulano Cormor (ebbi occasione di leggere uno accanto all’altro dei brani sulle occupazioni di Melissa e sullo sciopero a rovescio del Cormor, lo scorso anno sulla diga del Vajont, a Erto), oppure per il paese di Lentella tra Abruzzo e Molise, di cui ieri è stata proposta la canzone. E poi tanti altri importanti episodi di questa storia dai mille e variegati episodi – e anche lingue, mi piace inserire nelle letture frasi dei più vari dialetti o lingue d’Italia – ma che è una storia unica e che torniamo a raccontare e cantare volentieri ogni volta che c’è l’occasione per farlo.

Ieri sera abbiamo concluso con la canzone Corre il treno, dedicata a quel grande movimento di solidarietà chiamato I treni della felicità.

 

 

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La festa delle liberazioni

Arcevia, festa delle liberazioni. Arcevia è uno dei comuni della nostra regione con maggiore estensione di superficie e numero di frazioni, e ogni frazione è in realtà un vero e proprio paese, e la stessa liberazione nell’agosto del ’44 impiegò una settimana, dal 5 in cui fu liberato il centro vero e proprio di Arcevia al 12 quando fu liberata l’ultima frazione più a nord, al confine con la provincia di Pesaro.

La Storia quando entra nei suoi dettagli e nelle sue innumerevoli contrade si articola in tante storie, specificità, episodi. Il più incisivo che siamo abituati ad associare ad Arcevia è l’eccidio ai primi di maggio del ’44 a Monte Sant’Angelo dei tanti partigiani lì sorpresi e dell’intera famiglia Mazzarini, mezzadri su quel monte. Il fronte di guerra in agosto – tre mesi dopo l’eccidio – si stava attestando sulla Linea Gotica e da lì a poco più di un mese sarebbe iniziata anche quella battaglia, mentre nelle zone liberate riprendeva la vita sociale, la ricostruzione del paese e la ricomposizione di tanti equilibri spezzati.

I primi congressi dei mezzadri delle regioni del Centro Italia si tennero già in quei mesi del ’44. Per questo il sottotitolo del libro è “L’altra Resistenza”, quella sociale, che prosegue direttamente dall’altra senza interruzioni, perché i problemi erano rimasti soffocati per tanti anni e la voglia di cambiare era grande e amplificata ancora di più dalle esperienze vissute in quei momenti: “La guerra ci aveva sparpagliati per il mondo: soldati, al confino, nei campi di lavoro, partigiani in montagna, dovunque avevamo conosciuto persone, ascoltato e imparato cose come a scuola. Altri ci scrivevano dall’America…” spiega in uno dei racconti del libro un anziano mezzadro reduce di quei giorni ad un ragazzo che qualche decennio dopo s’impegna ad ascoltarlo, riscoprendo un mondo che si stava già dimenticando.

Questo è un po’ il ‘sottofondo’  della serata di Arcevia ieri sera 10 agosto, lo spunto iniziale seguito dall’Anpi nell’organizzare, per la festa delle liberazioni, il reading concerto dedicato alle lotte contadine del dopoguerra in tutte le regioni d’Italia. È stato un momento denso di condivisione di memorie, alternando alle letture di alcuni brani del libro le canzoni dedicate a quelle storie.  La musica non è un momento di distrazione da storie che talvolta possono apparire troppo dense ma un modo leggero per esprimere proprio questa densità che portiamo dentro: “ci vuole una musica per questa terra, per far volare di nuovo le parole”, scrivevo sul mio blog qualche giorno fa di ritorno da un viaggio nelle nostre terre martoriate dai terremoti.  Quelle che incontriamo sono le storie delle vite che ci hanno preceduto, e che in parte noi stessi abbiamo vissuto o ne abbiamo vissuto gli echi, le abbiamo sentite raccontare, e quando siamo stati più bravi ne abbiamo percepito le intimità più soggettive e umane, che certe volte invece perdiamo perché sovrastati dalla sola cronaca.

Ieri sera la parte musicale è stata più ricca del solito, ad accompagnare Silvano Staffolani nell’esecuzione delle canzoni c’era alle percussioni un giovane tamburellista, Lorenzo Cantori, e inoltre c’era un amico lucano di passaggio nella nostra zona e che ha voluto fermarsi con noi, il musicista Sergio Santalucia, con il suo mandolino, e con lui abbiamo avuto il piacere di condividere un pezzo del nostro cammino. Abbiamo chiuso il reading concerto con la lettura della poesia di Rocco Scotellaro dedicata a Giuseppe Novello e poi con la nostra canzone Scagliosa, ricca di citazioni di Levi e Scotellaro e dedicata alle lotte contadine in Lucania: “Ma dov’è che accade questa strana storia che mi conti? Nell’altro mondo dei contadini, dove non si entra senza una chiave di magìa.” (Qui il VIDEO della serata e altre FOTO)

La luna dalla Selva che Danza

Un inaspettato fuori programma. “La luna dalla Selva che Danza n° 6”. Piacevolissima serata ieri notte alla Selva di Gallignano, poco distante da Ancona, organizzata da “Two Half Dogs”, Silvano Staffolani e Paolo Polverini, a cui ultimamente si è aggiunto il percussionista Lorenzo Cantori; piacevolissima perché si è unito a noi Sergio Santalucia, di passaggio nella nostra zona.
Oltre a musiche canti e balli con tutti i partecipanti ballerini, anche un momento di reading con il libro sulle lotte contadine, in un contesto davvero adatto, illuminati solo dalla luna (quasi) piena, accompagnati da un vivace sottofondo di cicale e inseriti in una serata tra amici che si ritrovano per mangiare, bere e danzare insieme; e naturalmente anche chiacchierare e condividere racconti, un po’ come mi è accaduto lo scorso anno in Salento dagli amici di Karadrà, ugualmente in aperta campagna, sui terreni da loro coltivati e sotto il cielo della sera e della notte.
Ieri sera per la parte di reading abbiamo proposto, in un modo davvero improvvisato e deciso solo qualche ora prima, una sintesi del reading concerto, con due letture sulla Lucania e sulle Marche accompagnate dalle canzoni “Scagliosa”, dedicata a Giuseppe Novello e con citazioni di Rocco Scotellaro, e “Mezzadro mezzo ladro contadino”, dedicata ai mezzadri della nostra regione.
Grazie a Sergio Santalucia, per la sua amichevole partecipazione con il mandolino e l’organetto, per la sua compagnia e per le cose di cui abbiamo avuto occasione di chiacchierare scambiandoci racconti e musiche. (Altre foto della Mazurka alla selva).

 

«La notizia si propaga come un fuoco» (Leonida Rèpaci)

“La notizia si propaga come un fuoco”, inizia così il racconto “Marcia dei braccianti di Melissa”, dello scrittore calabrese Leonida Rèpaci, di cui il 19 luglio ricorre il trentaduesimo anniversario della scomparsa.

Uno scrittore dalle parole come pennellate decise, capaci già al primo tocco di evocare un’intera scena, di farti sentire immediatamente dentro. È questa la sensazione immediata che provo quando lo leggo. La prima frase mi fa subito apparire tutta la scena e l’atmosfera del racconto e dello stesso atto del raccontare, come la convocazione di una comunità che si raccoglie attorno al narratore e questi, in mezzo a tutti, inizi il racconto aiutandosi con un bastone che punta deciso a terra, come a fissare un inizio certo, per incidere visibile e materico direttamente nella terra il punto da cui allargarsi, senza separarsi da esso. Non so perché ma lo immagino così, non come un testo scritto ma direttamente raccontato.

Ecco alcuni incipit di altri racconti: “Si chiamava Carmela, era di Sersàle. Suo padre, boscaiolo…”; “Cata appiccava il fuoco ai pagliai per la gioia di vedere le lingue della fiamma levarsi…”; “Il vecchio Lao malediva in cuor suo la superbia e la scapataggine, di cui s’era reso colpevole davanti a me”. E così via, qualsiasi racconto ti spalanca subito la sua storia, o la promessa di quella storia, perché se la storia ti accorgi di averla già davanti e di conoscerla già, di essa ancora non sai nulla e per saperlo devi riviverla seguendola da dentro.

Anche la storia di Melissa e della marcia dei braccianti verso il feudo di Fragalà ci sembra già di conoscerla, perché ne sappiamo l’esito, eppure anche qui l’incipit del racconto proposto da Leonida Rèpaci ci avverte già dalla prima riga che anche in quella storia noi dobbiamo entrarci dentro per conoscerla davvero.  È stata questa la sensazione che ho avuto quando iniziai a leggere per la prima volta questo racconto, che mi ha fornito le immagini o la visione di riferimento quando ho tentato di affrontare anch’io il racconto di questa vicenda, e ogni mio tentativo di descrivere, riportare, ricostruire mi sembrava inadeguato e piatto, lontano dalla consistenza che intuivo. Forse anche per questo ad un certo punto ho cercato la soluzione alla mia difficoltà di un narrare adeguato citando direttamente il racconto di Rèpaci, e poi spostando radicalmente la lingua della narrazione scegliendo di utilizzare esclusivamente la forma del dialogo, un dialogo corale, di tante voci, per descrivere l’epopea di questo paese che si muove tutto insieme in blocco. Ho cercato di non essere io il narratore, tentando di far sì che i narratori fossero gli stessi protagonisti, dialogando in coro tra loro, in una moltitudine di voci che dilaga sulle terre. Le immagini evocate da Rèpaci con le sue parole sono state lì a guidarmi. Ad un certo punto cito anche i primi due versi della sua poesia “L’albero del bracciante umiliato”: “Arburu picciriddhu ti chiantai / cu la speranza mi cogghiu lu fruttu”. Nella mia finzione narrativa mi sono preso la libertà di trasformarla in una canzone d’amore perché in fin dei conti quella poesia è davvero un atto d’amore, seppure amaro, per quella terra e quella vita così dure. Nella mia finzione l’ho resa direttamente una canzone d’amore che ad un certo punto, durante la marcia, intona Angelina Mauro, che poi verrà ferita a morte durante l’intervento delle forze dell’ordine. Un esito amaro.

Il racconto di Melissa, che ho intitolato “La semina delle fave” è uno di quelli che mi capita più spesso di leggere. Di seguito ecco il testo intero della poesia di Leonida Rèpaci “L’albero del bracciante umiliato”, nell’originale calabrese e nella traduzione italiana:

Arburu picciriddhu ti chiantai
cu la speranza mi cogghiu lu fruttu
cu na zappuddha d’oru ti zappai
sempri t’imbivarai cu chiantu ‘rruttu.
Poi passau unu, non ti vitti mai
stendiu la manu e si cogghiu tuttu.
E jeu l’amariceddhu mia restai
la ucca amara cu lu denti asciuttu.

Albero piccolissimo ti piantai
con la speranza di cogliere il frutto
con una vanga d’oro ti zappai
sempre ti abbeverai con muto pianto.
Poi passò uno, non ti vide mai
stese la mano e raccolse tutto
Ed io povera me restai
con la bocca amara e con il dente asciutto.

Ho avuto occasione di ascoltare su youtube l’interpretazione del racconto di Rèpaci  in lettura e musica eseguita dal gruppo teatrale RRACINA R’A CINA. Per ciò che mi riguarda ho avuto occasione di recitare una parte del dialogo da me realizzato con gli amici di ArciVoce in un teatro della nostra zona, all’interno di un più ampio reading. A Melissa è dedicata anche FRAGALÀ, una delle canzoni tratte da L’erba dagli zoccoli, composte insieme a Silvano Staffolani.

(Nella foto Leonida Rèpaci insieme a Pier Paolo Pasolini; dal sito Mmasciata)

L’intensità della leggerezza (la serata alla Biblioteca La Fornace)

Ieri giovedì 13 luglio eravamo alla Biblioteca La Fornace, un luogo di lavoro diventato un riferimento di cultura. Già il reading della sera prima ai giardini di Palazzo Mordini di  Castelfidardo mi aveva stuzzicato una riflessione sulla “cultura e il territorio” e sui “luoghi e non luoghi” di Marc Augé, e anche qui il luogo c’è, con la sua storia e il suo presente.

Prima di iniziare, e dopo aver già curiosato al piano superiore nella parte della biblioteca vera e propria, dove si tengono anche le serate e gli incontri di lettura o di musica, abbiamo visitato la parte sotterranea, dove era il cuore della fornace, il lungo corridoio ovale di circa 80 metri, un anello attorno al forno in cui venivano cotti i mattoni a 800 o 900 gradi di temperatura (e dove oggi vengono esposte mostre). Da lì si innalza il camino che svetta verso il cielo ed è visibile da lontano per chi cerca la biblioteca, come un tempo era visibile a chi nelle campagne attorno o nel paese poco più in là, in quel forno ci andava a lavorare, e non era certo una passeggiata. C’erano molte fornaci nel nostro territorio a quel tempo, anche di altre sono visibili, ristrutturati, i resti delle ciminiere sopravvissute al tempo, questa qui però è una delle poche ristrutturata interamente, e poi dedicata ai libri e a tante e diverse iniziative culturali e sociali a cui partecipano diverse associazioni.

Chi entra qui si sente a proprio agio fin dalla prima volta, e avverte d’essere entrato come in una specie di ventre, un accogliente e ampio contenitore che ti avvolge in un’atmosfera intensa e leggera, ti fa avvertire la leggerezza dei libri. Nulla di veramente antico, e di affascinante per altri versi come si può respirare nelle biblioteche ospitate in palazzi che risalgono ai secoli passati; qui siamo in un’epoca molto più vicina a noi, che risale quasi a ieri, a un mondo di cui ancora possiamo avvertire l’eco e il ricordo diretto. La Fornace è un pezzo del nostro Novecento, era nel pieno della sua attività quando vivevano, subito dopo la guerra, le storie che racconto nel mio libro, e certamente molte delle persone che qui hanno lavorato, appena uscivano andavano ad aiutare il resto della famiglia nelle fatiche dei campi. La Fornace ha cessato le attività solo negli anni Settanta, e quindi sono molti nel paese quelli che ne hanno un ricordo vivo. Poi, dopo un periodo di abbandono e degrado, fortunatamente è stato possibile recuperarla e restituirla alla comunità.

È sempre un piacere trovarsi qui. La data scelta per il reading forse si è rivelata non proprio adatta, non eravamo in molti ma l’attenzione e la partecipazione dei presenti è stata ugualmente e come sempre lo stimolo che ci ha accompagnato durante la lettura dei brani e  le canzoni, tra le quali c’era anche quella dedicata a Maria Margotti, anche lei nel suo paese, Filo d’Argenta, ad alternarsi in quegli stessi anni tra il lavoro saltuario nei campi o nelle risaie all’altro in una fornace di mattoni: la sua mansione era di trasportare mattoni avanti e indietro con una carriola, tutto il giorno.

Letture e canzoni, nel nostro reading, che parlano di fatiche, e dunque in che modo raccontarle? È stato questo uno dei temi sui quali poi abbiamo chiacchierato, a lungo e insieme: come è nato il linguaggio usato nella narrazione, come sono nate le canzoni, la musica e le parole che vogliono ridare vita a queste storie? Certe volte, fuori dal contesto del reading concerto, lontano quindi dalle letture e dalle canzoni e parlandone soltanto, avverto un po’ di difficoltà nello spiegarlo e in chi mi ascolta come un piccolo distacco, uno scarto, come se far riaffiorare queste storie possa significare un insistere su tristezze e malinconie che si vogliono evitare nel modo di fruire oggi la cultura – “la cultura è diventata un’arma di distrazione di massa” diceva Goffredo Fofi in un’intervista di qualche tempo fa – oppure potrebbe essere scambiato per un rassegnato piangersi addosso. Secondo me sarebbe una definitiva emarginazione il piangersi addosso. Sono stato sempre convinto che ci voglia la giusta leggerezza e anche ironia per valorizzare il patrimonio di esperienze di chi ci ha preceduto, delle fatiche e delle difficoltà, come Sisifo condannato a spingere il suo masso in montagna ma in quello spingere è capace di metterci dentro tutto il senso di cui c’è bisogno, ed è quello che dobbiamo raccogliere, e allora la leggerezza mi appare come la dimensione più adeguata per sottolinearne con rispetto il valore. Ieri sera, nel parlarne, mi sono appoggiato a Carlo Levi e a Rocco Scotellaro, molto presenti nei racconti del libro.

(La serata è stata promossa con la collaborazione di Anpi Mediavallesina, Arci Jesi Fabriano e Libera Jesi. Grazie per le foto a Anahita H. Dowlatabadi)

 

 

La cultura è il territorio

La cultura è il territorio. È questo il filo conduttore che scorre tra le diverse serate delle Conversazioni in Giardino in corso a Castelfidardo, una serie di appuntamenti che coprono tutti i mercoledì del mese di luglio. Noi ci siamo inseriti al secondo incontro, adeguatamente introdotti da Eugenio Paoloni e Daniele Carlini al tema da loro già avviato con il primo incontro e proseguito insieme ieri sera.
La cultura è il territorio, potrebbe essere scambiata per una frase banale ma non è banale per nulla, potrebbe essere smentita ad esempio da una certa deriva in atto da qualche tempo, e non solo e non tanto per la crescente presenza o invadenza del cosiddetto virtuale,  che  potrebbe essere definita deterritorializzazione della cultura… è già brutta da sola la parola. Marc Augé parlava di non luoghi, per definire tutti quegli spazi non intessuti da relazioni umane, senza sentimento direi io, come ad esempio possono essere i centri commerciali, o le sale d’aspetto delle stazioni o l’interno dei vagoni di oggi che hanno smesso di essere luoghi di incontro, o perfino gli stessi luoghi che dovrebbero essere adibiti all’accoglienza, ad esempio i luoghi di detenzione per richiedenti asilo dove fanno fatica ad essere accolte le relazioni umane, e così via.
Eppure, eppure mi viene ad esempio in mente un palazzo affacciato su uno dei ponti di Mostar alla fine della guerra in Bosnia, un rudere quasi completamente sgretolato e grigio e con tutte le finestre sfondate… eppure in un angolo su in alto il vuoto di una finestra era stato tappato da un telo di plastica e su quello che restava del davanzale c’era una piccola coccia con dei fiori, unica macchia di colore, quasi una pennellata, che riprendeva ostinata a spargere un po’ di vita attorno.
Non c’è nulla di banale, dunque, ma forse mi sto allontanando troppo dai temi di ieri sera. Il territorio in questo caso siamo noi e lo abbiamo dentro di noi, sono le memorie di cui siamo intessuti, sono le storie che continuano a orientarci anche quando non le ricordiamo come dovremmo, e dunque è meglio ricordarle, condividerle, siamo noi nei luoghi che viviamo e che contengono le storie e il segno che hanno lasciato e che possiamo riprendere, condividere e proseguire. Conoscere e vivere questa trama che è il territorio. Il nostro reading è stato preceduto dall’organetto di Alessandro Governatori, che ha proposto magistralmente un saltarello, che detto così può anche apparire banale come un qualunque tocco di folclore, e invece è una musica che sembra vivere da sempre dentro questo territorio e le cui origini sconfinano nei miti del nostro entroterra. Miti che ci voleva una serie di sconvolgenti terremoti per riportare un po’ all’attenzione.
Mi accorgo di avere già usato nelle righe precedenti le parole filo, tessuto, trama, intessere. Non è un caso. Sono più di una metafora. Il prossimo appuntamento di questa rassegna sarà dedicato proprio alla tessitura delle cotonine a Castelfidardo nell’800, e proprio ieri sera, in una sala affacciata sullo stesso cortile erano in attività due vecchi telai, di quelli che un tempo erano presenti in ogni casa delle nostre campagne, a predisporre l’ordito e intrecciare il filo per creare trame, tessuti. Quando i mestieri non erano parcellizzati, spezzati e impoveriti, e le mani e l’occhio condividevano l’immaginazione e il senso. Una volta, dedicando un racconto a mia madre l’ho intitolato L’ape e l’architetto, lei al posto del telaio usava l’uncinetto.
Non sto dipingendo astratti quadri di un passato idilliaco. C’era la fatica dentro, era questa a dare una più concreta consistenza all’ordito, e spesso ce n’era troppa di fatica, così tanta da non riuscire a resistergli. Ricordavamo, chiacchierando ieri sera davanti al telaio dopo che il nostro reading era terminato, che spesso quello era un lavoro notturno, da sera tardi, dopo una giornata intera a zappare o falciare sui campi o a seguire tutti gli altri lavori che c’erano da fare. E spesso la stessa parola lavoro non era quella più adatta, spesso nemmeno veniva usata , il linguaggio che si parlava era capace di usare molte altre espressioni più adeguate alla fatica che c’era incorporata dentro, o anche alle relazioni sociali e gerarchiche. In tanti contratti di mezzadria, ad esempio, erano descritte delle vere e proprie courvèe.
Il cambiamento era necessario, lo chiedevano i contadini stessi, ci lottavano, e non era affatto banale lottare in quelle condizioni, ma forse bisognava anche gestirlo in altri modi questo cambiamento, che sì, si è accompagnato a quello che si chiama progresso, ma per dirlo con un eufemismo non è che funzioni proprio tutto così bene. Il nostro reading, con le sue canzoni e le letture tratte dalle storie narrate nel libro, è dedicato in modo più specifico proprio a questi momenti di lotta e alla passione che c’era dentro. Uno dei brani che ho letto ieri sera, dedicato alla storia di Maria Margotti, si concludeva con queste parole: “Eravamo compatte, allora. Se potevi ti difendevi con la lingua. La vita non è stata facile, però siamo state anche bene insieme, perché ci volevamo bene.” E non è una frase inventata da me ma una citazione, da un’intervista ad una delle protagoniste di allora.

(Grazie per le foto a Daniele Carlini)

Un po’ di rassegna stampa

Alcuni articoli usciti negli ultimi giorni su alcuni giornali online, i prime due riguardano la serata allo Spazio Autogestito Arvultura di giovedì 6 luglio, pubblicati nell’ordine su Vivere Senigallia e Senigallia Notizie;  il secondo è stato pubblicato su CentroPagina di Jesi, in promozione della serata alla Biblioteca la Fornace di Moie in programma per giovedì 13 luglio; il quarto pubblicato su il Corriere del Conero, in promozione della serata di mercoledì 12 luglio a Castelfidardo; il quinto su Vivere Jesi, sempre in promozione della serata alla Biblioteca La Fornace di Moie.

La terra e il cielo (serata all’Arvultùra)

Ieri sera giovedì 6 luglio nuova serata in reading concerto allo Spazio Autogestito Arvultùra di Senigallia, organizzata dal mercato Bio Mezza Campagna, una rete di produttori bio che di solito s’incontrano qui il sabato mattina per proporre i loro prodotti, e a fianco c’è anche lo spazio della libreria del centro, attiva da un paio di anni.  la cultura è coltura, o viceversa?

Ieri sera era una situazione culturale conviviale, per raccontare, cantare e condividere le storie dei contadini di ieri e al tempo stesso condividere i prodotti dei nuovi contadini di oggi, quelli che dalla terra non se ne sono andati, oppure vi sono ritornati dopo la pausa di qualcuna delle nostre ultime generazioni, espulse o fuggite dalle campagne soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta a causa delle difficili condizioni di vita in cui erano state costrette. E chi vi è restato, o vi ritorna, naturalmente cerca oggi nuovi forme di agricoltura e di rapporto con la terra e con il cibo, per nulla scontato e sempre incalzato da diverse logiche di mercato, continuando così  anche oggi le proprie battaglie, in altre forme.

Un rapporto e un lavoro che impegna quello con la terra, non solo come quantità di lavoro ma anche come relazione, e come identità. E alla fine credo che l’identità abbia a che fare più che con la terra, con l’altra dimensione che è il cielo. Nel primo racconto del libro, che non leggo mai nei reading perché è quello autobiografico e introduttivo, nel quale parto dalla mia infanzia, ad un certo punto mi esce fuori questa frase: «Ricordo anche lo zappare nei campi, per me un gioco: che le schiene dei contadini curvi a terra reggessero da sole il peso del cielo, anche questo l’ho capito dopo. Il cielo a me sembrava leggero, e senza fine, mi ci perdevo, di giorno e di notte.» Sì, credo che l’identità abbia a che fare sia con la terra che con il cielo, in un intreccio complesso di significati.

Presentare il libro e le storie delle lotte contadine del dopoguerra in reading concerto è sempre un’esperienza coinvolgente, per me che leggo e per Silvano che si alterna con le canzoni. Oramai sono venti o trenta le serate che abbiamo accumulato insieme ma risulta sempre estremamente piacevole questa condivisione con chi ci segue, partecipa, qualche volta si commuove e sempre ci incoraggia in questo percorso. Abbiamo aperto con la canzone Sogni alla deriva, dedicata ai migranti di ieri – i nostri contadini espulsi dalle terre – e ai migranti di oggi, e in particolare a Emmanuel, a cui proprio la sera precedente era stata dedicata a fermo la manifestazione contro il razzismo organizzata dal Comitato 5 luglio.

Abbiamo poi proseguito con lettura di brani dal  racconto dedicato alle lotte mezzadrili nella regione, alla bracciante Maria Margotti di Argenta, ai contadini calabresi di Melissa,  siciliani di Bisacquino e lucani di Montescaglioso, impegnati nelle lotte contro i latifondi.
In chiusura abbiamo ricordato i treni della felicità, con la canzone Corre il treno, dedicata alla grande azione di solidarietà e di accoglienza presso tante famiglie contadine del centro e nord Italia dei bambini figli di braccianti, quando questi subivano la repressione e finivano in galera, oppure anche vittime, come a Calabricata, Melissa, Montescaglioso, Torremaggiore, San Severo e altri ancora. Una grande operazione di solidarietà e accoglienza, dal basso, di cui sono state capaci le generazioni che ci hanno preceduto.

Il filo dei dettagli che unisce la Storia (l’eccidio del Musone)

Il filo dei dettagli che unisce la storia. Questo titolo l’ho già usato due anni fa, in occasione dell’anniversario dell’eccidio del Musone, vicino Jesi, quando partecipai insieme alla Staffetta della Memoria e altri ciclisti della zona a una giornata dedicata alla memoria, e notai un particolare a cui non avevo prestato ancora attenzione.
In una delle lapidi, quella esposta a Staffolo, (perché l’eccidio, ad opera di un unico reparto tedesco, avvenne in quattro tappe tra Apiro, Cingoli, Staffolo e Filottrano, a cavallo tra le province di Ancona e Macerata, tra il 29 e il 30 giugno ’44, con un totale di 26 vittime, di cui 16 civili, 9 prigionieri di guerra e un sacerdote), notai la diversa provenienza di quei ragazzi. Venivano tutti di fuori, da zone diverse, mescolati come tutti in Italia in quel periodo di rivolgimenti. Alcuni dal resto della regione, Osimo, Pesaro, Tolentino, ma anche da Cerreto e addirittura da Visso, la Visso oggi terremotata. Vidi anche il nome di un ragazzo di 19 anni che veniva da Stradella di Pavia; infine mi colpì, più di tutti, Antonio Alesci, 25 anni, di Bisacquino, provincia di Palermo.

Mi colpì per una… chiamiamola coincidenza. Bisacquino è un paese della zona di Corleone, certamente più famoso per cronache di mafia ma ricco anche di altre storie più positive ma meno conosciute, perché nel dopoguerra fu al centro, come tante altre terre del Sud, di imponenti lotte per la terra. A quella di Bisacquino, in particolare, nel mio libro L’erba dagli zoccoli dedico il racconto intitolato “Santa Maria del Bosco”, il nome del feudo dove nel marzo 1950 si diressero migliaia di contadini guidati da Pio La Torre, che quel giorno, il 1o marzo, fu arrestato durante le cariche delle forze dell’ordine, mentre i contadini rientravano in paese a riporre gli attrezzi. Le accuse erano false ma restò un anno e mezzo all’Ucciardone. Pio La Torre era andato a sostituire Placido Rizzotto alla Camera del Lavoro di Corleone, ucciso dalla mafia esattamente due anni prima di quell’arresto, il 10 marzo 1948, ma allora non si sapeva bene, il corpo di Rizzotto non era stato ancora ritrovato.

Placido Rizzotto era stato partigiano in Carnia, nel Friuli, nella Brigata Matteotti, e quando era tornato in Sicilia i contadini l’avevano chiamato il Vento del Nord, perché non era più lo stesso ragazzino senza esperienza della vita di quando era partito. E presto, quegli stessi contadini, prima con lui e poi con Pio La Torre, sfidando la repressione, divennero loro il Vento del Sud. Fu così per tanti di quei ragazzi sbattuti per il mondo o saliti in montagna durante la Resistenza, quando riuscirono a tornare a casa: ottenuta la “democrazia scritta sulla carta” ora toccava farla applicare nella vita di tutti i giorni. Oltre al racconto che ho inserito nel libro, a Rizzotto, La Torre, ai contadini di Bisacquino e alle tante dirigenti donne di quel movimento contadino, ho dedicato anche – insieme al musicista Silvano Staffolani – una canzone, intitolata proprio “Il vento del Nord.”

Bisacquino. Lo stesso paese di cui leggevo il nome su quella lapide a Staffolo. Un piccolo paese. Solo un piccolo dettaglio in mezzo a storie ed eventi più grandi di tutti noi, ma furono tanti i piccoli paesi che entrarono dentro la Storia in quel momento, e negli anni seguenti. Un piccolo dettaglio che ci unisce ancora oggi e ci aiuta a comprendere la dimensione umana e più complessa delle relazioni sociali e dei mondi che ci sono dietro alle storie vissute, e agli avvenimenti che accadono non certo per caso, storie che talvolta ascoltiamo senza prestare la dovuta attenzione. Il filo dei dettagli che unisce la storia.

Per approfondire l’eccidio del Musone, si possono consultare la scheda di Patrizia Rosini e Gian Luca Tesei sul sito stragi naziste e un articolo sul sito dell’Istituto di Storia del Novecento, Ism900.